Senza un buon comandante, anche una nave ben costruita può finire in secca. Potremmo dire che è quanto accaduto al Parco Faunistico del Monte Amiata, che si estende su una superficie di 200 ettari nella parte occidentale del territorio comunale di Arcidosso, a sua volta all’interno della Riserva naturale Monte Labbro. Abbiamo intervistato colui che fortemente lo volle e gli diede vita, Niso Cini.

Niso Cini.

Ci racconta la storia del Parco?

Era un progetto degli anni Settanta, nato dalla passione mia, di Franco Perco, Giorgio Boscagli e altri. Il primo in seguito fu tra l’altro direttore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, mentre il secondo diresse il Parco Regionale Sirente-Velino e poi il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Il Parco Faunistico del Monte Amiata avrebbe dovuto essere il centro scientifico, ma anche un’area in cui accogliere i turisti, dell’ipotizzato Parco Nazionale dell’Amiata.

 Che è rimasto sulla carta…

Inizialmente c’era molto interesse, ma non se ne fece nulla, così come ora. Comunque il Parco Faunistico del Monte Amiata fu aperto nel 1989, nel 1990 vi si tenne il primo convegno sul lupo e infine divenne una realtà importante, con moltissimi visitatori, ricercatori scientifici provenienti non solo dall’Italia, studi, molte tesi universitarie.

Gli studi prodotti in tutti quegli anni pare siano spariti, esisterebbero solo, e in parte, nella versione cartacea e quindi non disponibili su Internet. Anzi, non esiste neppure più il sito Internet, dicono che non ci sono i soldi.

Il sito l’avevo fatto io con un mio amico esperto, non era costato nulla e aveva 250.000 contatti, era molto seguito e forniva informazioni scientifiche accurate. Tenerlo aperto sarebbe costato una sciocchezza. Il fatto è che fu chiuso appena una settimana dopo le mie dimissioni, che diedi alcuni anni prima del termine prefissato. Per quanto riguarda gli studi pare che se ne siano perse le tracce, almeno di una parte. Insomma, sembra che qualcuno volesse cancellare la memoria di Niso Cini.

Come mai? Non certo per motivi politici, visto che politicamente in Toscana non è mai cambiato nulla.

Davo fastidio a qualcuno, il mio approccio era che si lavorasse per il Parco, e non che il Parco servisse per dare lavoro. Non ero ben visto anche per questo.

Quanto costò realizzarlo?

Fra i vari lavori, se ricordo bene, circa un miliardo di lire, compresi circa 20 km di recinzioni, la torre di avvistamento dei lupi, magazzini, ristorante, bar, percorsi per trekking e relativa cartellonistica, servizi e altro. Era una novità a livello nazionale perché si ispira ai wild park tedeschi, con la possibilità di osservare la fauna nella sua vita quotidiana, rispettandola e mantenendo una certa distanza/vicinanza tra la natura incontaminata e l’uomo. Gli animali si trovavano in una situazione di semi-libertà: daini, cervi, mufloni, camosci, caprioli ma pure asini autoctoni, come quello sorcino crociato. Aveva una funzione didattico/educativa per favorire la sensibilizzazione verso la natura, aumentando il rispetto verso ogni essere vivente. Si trattava di una gestione naturalistica sì, ma creata anche in favore degli abitanti amiatini e dei molti villeggianti. E non era un costo, ma rendeva anche se il biglietto d’ingresso era di costo ridotto. Si vendevano gadget, bar e ristorante funzionavano bene.

In visita nel Parco.

Si dice che alcuni animali scapparono, per esempio i daini intorno al 1995. Daini che prima in zona non c’erano e che poi si riprodussero facendo danni ai coltivi.

Non è vero, i daini furono reintrodotti nella zona prima, dalla Regione Toscana, negli anni ’70-’80. E neppure scapparono mai i lupi, come invece poi è avvenuto. Per evitare fughe, o eventuali sabotaggi, avevo organizzato un controllo esterno di tutta la recinzione due volte al giorno, e se proprio non si poteva, almeno una volta.

In seguito però sono scappati i lupi, cervi, daini e altro. Pure gli asini. Solo una parte degli animali fu recuperata. Dicono a causa di una tempesta che fece cadere gli alberi sulle recinzioni.

Non commento, io i controlli li facevo fare costantemente.

Ma perché diede le dimissioni?

Troppi ostacoli. Qualcuno cavalcava le pur legittime preoccupazioni degli allevatori e alla fine mi sono scoraggiato.Visti i risultati, sono stati trentacinque anni di lavoro buttati, ci avevo scommesso che avesse un futuro, e invece… Vedere tutto finire così per colpa di amministratori incapaci e disinteressati mi pesa molto. Anche per l’indotto: lavoravano quattordici persone al parco, poi una o due e oggi non so. E poi i turisti che venivano anche dall’estero. Dopo essere andato in pensione, visto il tracollo, decisi di propormi per dare comunque una mano, ma ebbi solo belle parole e nulla di fatto. Mi dicevano che il mio nome dava ancora fastidio. Mi proposi per due volte. Intanto nel 2017 avevano offerto la gestione del parco, un’attività scientifica, a un ristoratore. Senza nulla togliere a quell’attività. A un ristoratore! Che, capita la complessità dell’incarico o chissà per altro, poi rifiutò. Fu a quel punto che nel 2019 mi chiamarono, quando prima per due volte ero stato messo da parte. E così rifiutai.

E ora?

Niente, sto bene, ho 75 anni e due nipoti carissimi da accudire e mi interesso della storia del predicatore Davide Lanzaretti. Sono appassionato di storia delle religioni. Va benissimo così.