Chiariamo subito: la peste è una malattia infettiva di origine batterica causata dal bacillo Yersinia pestis, il cui unico vettore è la pulce dei ratti (Xenopsylla cheopis), che può essere trasmessa anche da uomo a uomo. Fece molte decine di milioni di vittime umane ed esiste ancora. La CoViD-19 è invece una malattia infettiva respiratoria causata dal virus denominato SARS-CoV-2 appartenente alla famiglia dei Coronavirus.

La peste si manifesta principalmente nella forma di tre diversi quadri clinici: la peste bubbonica, la peste polmonare e la peste setticemica. Non sappiamo nei secoli quante mutazioni abbia avuto. I maiali, che inizialmente parevano resistenti, a un certo punto furono contagiati dagli esseri umani e dalle pulci che li ricoprivano, con effetti incredibili. Racconta Boccaccio nel Decamerone, scritto subito dopo o pochi anni dopo l’arrivo della peste nel 1348: Di che gli occhi miei, sì come poco davanti è detto, presero tra l’altre volte un dì così fatta esperienza: che, essendo gli stracci d’un povero uomo da tale infermità morto gittati nella via publica e avvenendosi a essi due porci, e quegli secondo il lor costume prima molto col grifo e poi co’ denti presigli e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra li mal tirati stracci morti caddero in terra. La peste dagli animali passò pure agli esseri umani, e da questi ancora agli animali.

Incisione su legno, 1532: la peste uccide persone e animali, inclusi i cani.

Il morbillo, malattia infettiva altamente contagiosa causata dal Paramyxovirus, derivò nel medioevo da quello della peste bovina divenendo una zoonosi che solo tra il 1855 e il 2005 si stima abbia ucciso circa 200 milioni di persone nel mondo. Si diffonde per via aerea da parte degli infetti con colpi di tosse, starnuti, saliva e secrezioni nasali. Là dove mancano i vaccini fa ancora moltissimi morti, circa 100.000 l’anno.

Le zoonosi sono malattie infettive che si trasmettono dagli animali vertebrati (ma anche da acqua e cibi contaminati) all’uomo e possono essere causate da virus, batteri, parassiti o altri tipi di patogeni.  Quando si verifica il cosiddetto salto di specie, soprattutto nel caso di malattie emergenti e sconosciute, le zoonosi possono costituire una grave minaccia per la salute di tutte le fasce di popolazione. Il salto di specie (in inglese, spillover) è un processo naturale per cui un patogeno degli animali evolve e diventa in grado di infettare, riprodursi e trasmettersi all’interno, nel nostro caso, della specie umana. Nel caso dei virus, che sono i patogeni più comuni nelle zoonosi, si tratta sempre di un cambiamento nei loro geni, per cui i virus, mutando, possono acquisire nuove capacità, produrre nuove versioni delle proteine del capside in grado di riconoscere cellule umane, penetrare in esse e replicarsi efficacemente.

Purtroppo in questo veri “maestri” sono proprio i Coronavirus, che hanno un tasso di mutazione mediamente più elevato e pertanto possono più facilmente acquistare la capacità di infettare le cellule umane. Qual è un rischio che si aggiunge agli altri aumentando le preoccupazioni? Che i cani da rilevamento del Covid-19 possano diventare “il bersaglio” proprio di ciò che aiutano a combattere.

Il salto di specie avviene in genere a seguito di un contatto prolungato tra l’uomo e l’animale portatore del patogeno originale (e viceversa). Nel caso dei virus possono essere necessari vari tentativi di “salto” da parte di ceppi virali che mutano casualmente, ma di certo più è prolungata e ravvicinata l’esposizione animale-uomo, più è statisticamente probabile che un virus muti casualmente in un ceppo nuovo in grado di infettare l’essere umano o il cane. Di sicuro i cani sono resistenti al Covid-19, e certamente più dei gatti o dei visoni o di altri animali, però – pur nella nostra limitatezza di pensiero – ipotizziamo che il cane vivente con una persona o famiglia infetta sia sottoposto solo a quella variante e che possa neutralizzarla facilmente. Ma un cane da rilevamento del virus, facendo ripetute e continue sniffate, per esempio in un aeroporto dove passano moltissime persone provenienti da tutto il mondo, possa entrare in contatto con diverse, o tra un po’, molte varianti di Covid. Non c’è il rischio che alla fine il virus lo contagi?

Binomio, con cane da rilevamento Covid-19, aeroporto di Dubai.

Facendo un esempio puerile, e apparentemente fuori luogo: un tempo per penetrare le mura di un castello si usava l’ariete, con cui si tentava lo sfondamento. Il muro però era costruito proprio per resistere ai vari tentativi. Ma se quell’ariete non poteva essere neutralizzato, a furia di battere sempre in quel punto – e magari cambiando il tipo di punta, una volta conica, l’altra a scalpello e così via – state tranquilli che il muro prima o poi lo penetrava, facendolo crollare. Ecco, il nostro cane anti-Covid potremmo indicarlo come il muro e il virus come tanti e diversi tipi di punta di ariete.

