La caccia è un’attività controversa: i suoi sostenitori ne richiamano la natura di sport sano e legittimo e lamentano i troppi vincoli esistenti, mentre gli oppositori sottolineano la crudeltà di uccidere animali per divertimento e vorrebbero ulteriori restrizioni e divieti, fino all’abolizione totale. La linea di Pan non è contraria alla caccia in generale ma ritiene che alcune norme attuali siano assurde e da abolire, come il fatto che il proprietario di un fondo non possa impedire che vi si entri per cacciarvi, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno. Quel fondo è del proprietario, è suo, non è del cacciatore! Il proprietario deve potere decidere se vietarvi la caccia oppure autorizzarla dietro pagamento o no. Perché mai il proprietario dovrebbe affrontare un enorme investimento, visto che sovente si tratta di ettari ed ettari, per recintarla se non vuole che vi si cacci? Forse le aree faunistiche protette dello stato, i parchi, sono recintate? E sappiamo bene che quando un’area ha al confine i paletti con le segnalazioni, capita che vengano distrutti a fucilate o abbattuti e nascosti da cacciatori irrispettosi e pure delinquenziali, che poi dicono di non avere visto, appunto, i cartelli…

Solo una parte dei cacciatori sono così incivili, ma tutti loro subiscono i danni anche d’immagine provocati da pochi. Devono ricordare che ormai sono calati a circa 600.000, pari solo all’1% della popolazione italiana. E devono capire che il territorio è di tutti e che tutti pagano le tasse, non solo i cacciatori per potere esercitare la loro attività. L’età media dei cacciatori inoltre è sempre più elevata e la maggior parte supera i 65 anni, manca il sufficiente ricambio generazionale. Inoltre, contrariamente ai loro oppositori, si fanno più guerra tra loro che altro. Abolire la caccia sarebbe sbagliato, perché questa serve anche a chi è contrario, poco ma sicuro. Il mondo dei cacciatori si è però sempre dimostrato, nei fatti, collaborativo con la società, aiutando le forze dell’ordine, raccogliendo e donando milioni di euro per scopi benefici a vantaggio di tutti (come nel contrasto al Covid-19), pulendo i sentieri  e tanto altro. Cose che, per dirla tutta, i loro oppositori non hanno mai fatto e forse molti neppure mai pensato di fare.

Ma le associazioni venatorie le cose non le divulgano appieno, le fanno circolare tra i loro giornali di settore che di fatto hanno un numero di lettori infinitesimale, hanno spesso una mentalità “vecchia” e non al passo con i tempi. Per questi e altri motivi si è giunti addirittura al fatto che nelle decisioni scientifiche e gestionali degli enti naturalistici sia presente, e persino onnipresente, il mondo ambientalista ma quello venatorio quasi mai no. Inoltre non poche associazioni ambientaliste/animaliste possono portare in tribunale il mondo venatorio e altri quando vogliono, visto che hanno il patrocinio gratuito, ossia le spese legali le paga l’intero popolo italiano e non loro. Riteniamo che, così come alcuni aspetti della caccia dovrebbero essere aboliti, anche questa concessione al mondo animalista/ambientalista dovrebbe cessare al più presto o almeno essere limitata fortemente. Sia chiaro, l’opera degli ambientalisti è legittimo e anzi basilare, ma non sono mancati casi in cui i loro presidenti e vicepresidenti erano avvocati che si autoaffidavano gli incarichi nei processi e che quindi intascavano parcelle e altro.

Altro discorso sono i tentativi di abolire la caccia con i referendum, l’ultimo dei quali per inciso non ha visto l’adesione della stragrande parte delle associazioni animaliste/ambientaliste. Come si sa, pochi giorni fa si è chiusa la raccolta di firme, e la campagna dei promotori ha utilizzato e diffuso dati e affermazioni smentite ufficialmente dalla scienza e dagli enti preposti, per esempio dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) – massimo e prestigioso ente pubblico di ricerca ambientale e sottoposto alla vigilanza del ministero della Transizione Ecologica – che ha dichiarato che non è affatto vero che abbattendo con la caccia i cinghiali questi conseguentemente aumentino. Anzi, per l’Ispra la caccia a questi suidi dovrebbe essere ben maggiore e si otterrebbe un drastico calo delle popolazioni solo se, per diversi anni, si rimuovesse l’80% dei cinghiali presenti ogni anno. https://www.repubblica.it/green-and-blue/2020/10/26/news/la_grande_questione_dei_cinghiali-271939812/

