Il nostro giornale dedica questo servizio ai cacciatori sportivi (e ai loro cani). Che significa sportivi? Quelli che un tempo – non sappiamo se ne esistano ancora – affrontavano i grandi animali pericolosi dandogli pari possibilità. Non quelli di oggi che, armati e vestiti di tutto punto manco andassero a un safari o in guerra, eroicamente sparano a inoffensivi uccelletti di pochi grammi. Volete un nome? Sacha Siemel, il quale in Brasile uccideva i giaguari che predavano il bestiame. Era un lavoro. Ma dato che Simiel era un coraggioso con tanto onore, quando possibile andava a cercare e uccidere i giaguari armato solo di una lancia. Senza dubbio tra i due antagonisti il più avvantaggiato era il giaguaro, l’animale che gli indigeni brasiliani descrivevano, e descrivono, come l’ombra che uccide con un balzo. Silenzioso, fulmineo e letale.

Prima di tutto, andiamo alla caccia al giaguaro con i cani e armi da fuoco. Un tempo la mentalità comune era quella utilitaristica: i predatori selvatici non erano di alcuna utilità, uccidevano il bestiame e quindi creavano un danno economico. Ergo, dovevano essere uccisi sempre e ovunque. Ma un tempo era legale. La coscienza ecologica non esisteva. Non importava che fosse l’uomo a penetrare sempre più in profondità nelle foreste, distruggendole o disboscandole. L’habitat del giaguaro doveva lasciare il posto alle piantagioni e ai pascoli e veniva, e viene, frammentato a causa della costruzione di strade, dighe e miniere. Con l’aumento dell’allevamento, nei pressi degli insediamenti si verificavano e si verificano tuttora conflitti con i giaguari, che si cibano anche di animali domestici e da reddito. Tradizionalmente esistevano (ed esistono, anche se illegalmente) i cacciatori di giaguari, i caboclos, assunti dai proprietari terrieri appositamente per sbarazzarsi di questi felini (desonçar, ossia togliere le onças, cioè i giaguari) in alcune aree destinate all’allevamento del bestiame, rendendole sicure per gli insediamenti umani e le loro mandrie. Senza contare i safari illegali con vere e proprie agenzie o strutture delinquenziali. La pratica tradizionale di eliminare i felini con l’uso dei cani è diffusa.

Caccia al giaguaro con i cani, 1898, Bagè, Rio Grande do Sul.

Gran parte dei bovini sono allevati bradi e molti di questi si allontanano e diventano bagual o chucro, ossia si inselvatichiscono. Si verifica pure con i cavalli e i maiali. Quelli che rimangono domestici vengono chiamati tambeiro. Nelle enormi, e non sono poche, aziende brasiliane i bagual non interessano a nessuno, anzi sono mal visti. I vaccari dicono: Se prendi questi bovini e li mescoli con gli altri, quelli addomesticati li seguiranno e diventeranno selvatici anche loro. Saranno selvaggi per sempre. Sono veleno. Devi eliminare tutti i bagual, altrimenti trasformeranno il domato in bagual. Altri invece cercano di domare il bestiame bagual, che certamente è molto più diffidente e bellicoso, portandolo nella mandria addomesticata.

In generale, non è la mancanza di prede naturali che fa attaccare il bestiame dal giaguaro, ma piuttosto la disponibilità di una nuova risorsa alimentare, più facilmente accessibile rispetto alle prede autoctone. Insomma, quello che molti di questi studi hanno evidenziato è che in due secoli di convivenza (per esempio nel Pantanal), i bovini sono entrati a far parte della dieta naturale dei giaguari, spesso il loro principale alimento in termini di biomassa. https://oncafarijaguarproject.wordpress.com/tag/jaguar/

