Svolta nella lotta contro la malaria, malattia infettiva che ogni anno provoca la morte nel mondo di oltre 400.000 persone, di cui la maggioranza sono bambini sotto i 5 anni: l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha approvato a ottobre il primo vaccino, prodotto dalla casa farmaceutica britannica GlaxoSmithKline (Gsk) – con l’aiuto, tra gli altri, dell’organismo non profit Path Malaria Vaccine Initiative e con il co-finanziamento della Fondazione Bill & Melinda Gates – e che si chiama Mosquirix, con sigla RTS,S/AS01. Gsk si è impegnata a garantire un prezzo “not-for-profit”, quindi il suo prezzo copre i costi di produzione del vaccino con un piccolo ritorno di circa il 5% che sarà comunque reinvestito nella ricerca e nello sviluppo di vaccini per la malaria di seconda generazione o comunque in vaccini per altre malattie tropicali.

Il Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’European Medicines Agency (Ema) – che valuta le domande presentate dagli sviluppatori di medicinali e raccomanda se un medicinale debba o meno ottenere un’autorizzazione all’immissione in commercio – già nel 2015 aveva dato, per quanto di sua competenza, il via al Mosquirix. L’Oms, per capire se aggiungere il vaccino alle misure raccomandate per prevenire la malaria, aveva allora chiesto un test sul campo in un programma pilota. L’Oms annunciò nel 2017 che il test sarebbe stato effettuato in distretti e regioni di Malawi, Ghana e Kenya per via degli elevati tassi di malaria e dei buoni programmi contro la malattia in corso. Il test tuttavia iniziò nel 2019 e ad oggi ha coinvolto 800.000 bambini: è stato somministrato in quattro dosi: tre dosi tra i 5 e i 9 mesi di età e la quarta dose intorno ai due anni. Il vaccino ha prevenuto in quattro casi su dieci di malaria clinica; in tre casi su dieci di malaria grave; e in sei casi su dieci di grave anemia malarica, che è la più comune nella mortalità dei  bambini.

Per capire l’importanza del problema, sempre nel 2019 i casi di malaria nel mondo furono 229 milioni (un milione più dell’anno precedente), con 409.000 morti, di cui 274.000 bambini fino ai 5 anni di età (il 67% dei morti).  Ciò significa che purtroppo nel mondo, ma soprattutto in Africa dove vi sono il 90% delle vittime totali, ogni due minuti muoia un bambino di malaria. L’infezione può avere conseguenze particolarmente gravi anche nelle donne in gravidanza, persone immunocompromesse, e persone non immuni come migranti, viaggiatori e popolazioni nomadi. L’Oms stima che l’80% dei casi si verifichi in quindici stati africani e in India. Anzi, la metà delle vittime sono in soli sei: Nigeria (ben il 23%), Congo, Tanzania, Burkina Faso, Mozambico e Niger.

Il vaccino Mosquirix è stato approvato dall’Oms appunto nel 2021 e, anche se ha efficacia solo nel 40% dei casi, gli esperti sono convinti che la strada sia quella giusta. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale OMS, ha dichiarato: “Questo è un momento storico. Il vaccino contro la malaria, lungamente atteso, è una conquista per la scienza, per la salute infantile e per il controllo della malaria. L’uso di questo vaccino, insieme agli strumenti esistenti per prevenire la malaria, potrà salvare decine di migliaia di giovani vite ogni anno”. Dello stesso avviso anche Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’OMS per l’Africa: “Per secoli, la malaria ha perseguitato l’Africa sub-sahariana, causando immense sofferenze. Abbiamo sperato a lungo in un vaccino efficace contro la malaria e ora, per la prima volta, abbiamo un vaccino raccomandato per un uso diffuso”.

La lotta alla malaria, e quindi a determinate specie di zanzare, ha incluso le bonifiche dei terreni in cui si riproducono e prosperano questi insetti; la malattia si trasmette tramite la puntura di zanzare Anopheles femmine infette, tuttavia si stima che, su 3.500 specie di zanzare nel mondo, siano una quarantina le specie che possono fungere da vettori per la malaria. Pertanto sono basilari le antiche ma sempre validissime zanzariere, donate alle popolazioni e impregnate di insetticida, che hanno permesso negli anni di ridurre di molto il numero delle vittime.

A questi interventi si uniscono nuovi farmaci antimalarici e, si spera in futuro massicciamente, la lotta biologica come le strategie complementari di gene drive per estinguere le popolazioni di zanzare portatrici della malattia. Ricordiamo il grande contributo dato dalla scienziata cinese Youyou Tu per avere isolato l’artemisina, dalla pianta Artemisia annua, ossia una molecola in grado di contrastare la crescita del plasmodio che causa la malattia. Una scoperta che le valse il premio Nobel per la medicina e che ha contribuito a salvare milioni di vite nel mondo. Una vera e propria rivoluzione che ha permesso, sul lungo periodo, una riduzione dei casi di malaria del 20% e del 30% nei bambini. Purtroppo però sono sempre più frequenti i fenomeni di resistenza verso questo farmaco.

