Il 26 luglio 2020 l’orso M49 è nuovamente fuggito dal recinto del Casteller, nei pressi di Trento, da cui il 15 luglio 2019 era già evaso rocambolescamente superando le diverse recinzioni interne e infine quella alta circa 4 metri e percorsa da corrente a 7.000 volt.

Questo esemplare maschio di oltre 200 kg e quattro anni di età in passato si era reso protagonista di razzie spostandosi per decine di chilometri tra Trentino e Veneto, facendo notevoli danni alle attività umane penetrando in malghe e rifugi sfondando persino porte in ferro, evidente dimostrazione di quel che può fare un orso nel pieno delle forze. Ricordiamo che quest’orso era stato dichiarato problematico e pericoloso anche a livello scientifico e che nel 2019 ne era stato decretato l’abbattimento nel caso non fosse possibile la cattura, che invece avvenne  intorno alle 21,30 del 15 luglio dell’anno scorso grazie a una trappola a tubo posta sui monti sopra Tione, nelle Giudicarie. La squadra di forestali e veterinari decise che era inutile narcotizzarlo (infatti potenzialmente è cosa pericolosa per l’animale), tanto dalla trappola non poteva certamente uscire.

Il tutto in osservanza del “Protocollo catture” redatto in base alle disposizioni contenute nel PACOBACE (Piano d’Azione interregionale per la conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi Centro-Orientali), ossia il documento di riferimento per la gestione dell’orso bruno (Ursus arctos) per le regioni e le province autonome delle Alpi Centro-Orientali. Il piano – redatto da un tavolo tecnico costituito da Provincia autonoma di Trento, Provincia autonoma di Bolzano, Regione Friuli Venezia Giulia, Regione Lombardia, Regione Veneto, ministero dell’Ambiente e Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) – fu formalmente adottato dagli enti succitati e approvato dal ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare con decreto direttoriale n°1810 del 5 novembre 2008, aggiornato nel 2015.

La trappola con l’orso fu caricata su un pick-up e infine scaricata nel recinto del Casteller. M49 ne uscì un po’ frastornato e si rifugiò in un punto fitto. Secondo alcuni questa scelta fu sbagliata, come nel caso del prof. Adriano Martinoli, docente associato di Zoologia e conservazione della fauna all’Università dell’Insubria di Varese e Como. Il prof. Martinoli aveva seguito da addetto ai lavori il progetto Life Ursus, sin dagli albori: “Liberare immediatamente un orso non sedato senza un recinto di preadattamento completamente chiuso, senza una sorveglianza 24 ore su 24 almeno il primo giorno? Quando si cattura un animale di così grosse dimensioni senza anestesia, prima di rilasciarlo in un recinto aperto lo si mette in una gabbia di contenimento, quindi completamente chiusa, e lo si lascia rilassare. In genere un segnale molto semplice è che quando l’animale riprende a mangiare in autonomia significa che il suo focus centrale è cambiato e pensa ad alimentarsi e a bere. Solo dopo questi segnali si tenta un rilascio, con personale di sorveglianza pronto ad intervenire con i dardi per la narcosi. Non ero lì, non so cosa sia successo, mi sembra però evidente che non siano stati previsti tutti i possibili scenari”.

Piero Genovesi, responsabile del Servizio coordinamento fauna selvatica dell’Ispra, dichiarò: “No, nessun errore. Non mi risulta. Come Ispra posso dire che siamo d’accordo con le scelte effettuate dalla Provincia”.

Il 15 luglio 2019, ossia la stessa notte dell’inserimento al Casteller, si udirono rumori sospetti e si scoprì che si trattava di M49 che stava scavando sotto una prima recinzione elettrificata. Ma la base era in cemento e allora l’orso, pur avendo sentito subito la tensione elettrica dei fili, decise semplicemente di usare la sua forza e resistenza. Risultato, recinzione danneggiata e subito superata. Idem per quella successiva. Arrivò all’ultima recinzione, alta ben 4,5 metri, con alla base un muretto in cemento e sopra un’alta recinzione metallica elettrosaldata a quadri, sormontata da sette fili in acciaio elettrificati. A parere dei costruttori nessun orso avrebbe mai potuto resistere a ben 7.000 volt. https://www.youtube.com/watch?v=vcun0JsNbI0

Però M49 lo fece, e pure in scioltezza, atterrando all’esterno tra il fuggi fuggi dei forestali e dei relativi cani che presidiavano l’esterno per ogni eventualità. Eventualità prontamente verificatasi, con l’aggravante che il collare GPS di cui era stato dotato l’orso gli era appena stato tolto in quanto ormai scarico. Pertanto l’orso sparì nella notte nel bosco come una saetta. Esterrefatto anche il professor Marco Apollonio, zoologo dell’Università di Sassari e noto esperto di grandi carnivori: “Conosco bene l’area del Casteller. E’ una bella struttura, ben fatta. La mia prima reazione oggi quando ho sentito la notizia è stata di estrema meraviglia”.