Questo bestiame brado, incluso quello bagual, è enormemente numeroso e certo la predazione di questi felini – come quelle da parte di caimani e coccodrilli sugli adulti o delle anaconde sui vitelli – soprattutto sul bagual, sono infinitesimali. Per capire, il Brasile conta 232 milioni di bovini, 42 milioni di maiali, 10 milioni di capre, 2 milioni di bufali, senza contare i parecchi milioni di pecore. Le perdite da predazione per piccoli allevatori possono essere pesanti, ma per i medi o i grandi sono irrisorie. Uno di questi ultimi dichiarò a Felipe Süssekind, del Dipartimento di Scienze Sociali della Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro: Parlando da allevatore di bestiame, preferirei che il giaguaro non esistesse. Ma sappiamo che fa parte di una catena alimentare, che preda altri animali e quindi li controlla. La mia famiglia è nella regione del Pantanal da cinquant’anni, ci sono animali selvatici, c’è bestiame. La mia tenuta è piena di giaguari. Ma non mi ostacolano. Quindi, lasciamoli vivere lì! Non mi danno fastidio. Non c’è nessun problema. Ma altri la pensano all’opposto: Ha ucciso il mio bestiame e allora lo ucciderò, che sia protetto o no.

La caccia al giaguaro era estremamente pericolosa senza i cani che in parecchi, senza avvicinarsi troppo, abbaiando lo frastornavano obbligandolo a salire sugli alberi. Un giaguaro –  che a seconda del sesso e della sottospecie va da 35 a 130 kg, con record di 160 – a terra era invece estremamente pericoloso essendo sempre possibile un fulmineo contrattacco contro i cacciatori. Naturalmente i cani servono anche per salvaguardare e monitorare i giaguari, per esempio per munirli di radiocollari. https://www.youtube.com/watch?v=7AY60buQH0Q

Per il giaguaro non servivano grossi cani da presa. Quei pochi che li usarono capirono subito il perché. Il giaguaro viveva anche nel sud degli Stati Uniti (che sta però lentamente ricolonizzando, precisamente il meridione di California, Arizona, New Mexico e Texas) ed è proprio dal cacciatore governativo “Bee” Adkins, il quale uccideva gli animali cosiddetti nocivi come appunto il giaguaro, che  abbiamo maggiori dettagli. L’ultimo giaguaro in Texas fu abbattuto vicino a Kingsville nel 1948, prima del ritorno succitato: Come cani da presa, insieme ad altri di diverso tipo della muta come Plott Hound, Trigg e Walker, uso Airedale Terrier e Bull Terrier. I miei cani sono abituati alla caccia anche di lupi e coyote e con questi animali essi devono buttarsi avanti e prenderli (tenerli in gruppo N.d.R.) perché, se un cane si mette a combattere con un lupo, il lupo lo fa a pezzi. Ma nessun cane può caricare un giaguaro e uscirne vivo.

La prima volta che stanarono un giaguaro, l’animale avanzò tranquillamente, poi si accucciò ad aspettare i cani. Quando i cani da presa si fecero sotto, allungò una zampa, agganciò con gli artigli il cane più vicino e lo tirò a sé. Poi gli trapassò la testa con i denti e si sedette sul suo corpo aspettando gli altri. Prime che Bee potesse sparargli ne aveva uccisi quattro, ammonticchiando i cadaveri. Lo fece: Come fossero stati legna da ardere. Allora presi cani di razza mista, che non sono così combattivi, ma in compenso sono più furbi. Saltano intorno al giaguaro tenendosi a distanza e abbaiando a tutta forza, finché il giaguaro si stanca del frastuono e sale su un albero, e io gli sparo. Sono perfetti per la caccia al giaguaro, ma non sarebbero serviti a stanare un coyote o a fare scendere un gatto selvatico da una roccia. Di solito i giaguari si rifugiano sugli alberi, ma alcuni esemplari particolarmente intelligenti o esperti quando da lontano vedono arrivare il cacciatore preferiscono scendere, affrontare i cani e andarsene.

Un giaguaro ucciso in Texas.

