Nell’antichità, e pure fino al medioevo in larga parte d’Europa, le foreste ricoprivano il continente: una fittissima, tenebrosa, inquietante coltre di alberi, intervallata da paludi e brughiere, in cui i villaggi e i coltivi parevano punti infinitesimali e sperduti. Come le immense foreste in cui i germani sterminarono le legioni romane di Varo, prese alla sprovvista in una zona angusta e boscosa in cui non poterono schierarsi come di norma. Una natura selvaggia in cui caccia e combatte l’eroe Sigfrido della mitologia norrena e germanica, raccontata nel XIII secolo in particolare nella Saga dei Völsungar norrena e nel poema epico tedesco Nibelungenlied (Il canto dei Nibelunghi), da cui furono tratte opere come L’anello del Nibelungo di Richard Wagner. Temi, come vedremo, molto cari ai nazisti.

Sigfrido.

Ma gli animali temibili, o dannosi per i coltivi, che vivevano da sempre in queste foreste, nel mondo tedesco furono sempre più sterminati, finché nel XIX secolo in Germania (e in Austria, e non solo) si estinsero il lupo, l’orso, la lince e altri, mentre il bisonte e l’uro (il progenitore selvatico dei bovini domestici) erano già scomparsi da secoli.

Il bisonte europeo (Bison bonasus) – più alto di quello americano e dalle corna più lunghe – fu protetto nel XIV secolo dall’istituzione di una enorme riserva di caccia, poi divenuta proprietà del re Ladislao II di Polonia. Tuttavia il primo atto conosciuto legislativo a protezione della foresta risale al 1538, quando re Sigismondo il Vecchio istituì la pena di morte per i bracconieri di bisonti. Cosa che fa pensare che i sudditi affamati non disdegnassero di uccidere questi enormi animali. Sigismondo fece anche costruire un casino di caccia in legno nella città di Białowieza, che diede in seguito il nome a tutta la foresta.

Bisonte europeo, immagine del Rerum Moscoviticarum Commentarii, Herberstein, 1549.

Nel 1557 lo sfruttamento della riserva fu posto sotto il controllo di uno speciale comitato. Evidentemente il bracconaggio e il taglio abusivo degli alberi per farne legna da ardere continuò, e pertanto si suppone che nel 1639 il re Ladislao IV Vasa abbia capito che per fermare tutta quella gente doveva in pratica assoldarla e mantenerla: emanò quindi un editto facendo sì che i contadini locali diventassero osocznicy, cioè cacciatori del re. Non solo, dovevano avere cura dell’intera foresta (e degli animali che vi vivevano). Per invogliarli li esentò anche dal pagamento delle tasse. Funzionò, la foresta restò priva di abitanti, tranne pochi e piccoli villaggi sperduti in quella vastità, e i bisonti risalirono di numero.

Dopo le spartizioni della Polonia da parte della Russia, però lo zar Paolo I ebbe un approccio diverso e trasformò tutti gli abitanti della foresta in servi della gleba, assegnandoli insieme a porzioni di foresta a vari sudditi nobili russi. Senza un controllo al vertice e nessuna protezione, l’attività venatoria  in meno di quindici anni fece precipitare il numero di bisonti da circa 500 a circa 300. Fu solo nel 1801 che lo zar Alessandro I reintrodusse la legislazione che istituiva una riserva per la foresta e la sua tutela, ottima decisione visto che nel 1830 i bisonti erano già aumentati a circa 700. Purtroppo scoppiarono le rivolte popolari nel 1830-1831 e così la stragrande maggioranza dei forestali (500 su 502) partecipò alla rivolta, fu duramente sottomessa e conseguentemente ci fu la cessazione della protezione della foresta.

Tuttavia – e stranamente, perché proprio durante la cessazione dell’attività dei forestali  aumentarono gli animali, cosa che fa sorgere qualche sospetto su di loro – il numero di bisonti aumentò, e di moltissimo. Erano gli inverni molto freddi, e lo stesso vale per le basse temperature primaverili, a ridurre il loro numero o a farlo esplodere. Comunque, la popolazione di questi animali nella foresta arrivò a 1.049 esemplari nel peggiore dei casi e a 1.152 nel migliore dei casi. Solo nel 1850 ci fu l’aumento di 206 bisonti, che nel 1857 arrivarono addirittura a 1.898 esemplari.