I promotori del referendum inoltre parrebbe non abbiano perfetta conoscenza di cosa sia un referendum. Per esempio, nel sito https://www.referendumsiaboliamolacaccia.it/faq/ al punto 6) Cosa accadrebbe se si raggiungesse il quorum? c’è scritto testualmente: Se si raggiungesse il quorum la legge 157 tornerebbe alla sua vera natura cioè quello della tutela della fauna selvatica e vieterebbe la caccia in ogni dove ed in maniera totale costringendo le amministrazioni a trovare soluzioni “ecologiche” cioè naturali e senza uccisioni nella gestione degli animali selvatici. Non è affatto vero, i promotori non sanno che non basta raggiungere il quorum? La popolazione dopo deve esprimersi con il referendum che può raggiungere la maggioranza oppure no, piccolo particolare. Sfuggito o cosa?

Esistono associazioni che perseguono seriamente le (loro) mire, e una di queste è Vittime della Caccia, che ha presentato il Dossier 2020-2021 Brava Gente-Caccia di frodo-Fauna selvatica vittima-illeciti/reati/crimini-armi nel quale tra l’altro si cita che “il 63% dei bracconieri sanzionati erano cacciatori con licenza, il 34% senza”, anche se non si capisce se questa stima sia quella ufficiale nazionale degli enti deputati o se estrapolata da loro solo sui dati di cui sono venuti a conoscenza. Ciò stride con quanto pedissequamente detto e ridetto dalle associazioni venatorie e dagli stessi cacciatori, ossia che “cacciatori e bracconieri sono due cose ben diverse”. Non è sempre così, semmai è vero che chi caccia senza licenza è soggetto al reato penale di furto venatorio punito con la pena della reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 103 a 1.032 euro, mentre il cacciatore munito di licenza ma che contravviene ad alcune specifiche disposizioni in materia rischia sanzioni che, pur se di carattere penale, sono solo contravvenzionali. In entrambi i casi c’è il sequestro di armi e relativo materiale. Quello che ci appare strano è che Vittime della Caccia sia in grado di fornire dati sul bracconaggio, mentre le associazioni venatorie, che pure hanno proprie guardie venatorie sul territorio, no. Come mai?

Abbiamo allora contattato Federcaccia, la maggiore associazione venatoria italiana (ma ce ne sono non poche altre), che gentilmente ci ha subito messo in contatto con Valter Trocchi, che è anche il rappresentante delle associazioni venatorie nella Cabina di regia antibracconaggio presso il ministero della Transizione Ecologica, il quale ci ha dichiarato: “La strumentalizzazione del pur deplorevole fenomeno del bracconaggio è una prassi tipica delle associazioni contrarie alla caccia per colpire il mondo venatorio. In realtà le statistiche ufficiali raccolte dalle Regioni in base a quanto disposto dall’art. 33 della Legge n. 157/1992 (le sole disponibili a livello regionale e nazionale) non consentono di ricondurre i dati degli illeciti penali o amministrativi a persone con o senza licenza di caccia. In nessun caso, quindi, è possibile sostenere tale tesi sulla base di statistiche ufficiali a livello nazionale o regionale.

Occorre inoltre considerare che oggi si tende impropriamente ad ascrivere al bracconaggio anche illeciti che nulla hanno a vedere con il bracconaggio vero e proprio. Mi riferisco alla pesca di frodo, alla raccolta illegittima di anfibi e di altri animali, all’importazione illegittima di animali o parti di animali (specimens) magari da parte di turisti e altro ancora. Anche nelle statistiche sugli illeciti rientrano infrazioni alle norme di fatto non ascrivibili a bracconaggio, come ad esempio quelle sulla sicurezza o sull’uso di munizioni di piombo in zone umide, ecc. In ogni caso il bracconaggio in Italia è ancora una minaccia per la conservazione della fauna selvatica e va contrastato con forza sia sul piano della prevenzione sia su quello della repressione. Su questo fronte le associazioni venatorie sono sempre a fianco delle istituzioni preposte con le quali collaborano costantemente e attivamente. La lotta al bracconaggio è infatti una parte integrante e fondamentale del loro impegno nel migliorare lo stato di conservazione della fauna selvatica e contrastare il degrado ambientale. Per questi obiettivi ci si batte da anni attraverso strategie articolate, che coinvolgono anche le fasi di formazione e aggiornamento dei cacciatori, la produzione di guide per il riconoscimento di specie simili (cacciabili o protette), e soprattutto supportando quasi 4.000 guardie venatorie volontarie, che operano coordinate normalmente dalle polizie provinciali.