Questo fa capire che in Brasile i potenti e grandi cani molossoidi Fila Brasileiro in realtà non erano, e non sono (quelli da lavoro), preferibili per la caccia al giaguaro. In effetti, una ricerca fatta dal giornale K9 Uomini e Cani non ha trovato riscontri fotografici di impiego di Fila Brasileiro nella caccia, ma solo di un esemplare in posa a fianco di un giaguaro morto, non sappiamo in quale contesto. Il fatto che il Fila Brasileiro venga anche chiamato cabeçudos onceiros, ossia “testa grossa cacciatore di giaguari” non deve trarre in inganno, le fotografie trovate mostrano sempre e solo gruppi di cani piccoli o medi, comunque sempre molto veloci, agili e sfuggenti. Il compito era straordinariamente difficoltoso e pericoloso. I cani dovevano spaventare il felino e nel caso affrontarlo per bloccarlo o almeno trattenerlo in attesa degli uomini armati. Attenzione, affrontarlo mordendolo dietro e ai fianchi mentre altri cani lo fronteggiavano, perché qualsiasi cane, anche in gruppo, che lotti corpo a corpo con questo felino semplicemente prima o poi è destinato a morire. Artigli a parte, il giaguaro a parità di grandezza è il felino con il morso più potente, tanto da sfondare il cranio dei bovini e dei caimani.

La pelle umana, e anche quella delle scimmie, non è spessa né resistente e quindi le ferite da taglio e penetrazione sono sempre evidenti o gravi. La pelle di altri animali invece è spessa e dura, molto resistente. Abbiamo appositamente chiesto ad alcuni pellicciai informazioni e in particolare su quella del giaguaro, quando tali pelli erano commerciabili. Bene, per tagliare la pelle di questo felino occorreva una speciale lama in acciaio molto dura e affilatissima, e si faceva fatica. Difficile pensare che il morso di qualsiasi cane possa ferire significativamente un animale del genere. Ma può farlo senza alcun dubbio la punta estremamente affilata di una lancia, detta anche zagaglia, se si sa come usarla e se si ha il coraggio di farlo. E qui arriviamo a Sacha Siemel.

Alexander “Sasha” Siemel (1890-1970), nato a Riga in Lettonia, fu un avventuriero, cacciatore professionista , guida, attore, scrittore, fotografo e docente. Parlava sette lingue e si vantava, a ragione, di aver vissuto più avventure in un solo anno di quante la maggior parte degli uomini avesse avuto in una vita. È noto per avere cacciato con successo più di 300 giaguari, oltre a puma, coccodrilli, anaconde e altri animali selvatici. Di questi 300 giaguari, 31 li uccise con la lancia e l’arco e frecce.

Siemel si trasferì negli Stati Uniti nel 1907 all’età di 17 anni, rimanendovi per due anni e spostandosi poi in Argentina e in Brasile, dove lavorò per quasi dieci anni come armaiolo e meccanico nei campi minerari di diamanti del Mato Grosso. Lì familiarizzò con l’ambiente tropicale e ogni tanto svolgeva battute di caccia nei dintorni, uccidendo anche giaguari, cosa che fece poi professionalmente dal 1923, a 33 anni, nelle tenute del Pantanal, assunto dai proprietari terrieri per uccidere i giaguari che predavano il bestiame.

Sasha imparava velocemente. L’osservazione e il contatto costante con questi animali e gli indigeni, le strenue marce nel caldo torrido e i lunghi appostamenti nella foresta lo resero uno specialista del comportamento animale. Incontrò Joaquim Guato, un indigeno di cui aveva sentito parlare in quanto cacciava i giaguari solo con la zagaglia: un uomo minuscolo che Siemel stimava avesse circa 60 anni, gran bevitore di una pessima birra locale. Pareva impossibile che potesse compiere tanto e allora Siemel gli chiese di accompagnarlo la mattina dopo. Sebbene fosse giovane e perfettamente in forma, ebbe però grossi problemi a tenere il passo con Guato mentre il vecchio cacciatore si faceva strada abilmente attraverso la fitta giungla, seguendo l’abbaiare dei suoi cani. Quando il giaguaro alberato alla fine si lasciò cadere dai rami per affrontare Guato, Siemel rimase sbalordito dalla velocità e dall’agilità dimostrate dal piccolo indigeno, che tenne la zagaglia all’altezza della vita, avvicinandosi lentamente finché non fu a breve distanza dal felino, pungolandolo fino a provocarne l’attacco furioso. A quel punto lo colpì al petto, uccidendolo.