Lo zar Alessandro II visitò la foresta nel 1860 e decise di reintrodurre la protezione della selvaggina (il termine fauna arrivò molto dopo) per i bisonti. Totale, nel senso che fece abbattere i predatori presenti: lupi, orsi (scomparsi nel 1878, reintrodotti dal 1937), linci e altre piccole specie, ma senza l’impiego dei veleni. Quando la selvaggina fu ben numerosa, dal 1888, gli zar russi utilizzarono la foresta come riserva di caccia esclusiva della famiglia imperiale. Cominciarono pure a spedire in dono i bisonti a varie capitali europee, e popolarono ancor più la foresta con cervi (ma avevano già iniziato dal 1865), alci, caprioli, daini e altri animali importati da ogni angolo dell’Impero e fornendo loro alimentazione supplementare. Ciò all’inizio del XX secolo creò problemi, visto che nel 1913 l’amministrazione forestale stimò la presenza nella foresta di 5.500 cervi, 4.500 caprioli e oltre 1.000 daini. A questi si aggiungevano moltissimi cinghiali.

Dal 1889 al 1915 nelle battute imperiali furono cacciati e uccisi 152 esemplari, 33 furono catturati e 46 bracconati. Insomma, la caccia legale prelevava poco più di 8 bisonti l’anno, che era circa lo stesso numero di quello dato dalla predazione dei lupi.  L’ultima grande caccia zarista avvenne nel 1912, ossia poco priva della rivoluzione comunista. All’epoca i bisonti europei sopravvivevano solo in Polonia e Russia. Si erano invece già estinti nel medioevo in Francia, Svezia e altrove, mentre in Transilvania scomparvero alla fine del XVIII secolo.

Battuta al bisonte, inizi XX secolo.

Le guerre portano disastri ovunque e di tutti i tipi, e così accadde anche nelle foreste del bisonte. All’inizio della Prima guerra mondiale l’esercito tedesco occupò l’area di Bialowieza e ufficiali e soldati si diedero a uccidere per fini alimentari i bisonti, cervi e così via. Quando il comando vietò quest’attività, almeno 600 bisonti erano già stati uccisi, ma l’ordine non servì a nulla. Furono disboscate anche vaste aree della foresta per la produzione di legname e per la costruzione di strade e collegamenti ferroviari. Tra soldati e bracconieri la mattanza continuò e quando nel febbraio 1919 la regione fu riconquistata dall’esercito polacco si scoprì che lì i bisonti si erano estinti (la cui popolazione era anche calata a causa di una malattia). Anzi, l’ultimo esemplare era stato ucciso appena un mese prima.

Prima guerra mondiale, soldato austro ungarico con un bisonte abbattuto, foresta di Bialowieza.

Nel 1921, finita la guerra sovietico-polacca, la foresta di Białowieza fu dichiarata Riserva forestale (Parco nazionale nel 1932). Si valutò di reintrodurre i bisonti, ma nel 1923 si scoprì che ne erano rimasti una cinquantina solo in vari zoo nel mondo (di cui nessuno in Polonia). Fu proprio la Germania ad attivarsi a favore del bisonte europeo, fondando a Berlino nell’agosto 1923 la Società Internazionale per la Preservazione del Wisent (wisent era l’antico nome tedesco del bisonte), il cui primo obiettivo era quello di registrare tutti i bisonti esistenti e creare quindi un libro genealogico (fu pubblicato nel 1932), sulla base del quale si sarebbe potuto iniziare un allevamento di conservazione.