I risultati iniziano ora a vedersi in modo più evidente ed è lo stesso ministero della Transizione ecologica, Direzione generale per il Patrimonio naturalistico, che lo conferma in una recente lettera (prot. 0105512.01 del 1/10/2021): Per quanto nel lungo periodo emerga una riduzione degli illeciti e non si abbiano segnali di aggravamento complessivo del fenomeno, si registra la necessità di mantenere alta l’attenzione soprattutto a livello delle amministrazioni regionali, come già peraltro manifestato dal ministro dell’Ambiente con la nota inviata ai presidenti delle Regioni e Province Autonome nel gennaio 2021“.

In effetti, uno studio dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” conferma la diminuzione del fenomeno del bracconaggio. Il confronto con gli anni precedenti, mostra un trend decrescente del numero dei decessi, passati da 18 nel 2017 a 15 nel 2018 e a 15 nel 2019. Analogamente, anche il numero di feriti si è ridotto passando da 66 nel 2017 a 62 nel 2018, per poi scendere a 60 nel 2019. Nessun decesso si è verificato fra i non cacciatori, essendosi registrati solo 4 feriti. Sia il numero dei decessi sia quello dei feriti appaiono quindi in sostanziale diminuzione. Per il periodo che va dal 1° settembre 2019 al 31 gennaio 2020 gli incidenti sono stati 78, con 18 vittime e 60 feriti. I dati riportati dalla ricerca non comprendono eventi causati da malori, cadute, atti intenzionali o episodi di bracconaggio, che non hanno a che fare con una pratica venatoria corretta. Neppure la caccia risulta tra le più pericolose a confronto con altre attività sportive e ricreative all’aperto, visto che nel 2019 l’escursionismo ha avuto 133 morti e 111 feriti, la balneazione 84 morti e 12 feriti escludendo i malori, gli sport invernali 36 morti e 50 feriti, l’alpinismo e le arrampicate 21 vittime, il parapendio e base jumping 22 morti e 53 feriti. Questi i dati forniti  dall’Università degli Studi di Urbino. L’Associazione Vittime della Caccia però ha smentito la smentita definendo “Totalmente sballati i numeri dell’Università di Urbino”.

Che necessitino misure più severe è evidente: per fare un esempio, nel mese di ottobre di quest’anno nella bassa pianura bresciana si è assistito a diffusi atti di bracconaggio. In una sola settimana sono stati 20 i cacciatori denunciati in Lombardia dalle guardie Wwf, tra cui 13 cacciatori denunciati in Provincia di Brescia, 3 cacciatori in provincia di Pavia (tutti provenienti dalla provincia di Brescia) e due in provincia di Milano. “Il dato preoccupante” –  hanno sottolineato le guardie del Wwf – “è che il 100% dei cacciatori controllati negli ultimi giorni aveva abbattuto fauna protetta e quasi sempre utilizzava richiami acustici vietati. Le sanzioni previste dalla Legge 157 del 1992, seppur prevedano in questi casi una denuncia, evidentemente non incutono più alcun timore”. Addirittura nei Comuni di Gambara e Gottolengo in sole due ore sono stati denunciati 9 cacciatori (con licenza, precisiamo) e un uomo del tutto privo.

Tuttavia è vero che la caccia in Italia deve fare i conti con un territorio antropizzato, in cui è raro non vi siano abitazioni o strade. Ricordiamo che la legge vieta di sparare con munizioni a pallini a meno di 100 metri (di spalle) da case, fabbriche o altri edifici non disabitati, oppure sparare in loro direzione da una distanza inferiore a 150 metri. Inoltre, non si può cacciare a una distanza di 50 metri da qualsiasi strada (comprese quelle comunali non asfaltate) e dalle ferrovie né sparare verso di esse da meno di 150 metri. Se ci sono fondi con bestiame presente (in mandria, gregge o branco) non ci si può avvicinare a meno di 100 metri. In nessun caso si può sparare da automobili, natanti o aerei.

Val Calepio, Bergamo. Giusti i cartelli, ma in realtà in caso di ferite lo sparatore è sempre perseguibile per legge.