Fu allora che Siemel decise che avrebbe imparato divenendo un tigrero, o sarebbe morto nel tentativo, e quell’indigeno glielo insegnò. Siemel, che uccise il primo giaguaro con la lancia nel 1925, capì che anche i cani rischiavano molto quando Dragoa, il miglior cane da caccia di Guato, fu sbranato. E poi fu la volta dello stesso Guato, ucciso da un enorme giaguaro di 139 kg tristemente noto col soprannome di “Assassino” e caratterizzato dall’avere un piede anteriore con solo tre dita. Quando la gente trovava grandi inpronte con tre dita prendeva subito la direzione opposta.

Questo giaguaro non solo aveva predato bestiame dalla maggior parte delle fattorie della zona, ma aveva ucciso diversi cacciatori che lo inseguivano, tra cui un paio di tigreri ossia cacciatori specializzati. Per questo motivo chiunque si rifiutava di inseguire Assassino, in quanto era stato già braccato e probabilmente ferito un tempo dai cacciatori. Era ormai esperto e infatti anche se inseguito dai cani non si arrampicava sugli alberi, perché aveva imparato a proprie spese, rimanendo solo ferito, che l’albero significava la morte. Un contadino che aveva perso diversi capi di bestiame chiese a Sasha di cacciare e uccidere quell’animale ma lui si rifiutò per le stesse ragioni: troppo pericoloso quel giaguaro. Il contadino allora decise di provarci lui, finendo ucciso. A quel punto Siemel decise di provarci, insieme ai suoi quattro cani. Era armato solo di arco e frecce e della zagaglia. Durante le ricerche ebbe anche il dispiacere di trovare le ossa di Guato. Quando i cani fiutarono la pista di Assassino, allontanandosi, il giaguaro prese a nascondersi in agguato, uccidendone tre, uno dopo l’altro. A quel punto Siemel afferrò il suo ultimo cane, Pardo, per evitare che venisse ucciso anche lui. Doveva fare qualcosa, perché anche lui era ormai in estremo pericolo, il giaguaro non stava fuggendo ma lo braccava in quella fittissima vegetazione.

Pertanto calpestò di proposito la coda di Pardo per farlo guaire e attirare il felino. Funzionò e dopo circa 30 secondi Sasha vide un movimento, ritenne di vedere la spalla del giaguaro e scoccò una freccia, in effetti colpendolo. Assassino ruggì e attaccò. Siemel ebbe appena il tempo di conficcargli la zagaglia nel petto, tenendola saldamente, ma la furia dell’animale gli fece perdere facendolo cadere sulla schiena, ma si alzò in un istante e conficcò ancora la lancia nel petto del giaguaro fino alla traversa, o elsa, dietro la lama della zagaglia. A questo punto Sasha e Assassino lottarono l’uno contro l’altro mentre Sasha cercava di far muovere la lancia avanti e indietro nella ferita per facilitare il sanguinamento. Il cane Pardo cercava di aiutarlo come poteva. Con l’asta di legno della zagaglia stretta saldamente nella sua ascella, fu sollevato da terra diverse volte come un fuscello, ma riuscì a rimanere in piedi. Dopo circa 30 minuti di lotta, Assassino morì. Dopo quella caccia Siemel decise che mai più avrebbe cacciato da solo, ma accompagnato da qualcuno che potesse intervenire in caso di difficoltà.