Il recinto esterno del Casteller.

Come riuscì M49 a superare questa recinzione? Ne sappiamo di più grazie a Giovanni Ghislandi, della famosa e omonima ditta specializzata e che fornì il materiale (ma non curò la messa in opera) per realizzare la parte elettrificata della struttura del Casteller: “La corrente nelle barriere ha un alto voltaggio, 7.000 volt, con scariche della durata di 100-300 milionesimi di secondo ogni 1,2 secondi. Queste scariche al contatto provocano dolore, ma sono limitate secondo le norme di legge e pertanto non provocano lesioni né scottature. La tensione è monitorata da un sofisticato sistema di allarme e da una serie di sensori che verificano continuamente la funzionalità della recinzione. Probabilmente l’orso sotto stress e determinato a fuggire ha semplicemente deciso di ignorare le scariche, incurante del dolore. Magari non ha neppure collegato le scariche elettriche ai fili e alla recinzione stessa e quindi ha agito d’istinto. L’orso può essere molto rapido e quindi nel salire i circa 4 metri della recinzione avrà subito la scossa elettrica solo un paio di volte. Mi è capitato di provare, non volendolo ovviamente, la forza di questa scossa e certo non ci riproverei, ma M49 semplicemente decise di poterla sopportare, e difatti la sopportò. Si tratta di un esemplare molto forte, intelligente e determinato”.

Il succitato prof. Adriano Martinoli a tal proposito spiega: “Certamente M49 era sotto stress, e l’assenza di un anestetico gli ha moltiplicato le forze. Nel caso dei recinti elettrificati un conto è un animale – non solo l’orso, pensiamo ad esempio ai lupi – che si avvicina con circospezione alle prede, con tutt’altro meccanismo comportamentale. Sono più preoccupati, hanno più timore e se toccano la recinzione elettrificata si spaventano e si allontanano immediatamente. Diverso il caso di un orso super-stressato che ha come unico obiettivo recuperare la libertà. Secondo me, le scosse ripetute non sono deterrente sufficiente. Mi stupisce che non ci sia stata una sorveglianza attiva dopo la liberazione nel recinto”. Claudio Groff, capo del Dipartimento grandi carnivori della provincia di Trento, funzionario da decenni attivo nella gestione degli orsi nell’area, era rimasto basito: “Quella gabbia è sicura, in dodici anni nessun orso era mai scappato. E’ un sistema comprovato da Ispra e ministero dell’Ambiente, per cui è davvero inusuale che sia potuto succedere. Può anche aver passato le recinzioni, ma mi chiedo come abbia fatto con l’elettricità”.

Tuttavia in quella stessa zona c’era già stato un precedente non da poco conto nel 2006, come ci ha raccontato Andrea Marcolla, presidente del Parco Faunistico di Spormaggiore, provincia di Trento che, tra le altre specie, ospitava (e ospita) tre femmine di orso bruno provenienti da diverse strutture e nate in cattività: “Il recinto è di quasi 5.000 metri quadrati, alto 3,4 metri  compreso l’offendicolo, ossia la parte piegata superiore, con sbarre di ferro da 30 mm di spessore. Il tutto con fili elettrici. Intorno a noi ci sono orsi selvatici e uno di questi, un grosso maschio chiamato Joze, percepì le orse in calore. Bene, non so come ma per almeno due volte, senza badare alle scosse elettriche, riuscì ad arrampicarsi sulle sbarre, sottolineo sbarre prive di appoggi e non reti elettrosaldate a quadri, entrò, si accoppiò e ogni volta ne uscì tranquillamente. La cosa finì solo quando implementammo la recinzione elettrica ma soprattutto, credo, perché sterilizzammo le orse”. Facciamo ad Andrea Marcolla una domanda: “Un orso potrebbe rompere le sbarre o i tondini di ferro di una rete elettrosaldata? Risposta: “Le sbarre assolutamente no, forse spingendo o tirando potrebbe dissaldare una rete in tondini da edilizia, ma certo tranciare i tondini no”.