Non per nulla si specifica: “Uno dei requisiti più importanti per quanto riguarda la manipolazione di campioni infettivi è la prevenzione e il controllo delle infezioni. Inizialmente, si presumeva che i cani non potessero essere infettati da SARS ma ora esistono prove di trasmissione da uomo ad animale con successiva infezione di cani. Non è ancora chiaro se i cani possano fungere da diffusori del virus infettando altri animali o esseri umani. Tuttavia, questo deve essere considerato quando si utilizzano cani per il rilevamento di materiale o persone infette. In questo studio abbiamo scelto di utilizzare una procedura di inattivazione che non dovrebbe influenzare i COV. Tuttavia, questo non è pratico per i test sul campo e attualmente stiamo sviluppando nuove strategie per una presentazione sicura di campioni non inattivati. Ciò eliminerebbe i potenziali rischi di trasmissione del virus da parte dei cani da rilevamento se utilizzati in un ambiente non di laboratorio” (Scent dog identification of samples from COVID-19 patients – a pilot study, 2020, di Paula Jendrny, Università di Medicina Veterinaria di Hannover).

Il College of Veterinary Medicine dell’Università dell’Illinois – e così altri – il 7 ottobre 2020 specificava: “gli animali domestici che vivono in una famiglia con una persona infetta non dovrebbero socializzare con nessuno o con alcun animale al di fuori di quella famiglia“. Vale anche per i cani anti-Covid in servizio in aeroporti e altrove? Questi cani, durante o dopo il servizio, non hanno alcun contatto diretto o indiretto con altri cani? Lo stesso istituto aggiunge: “I Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) sono a conoscenza di animali domestici in tutto il mondo, inclusi cani e gatti, segnalati come infetti da SARS (…) Non esiste un vaccino contro la SARS-CoV-2 per cani e gatti. Molti cani vengono vaccinati per un’altra specie di coronavirus (coronavirus canino). Tuttavia, questo vaccino non protegge dalla SARS-CoV-2 (…) si raccomanda comunque che le persone malate (consapevoli ma anche inconsapevoli N.d.R.) di COVID-19 limitino il contatto con gli animali fino a quando non saranno disponibili maggiori informazioni sul virus“.

La Direzione Generale della sanità animale e dei farmaci veterinari del nostro Ministero della Salute dichiarava nell’ultimo aggiornamento, del 25 novembre 2020: “Evidenze epidemiologiche dimostrano che felini (gatti domestici e selvatici) visoni e cani sono risultati positivi al test per SARS-CoV-2 a seguito del contatto con persone infette da Covid-19. Alcuni gatti hanno mostrato segni clinici di malattia (…) gli animali sono stati contagiati da esseri umani infettati da SARS-CoV-2. Al momento però non vi sono evidenze scientifiche che dimostrino come questi animali (ad esempio i gatti o le tigri nei giardini zoologici degli Stati Uniti) possano diffondere la malattia alle persone (…) non esistono evidenze scientifiche secondo le quali cani e gatti possono favorire la trasmissione del virus SARS-CoV-2 all’uomo. Sono importanti gli studi scientifici intesi a comprendere il potenziale serbatoio e le specie ospiti intermedie, compresi gli animali domestici, la fauna selvatica, gli animali d’allevamento o le dinamiche della Covid-19 come potenziale zoonosi (da uomo ad animale e viceversa)”.

Uno studio del Friedrich Loeffler Institut, Germania, già nel 2020 aveva appurato in test di laboratorio che anche il cane procione (Nyctereutes procyonoides), largamente allevato in Cina e presente in natura, è un host intermedio potenziale nella trasmissione del SARS-CoV-2.

Cane procione.

Gli esemplari a cui è stato inoculato per via nasale il SARS-CoV-2 sono stato infettati e hanno continuato a trasmettere il virus agli animali per contatto diretto. Lo studio specifica che mentre può essere possibile gestire il virus negli allevamenti di questa specie, una propagazione  nelle specie suscettibili della fauna selvatica sarebbe una sfida ancora maggiore. Ricordiamo che il cane procione è un canide, come la volpe e il lupo (e quindi come il cane) seppure sia una specie diversa, pesante solo 4-6 kg. Il cane procione è ormai presente, seppure molto raro, anche nell’Italia settentrionale e viene predato, da giovane o da adulto, da mammiferi come la volpe, lupo e lince.