Naturalmente Assassino era un predatore e non era né buono né cattivo ma svolgeva il suo ruolo naturale. E forse Guato, cacciatore di giaguari da sempre, aveva trovato una morte degna della sua vita proprio per mezzo di uno dei suoi formidabili avversari di sempre. Ovviamente, il fatto che Assassino svolgesse il suo ruolo di predatore non deve fare supporre che gli indigeni giustificassero e accettassero i suoi attacchi.

Il rischiosissimo epilogo.

Ci voleva una grande forza e agilità per affrontare un giaguaro, eppure Sasha non era un gigante, essendo alto circa 180 cm e pesante poco più di 80 kg. La tecnica consisteva appunto nell’aspettare che il giaguaro saltasse, e nel momento esatto infilzarlo con la zagaglia (che non si lanciava ma si teneva saldamente) nella parte superiore del petto o nel collo, sfruttando il peso stesso e la velocità dell’animale. Naturalmente il felino, se sapeva che quella sorta di bastone era pericolosa o se era stato colpito solo leggermente poco prima, si difendeva con gli artigli e gli girava intorno come un fulmine. https://www.youtube.com/watch?v=5TADlw8jJEc

Sasha sapeva che se il felino gliel’avesse strappata, la morte sarebbe stata certa. Come diceva, cacciare con la lancia il giaguaro non è difficile, se si riesce a stare in piedi quando carica. I suoi cani, e in particolare uno di nome Valente, che fu sempre all’altezza del suo nome, in tal caso avrebbero potuto fare poco. Siemel teneva molto ai suoi cani, tanto che una volta per salvarne uno si tuffò dal ponte di un piccolo piroscafo addirittura in un fiume infestato dai piranha, i piccoli pesci carnivori che in banchi possono spolpare in pochi minuti persino un bue!

Nell’articolo Interviewing the Tiger-Man, Siemel afferma: Ho imparato l’arte da un povero indigeno che non aveva altro che una lancia fatta in casa, mentre io avevo il mio fucile ad alta potenza. Ma penso di essere stato un buon allievo e ammetto che richiede esperienza e giudizio. E nel numero di luglio 1937 di Ye Slyvan Archer scrisse: È logico e naturale che io debba preferire l’arco al fucile. La lancia è un’arma primitiva, così è l’arco. Mentre non voglio dire che cacciare grandi felini con un fucile non possa essere molto pericoloso ed eccitante in tutte le circostanze, in particolare nelle nostre giungle del Mato Grosso dove la visibilità è estremamente limitata… mi sembra che l’arco integri la lancia.

Sacha Siemel con due dei suoi cani.

Siemel divenne famoso nel mondo. Nel 1931 apparve una monografia, Green Hell, di Julian Duguid. Il libro racconta un viaggio del 1929 attraverso il Pantanal, dove l’autore e due compagni di avventura impiegarono Siemel come guida. Qui, a Siemel fu dato per la prima volta il soprannome di “Tiger Man”, che divenne il titolo della biografia del cacciatore di Duguid, del 1932. Incoraggiato da Duguid, Siemel iniziò a tenere conferenze nel mondo. Nel 1937, mentre teneva conferenze a Filadelfia, incontrò Edith Bray, una giovane fotografa, la quale in seguito lo raggiunse nel Pantanal. Tre anni dopo, all’età di 47 anni, la sposò e i due rimasero nel Pantanal. In questo periodo Siemel divenne anche attore, con il ruolo di Tiger Van Dorn nella serie televisiva del 1937 in quindici puntate Jungle Menace di Frank Buck. Poi seguì il film del 1946 Jungle Terror. Siemel con la moglie e i tre figli si trasferì nel 1947 nella loro fattoria in Pennsylvania, continuando a tenere conferenze, scrivendo articoli e libri di grande successo e partecipando a spedizioni fino a un anno prima della sua morte. Ma raccontare tutto quel che fece questo straordinario uomo (e i suoi cani) sarebbe troppo lungo. Morì nel 1970 a Green Lane, Pennsylvania, a 80 anni.

Sacha Siemel ormai vecchio, con i fedeli cani, la zagaglia e l’ultimo avversario, un giaguaro.