Una delle orse del Parco Faunistico di Spormaggiore.

Evidentemente l’orso è animale ben differente dal cane, e questa forse è l’unica e vaga spiegazione per cercare di capire come mai la recinzione del Casteller in pali (ovviamente cementati) e in tondini di ferro (non cementati) non sia invece stata ricoperta alla base da una gettata di cemento saldandola così al sottostante cordolo, facendone un tutt’uno. Infatti questa cautela viene normalmente attuata per evitare che cani grossi e potenti spingano la parte inferiore di una recinzione in rete fino a passarci sotto, sollevandola. Forse chi progettò il Casteller non aveva cani, chissà… E manco i tecnici che collaudarono tutto, inclusi gli esperti dell’Ispra che fin dall’inizio giudicarono la struttura adeguata. Certo, l’ideale sarebbe stato avere nella commissione anche un orso come M49 e sentirne il parere… Fatto sta che il giorno dopo  la fuga di questo orso, l’area del Casteller fu oggetto di un accurato sopralluogo tecnico da parte dei funzionari dell’Ispra appositamente giunti, accompagnati dal dirigente del servizio Giovanni Giovannini, da Claudio Groff del Servizio Foreste e fauna e da personale del Corpo Forestale. Qualcuno notò che la rete non era cementificata al cordolo? Supponiamo di no, visto che rimase tutto così. Certo, la recinzione era elettrificata. Però M49 l’aveva già scavalcata in un batter d’occhio, diremmo noi.

Tornando a M49, fu infine ricatturato il 28 aprile scorso grazie a una trappola a tubo posta sui monti sopra Tione, nelle Giudicarie. Incredibilmente questo esemplare era entrato nello stesso tipo di trappola con cui era stato catturato in precedenza, mentre avrebbe dovuto da allora diffidarne. Il Servizio foreste di Trento ne neguiva da tempo gli spostamenti sulla base delle segnalazioni, notando che stava procedendo verso l’originaria zona, prima sul lago di Garda e da un paio di giorni sul Brenta. L’orso fu rinchiuso nuovamente al Casteller, che intanto era stato oggetto di migliorie, inclusa una lunga teoria di pannelli in plexiglas montati nella parte superiore della recinzione principale e sui quali gli orsi non possono (si spera…) arrampicarsi.

L’evasione dell’orso dal Casteller aveva sorpreso tutti, incluso il presidente della Provincia di Trento Fugatti il quale aveva descritto il fatto come un fallimento della scienza, accusando l’Ispra che nel 2007 aveva certificato il grado di sicurezza della struttura. L’Ispra, braccio tecnico del ministero per l’Ambiente il 16 luglio 2019 appunto inviò due tecnici, Paola Aragno e Roberto Cocchi.

Ecco le conclusioni fatte dopo questo sopralluogo da Piero Genovesi, responsabile del Servizio coordinamento fauna selvatica dell’Ispra: “I due colleghi che ieri erano a Trento hanno analizzato in modo approfondito sia le condizioni strutturali del recinto sia la sua funzionalità. Non si sono evidenziate anomalie di alcun tipo, nessun malfunzionamento. Tutto perfetto. Anche il livello di manutenzione dell’intera area è più che buono. Gli standard di sicurezza sono i più elevati a livello internazionale. In fase di progettazione e realizzazione era stata consultata anche Gloria Svampa, zoologa e presidente dell’Unione Italiana Zoo e Acquari ed era stata preso come riferimento qualitativo di progettazione un recinto che si trova ad Oviedo, sui monti Cantabrici in Spagna, che ospita tre femmine di orso, ma che in passato ha ospitato anche un maschio. Quel modello strutturale a Trento è stato ulteriormente migliorato e perfezionato”.