Oltre a questo, i proiettili usati per la caccia grossa, per esempio al cinghiale, hanno gittate enormi: molti credono che la gittata massima di queste armi a canna liscia – comunque già imprecise a distanza – sia di 200 o 300 metri, ma una palla Brenneke può arrivare con un alzo di 30° – per esempio sparando verso una collina – a ben 1.200 metri, e potenzialmente uccidere anche a 1.000. Un proiettile di fucile a canna rigata può invece superare i tre chilometri di distanza. Si badi bene, si parla di raggio dal punto di sparo. Per questo motivo è vietato sparare, per motivi precauzionali, in direzione di strade o abitati a meno di una volta e mezzo la gittata massima del proprio fucile e relativo munizionamento: per capire, se il proiettile arriva a 3.000 metri non si può sparare in direzione di una casa o strada posti in quella direzione a meno di 4.500 metri. E lo stesso vale nelle altre direzioni, se vi sono strade o case.  https://www.youtube.com/watch?v=YDb82W8mSdE

Si capirà che già questo, se applicato e controllato severamente, porterebbe all’impossibilità di cacciare in quasi tutta Italia. Senza contare che nei prati, boschi e montagne vi sono fungaioli, pastori, agricoltori, escursionisti e così via, che hanno tutto il diritto di stare lì, e senza rischiare di finire fucilati per sbaglio. Già, perché sempre secondo l’associazione Vittime della Caccia, dal 2007 a oggi sono morte più di 200 persone e oltre 800 sono rimaste ferite. Di queste, una parte sono non cacciatori e persino bambini.

Tra i casi di cacciatori incoscienti che sparano a tutto ciò che si muova senza distinguere prima, nel novembre 2020 a Nepi ci fu il caso di Andrea Lo Cicero che si trovava con moglie e figlio vicino alle sue asine – nel recinto, vicino alla sua casa con terreno che si trova all’interno di una riserva di caccia – quando una delle sue asine fu ammazzata dalla fucilata di un cacciatore di 77 anni. Costui, subito fermato dai carabinieri intervenuti, sequestrando anche l’arma e la licenza, ammise di essersi sbagliato. Ossia aveva confuso un asino, dentro il recinto, addirittura con un cinghiale. Racconta Lo Cicero: ” Sparò da una ventina di metri dal recinto, e a una quarantina da casa mia, con un fucile a palla rigata, un Browning con una gittata di un paio di chilometri. Davanti a me, mia moglie e mio figlio che ora ha due anni e mezzo. Quell’asina, come gli altri, per noi era come una persona di famiglia, le eravamo affezionati. L’ho immediatamente denunciato, a dicembre ci sarà la prima udienza. Poi un gentile cacciatore mi telefonò dalla Sardegna per offrirmi in dono un asino, ma rifiutai subito, così come rifiutai altri asini in regalo da altri. E dire che casa mia è circondata da 13 ettari di proprietà, e non è dentro un bosco. Possibile che io e la mia famiglia si debba convivere con il timore che qualche pallottola entri persino dalle finestre? Che i miei asini, le caprette, cani e gli altri animali vengano ammazzati? Tempo prima mi fu avvelenato uno dei miei cani, ma non c’entravano i cacciatori. E non è finita, domenica 17 ottobre di quest’anno uno di un gruppo di quattro cacciatori ha sparato da 50 metri in direzione di casa mia, nonostante la legge vieti di sparare verso le case da meno di 150 metri. Sono stati filmati e ho fatto denuncia. Finché non cambieranno le cose e non ci saranno controlli più severi saremo vittime della caccia”. Considerazioni e timori legittimi.

L’asina uccisa e Andrea Lo Cicero.

Una buona parte degli oppositori della caccia però paiono avere come finalità la salvezza di tutti gli animali, selvatici e non, preoccupazione legittima ma non sembrano sensibili ad altre realtà obiettivamente ben più gravi ma di cui loro si avvalgono tranquillamente senza farsi problemi.  Per esempio non hanno nulla contro i telefoni cellulari, che funzionano grazie al coltan estratto nelle miniere africane persino da orde di bambini in condizioni spaventose. Quegli stessi telefoni cellulari che ogni anno causano decine di migliaia di vittime tra gli automobilisti che li usano in situazioni di rischio e vietate. Qualcuno ha mai fatto campagne per vietare i telefoni cellulari? No.

Ma la caccia suscita l’attenzione dell’opinione pubblica. Il buonismo poi impera, al punto di fare credere che sia normale e giusta l’assurdità che branchi di cinghiali stazionino dentro le città e persino in mezzo ai bambini nei parchi giochi. Tuttavia il mondo venatorio dovrebbe usare ancora più prudenza e saggezza nel porsi, pena l’inimicarsi ulteriormente l’opinione pubblica.