Presieduta dal direttore dello zoo di Francoforte, Kurt Priemel, ne facevano parte anche l’American Bison Society, l’Associazione polacca di caccia, il Giardino zoologico di Poznań e un certo numero di privati polacchi. Nel 1929 iniziò la reintroduzione nella foresta di Białowieza con quattro esemplari provenienti da vari giardini zoologici e dal Caucaso occidentale (questi ultimi si estinsero in natura nel 1927). I bisonti presero a riprodursi suscitando speranze. Sorsero però problemi: il presidente Priemel era convinto fosse basilare ottenere un lento aumento della popolazione per mezzo dell’esclusiva conservazione della linea di riproduzione, mentre Lutz Heck, biologo, zoologo e poi direttore del Giardino zoologico di Berlino (nonché facente parte delle SS naziste, e pure nato in quello stesso zoo di cui suo padre Ludwig era direttore prima di lui), nel 1934 voleva incrementare la popolazione di bisonte incrociandolo con quello americano in un progetto di allevamento separato a Monaco.

Ed ecco intervenire Hermann Göring. Costui, asso dell’aviazione militare pluridecorato durante la Prima guerra mondiale, entrò poi nel partito nazista divenendone figura seconda per potere solo ad Adolf Hitler. Creò lui la Luftwaffe, ossia l’aviazione militare del Terzo Reich, nonché la terribile polizia segreta nota come Gestapo. Göring era appassionato di caccia – sia quand’era giovane e snello sia dopo quando divenne notevolmente grasso – ed ebbe pure il ruolo di Reichsjägermeister, ossia Capo caccia del Reich. https://www.youtube.com/watch?v=B3C2Lp5PY1E
Hitler, che amava gli animali (ma fece morire consapevolmente e atrocemente milioni di esseri umani, anche nei lager), non sopportava questa sua passione e una volta disse: Come può mai un uomo entusiasmarsi per una cosa simile?! Uccidere animali quando é necessario è roba da macellai. Ma spenderci, per giunta, un sacco di quattrini! Potrei magari capire la caccia se implicasse ancora un pericolo, come ai tempi in cui si affrontavano gli animali selvaggi con la lancia. Ma oggi, che un qualsiasi pancione (riferendosi a Göring N.d.R.) può sparare su un animale a distanza di sicurezza…

Hermann Göring in tenuta da caccia.

Da notare che nella Germania nazionalsocialista fu assicurata la tutela dei diritti degli animali, e con il favore di buona parte della popolazione nonché il convinto supporto dei vertici nazisti, come lo stesso Göring, Heinrich Himmler e persino Adolf Hitler, il quale dichiarò nel 1933: Nel nuovo Reich non può esserci più posto per la crudeltà verso gli animali.

Il partito nazista una volta al potere regolamentò l’uccisione degli animali (solo con preventiva  anestesia) e vietò, primo stato al mondo, la vivisezione grazie a una legge promulgata il 16 agosto 1933 proprio da Hermann Göring, il quale annunciò alla radio: Un divieto assoluto e permanente alla vivisezione non è solo una legge necessaria per proteggere gli animali e per mostrare simpatia per il loro dolore, ma è anche una legge per l’umanità stessa. Ho quindi annunciato il divieto immediato della vivisezione, e il praticarla è un reato. Fino a quando la punizione non sarà pronunciata, il colpevole sarà alloggiato in un campo di concentramento. Che invece gli esseri umani potessero essere usati da vivi nei lager come fece Joseph Mengele, detto Dottor Morte, era tutt’altra questione.

Göring, nonostante fosse un patito dell’attività venatoria, impose severe restrizioni anche alla caccia e vietò la cattura di animali a fini commerciali. Il governo emise pure un decreto sul rimboschimento e sulla tutela degli animali selvatici, regolamentò la macellazione dei pesci e degli altri animali a sangue freddo, così come il trasporto degli animali. Nel 1938 la tutela degli animali venne inserita come argomento da insegnare nelle scuole pubbliche e nelle università tedesche. L’attuale sistema di leggi in Germania, concernente i diritti degli animali e la loro tutela, è costituito da modifiche delle leggi vigenti durante il Terzo Reich.

Insomma, per certi aspetti nella Germania nazista era preferibile o quantomeno più prudente nascere sotto forma di animali, piuttosto che di esseri umani di certe etnie o religioni… (segue nella seconda parte)

Hermann Göring.