Il vaccino di GlaxoSmithKline – che ha donato dieci milioni di vaccini –  è uno strumento aggiuntivo perché permette di proteggere anche i bambini che non dormono sotto le zanzariere, finora unico presidio di prevenzione efficace a disposizione. Si è dimostrato sicuro e nelle aree in cui è stato introdotto non si è visto calare l’uso di zanzariere, né il ricorso ad altre vaccinazioni pediatriche o l’attenzione generale ai sintomi febbrili. Anche dove i bambini sono protetti da zanzariere e i servizi sanitari per la diagnosi e la cura funzionano, il vaccino ha portato a una riduzione del 30% della letalità della malaria. Attiva il sistema immunitario dei bambini contro il Plasmodium falciparum, uno dei patogeni della malaria nonché il più letale e prevalente in Africa.

Comunque questo vaccino è solo uno dei passi che, si spera, debelleranno la malattia, come ha dichiarato anche sir Brian Greenwood, professore della London School of Hygiene & Tropical Medicine, che ha avuto un ruolo fondamentale nei trial sul vaccino e sulla ricerca: “Questo vaccino non offre protezione completa ma è una visione verso una strada avanti a noi, e ha un grande potenziale per ridurre la morte e la malattia in aree ad alto rischio, soprattutto in combinazione con altri interventi di prevenzione, come le zanzariere per i letti o i farmaci”.

Il vaccino Mosquirix tuttavia non è il primo contro la malattia come si dice, ma è il primo sviluppato per ogni malattia parassitaria. Nei trial clinici ha avuto un’efficacia di circa il 50% contro la malaria severa nel primo anno, efficacia poi scesa a zero a partire dal quarto anno. Il trial non ha misurato l’impatto del vaccino nel prevenire le morti, elemento che ha spinto alcuni esperti a chiedersi se sia un investimento utile nei Paesi con altri problemi enormi e di difficile risoluzione. La malaria severa incide per la metà di tutte le morti ed è considerata un indicatore affidabile di mortalità. Uno studio recente sul vaccino in combinazione con farmaci preventivi somministrati ai bambini durante il periodo di maggiore trasmissione della malattia ha rivelato che l’approccio combinato si è rilevato molto più efficace nel prevenire la malattia severa, l’ospedalizzazione e la morte rispetto a un solo metodo.

Come già scritto, la ricerca di vaccini contro la malaria dura da molto, e alcune speranze sono state smentite come nel caso del Spf66 sviluppato nel 1987 dal medico colombiano Manuel Elkin Patarroyo. Il vaccino fu valutato dall’Oms tramite studi clinici, svoltisi in Gambia, Tanzania e Thailandia, con risultati contrastanti, seguiti nel 2009 da uno studio della Cochrane Collaboration che indicò un’efficacia nulla in Africa e in Asia, ma una bassa però significativa efficacia del 28% in Sud America. Quindi ancora contrastanti. L’Oms dichiarò pertanto il Spf66 “inattivo dopo valutazione clinica”.

La malaria è provocata da un parassita, del genere Plasmodium comprendente oltre 200 specie, di cui almeno cinque trasmettono la malaria agli umani: P. falciparum, P. malariae, P.vivax, P.ovale e   P. knowlesi. Si tratta di microrganismi unicellulari eucarioti il cui ciclo vitale è costituito da due fasi: un ciclo asessuato (schizogonia) in cui i parassiti si riproducono prima nel fegato e nella milza e poi nei globuli rossi del sangue umano; e un ciclo sessuato (sporogonia) in cui si ha la formazione, all’interno dell’intestino delle zanzare, della forma infettante. La trasmissione del parassita avviene quando una zanzara punge un soggetto infetto e successivamente lo trasmette pungendo un individuo sano. La forma infettante è chiamata sporozoita ed è presente nelle ghiandole salivari di zanzare femmine appartenenti al genere Anopheles. La riproduzione del parassita nel sangue costituisce la causa dei sintomi e del decorso clinico, i quali variano a seconda della specie. I plasmodi possono ingannare il sistema immunitario grazie a varie strategie, per esempio attraverso un meccanismo chiamato variazione antigenica i parassiti possono modificare le molecole esposte sulla loro superficie (antigeni) in modo da eludere il riconoscimento da parte degli anticorpi. Per questo motivo chi vive in zone endemiche, se sopravvive all’infezione in età infantile, nel corso degli anni riesce a sviluppare una parziale immunità che funge da protezione contro lo sviluppo dei sintomi più gravi. Però, se i soggetti che hanno sempre vissuto in zone endemiche si allontanano dalle loro aree di origine e poi vi fanno ritorno, possono ammalarsi nuovamente.

Zanzara Anopheles gambiae, una delle specie più pericolose nella diffusione della malaria.