Relativamente al voltaggio della recinzione elettrificata il dr. Genovesi aveva dichiarato: “Ci sono recinzioni di contenimento destinate ai bovini domestici che hanno voltaggi anche più elevati di quello del Casteller, ma un amperaggio minore. Il valore di riferimento non è tanto il voltaggio che misura la tensione elettrica, quanto i joule, l’energia in uscita che determina l’entità della scossa. La normativa nazionale prevede un massimo di 5 joule per gli animali, e al Casteller è di 4,6 joule, quasi il massimo. Oltre a questo bisogna pensare che le recinzioni elettrificate sono più di una, che i circuiti sono autonomi e indipendenti e che l’intera struttura è introflessa, cosa che dovrebbe scoraggiare, se non rendere impossibile, l’arrampicata”.

Però M49 è evaso lo stesso. Continuiamo con quanto detto da Genovesi: “Questo conferma che si tratta di un animale molto particolare: molto vigoroso, molto esuberante, estremo per certi versi, anche se non sono sicuro che sia questo il termine esatto. Bisogna tenere presente che, per recinti di questo tipo, l’esperienza con animali selvatici tipo orso sono relativamente limitate. I selvatici di grande mole hanno una estrema variabilità di comportamento, gli orsi in particolare. Quando ci sorprendono, dobbiamo imparare. M49 costringerà a modificare gli standard internazionali di sicurezza per recinti di questo tipo, per le strutture di captivazione aperte”.

Ricordiamo che il Casteller esiste da molti anni e che solo in seguito fu ingrandito e potenziato, con notevoli spese da fondi pubblici. Abbiamo chiesto all’uffico stampa della Provincia autonoma di Trento quanto sia stato speso e soprattutto chi abbia fatto quel progetto e quale impresa l’abbia realizzato, e la gentile risposta è questa. “Il Casteller è costato attorno ai 500.000 euro; poi sono seguite molte spese di manutenzione, integrazione ecc. che in questo momento non possiamo quantificare. Le ditte che hanno partecipato sono state diverse, non abbiamo però il dettaglio: in parte ha partecipato anche la Provincia in prima persona con il Servizio bacini montani”. L’area faunistica fu realizzata nel 2007 con la consulenza di Ispra, il cofinanziamento da parte del Ministero dell’Ambiente e autorizzata ai sensi della normativa vigente in materia. L’area ha ospitato e ospita orsi selvatici (i cosiddetti orsi problematici, attualmente DJ3, nonché se necessario eventuali esemplari bisognosi di riabilitazione) da ormai 12 anni.

Ecco quanto dichiarato dall’ex assessore provinciale al turismo e agricoltura Michele Dallapiccola – saltando a pié pari le parti politiche delle sue esternazioni che non ci interessano, e neppure quelle di altri – dopo la seconda fuga dal Casteller di M49, a luglio 2020: “Mi risulta che fino a pochissimi giorni fa sia stato tenuto in isolamento in quello che viene definito il bunker della struttura e che solo da pochi giorni era stato fatto uscire (…) Guardando le foto, l’orso è scappato praticamente dallo stesso punto dell’altra volta e non sembra proprio che fosse stato fatto qualcosa per aumentare le misure di sicurezza. Anzi. L’orso questa volta non ha dovuto nemmeno arrampicarsi. Ha semplicemente agito con forza sul recinto che è arrugginito, è fermo a 15 anni fa, il cemento si è sgretolato e i tondini si sono allentati”.

Dobbiamo ricordare però che Dallapiccola fu, tra le altre cose, dal 2013 fino al 2018 proprio assessore provinciale di Trento all’agricoltura, foreste e caccia (nel 2014, durante il suo assessorato morì in un tentativo di cattura l’orsa Daniza), ed era quindi responsabile del settore. Forse fino a un paio di anni fa, sotto il suo assessorato, la ruggine non aveva ardito colpire il recinto, il cemento non si era sgretolato e i tondini non si erano allentati…

Il cosiddetto “bunker”, nel Casteller (foto Il Dolomiti)

Secondo Dallapiccola: “E poi c’è la vicenda del bunker. M49 una volta ripreso a fine aprile, dopo la prima fuga del luglio dell’anno scorso, sarebbe stato chiuso per tre mesi in una prigione di poche decine di metri quadri. E così, passati pochi giorni (dalla liberazione dal bunker, ma sempre nell’area del Casteller N.d.A.), l’animale ritrovandosi nello stesso punto dell’altra volta ha pensato bene di fare quello che aveva già fatto: fuggire, seppur in un modo diverso. La situazione, oggi, è diversa perché l’animale è radiocollarato”.

 

                                                                                                                   Segue nella seconda parte