L’Università dell’East Anglia, l’Earlham Institute, l’Università del Minnesota e la rivista Virulence hanno sottolineato che una minaccia ulteriore proviene da ceppi emergenti sia esistenti sia ancora da scoprire. E avvertono che la continua evoluzione del virus suggerisce che la vaccinazione di alcune specie di animali domestici come cani e gatti potrebbe essere importante per fermare l’evoluzione del virus ed eventi di spillback, o salto di specie. Per questo, sottolineano: “non è impensabile che la vaccinazione di alcune specie animali domestiche possa essere necessaria anche per frenare la diffusione dell’infezione”.  A quale vaccinazione si riferiscano però non si capisce, visto che come già scritto non esiste un vaccino contro la SARS-CoV-2 per cani e gatti.

Chiariamo che al momento non sono conosciuti scientificamente casi di cani o gatti che infettino gli esseri umani di Covid-19, ma solo l’opposto. Semmai il tema – ossia il nostro – è l’eventualità di infezione da cane a cane o da cane (e gatto) ad altre specie.

Ovviamente – a parere del nostro giornale – la prima cosa da fare è salvare gli umani, ma resta il fatto che se si aprisse un nuovo “fronte” le cose senza dubbio si aggraverebbero. Solo in Italia vi sono ufficialmente 7 milioni di cani e 7,5 milioni di gatti (probabilmente in entrambi i casi sono molti di più), considerati giustamente come appartenenti alla famiglia. Ma se la SARS-CoV-2 prendesse a propagarsi nel mondo cinofilo – e attenzione che ci stiamo riferendo solo ai casi cane a cane – potrebbero esserne colpiti non solo gli animali d’affezione ma anche quelli militari e di polizia, da soccorso e salvataggio e per non vedenti, gli allevamenti come settore economico, il mondo venatorio, quello pastorale (i cani che conducono o difendono il bestiame dai predatori) e chissà cos’altro.

Certo, questa è un’ipotesi praticamente catastrofista, eccezionale. Ma si sa che in Natura l’eccezione è la norma. E si sa pure che scherzando con il fuoco si rischia di bruciarsi. Ora, l’idea di cani anti-Covid-19 è certamente grandiosa – oltre che con un grande business futuro per gli addetti ai lavori –, ma la nostra idea è che la prudenza sia necessaria e che le fughe in avanti siano pericolose, come appunto sottolineano i vari studi scientifici. Per fare una cosa buona si rischia di provocarne una pessima, tipo “buttare via il bambino insieme con l’acqua sporca”. Pertanto, cautela!

Una richiesta di attenzione giunge anche dal dr. Andrea Mazzatenta, Sezione di Fisiologia e Fisiopatologia del Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche dell’Università “d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Ecco, fino al termine di questo servizio, la sua opinione:

“In collaborazione con il Dog Olfactory & Cognition della Facoltà di Medicina Veterinaria di Teramo studiamo l’olfatto del cane e le sue applicazioni come police dog, rescue dog e medical alert dog in collaborazione con i principali nuclei cinofili della Guardia di Finanza, Carabinieri, Carabinieri Forestali, Polizia di Stato, Polizia Penitenziaria, Vigili del Fuoco, CSEN, Abruzzo K9 e Associazione Italiana Cani Allerta Diabete. La neurofisiologia olfattiva del cane ha enormi possibili applicazioni, su tutte può discriminare tra gemelli monozigoti, identificare tracce di sostanze stupefacenti in quantità incredibilmente minuscole, seguire la traccia della persona che ha posto un ordigno esplosivo a ritroso dopo l’esplosione e il tumore alla prostata, eccellenza dei militari del CeMiVet italiano.

Le domande a cui rispondere sono: stante le conoscenze attuali il cane è in grado di identificare un soggetto cosiddetto “asintomatico” e cioè portatore sano oppure un pauci-sintomatico? E poi il cane corre dei rischi? Il cane senza ombra di dubbio riconosce il profilo di sostanze volatili prodotto da una malattia o infezione nell’uomo. Questa è una capacità naturale del cane che, non dimentichiamolo, è sempre un lupo che usa l’olfatto in natura per discriminare l’animale più debole. Quindi questa è una capacità naturale del cane (vedi lupo) affinata durante la sua storia evolutiva. La funzione è sia alimentare che ecologica perché consente l’eliminazione di animali infetti, così da mantenere sana la popolazione sottoposta a predazione.

In letteratura scientifica esiste un’abbondante documentazione provata e riprovata sulla eccezionale capacità del cane di fiutare la malattia (ogni malattia ha un odore caratteristico) e segnalarla, previo addestramento specifico. Ma quindi il cane può fiutare un soggetto affetto da CoViD-19? Molto probabilmente una persona con un livello di malattia CoViD-19 classificata secondo le norme internazionali come mild e severe emette un bouquet di sostanze che potrebbero essere caratterizzanti, ma questo è utile? Ovviamente no, perché sono persone che stanno male, quantomeno hanno febbre, alte difficoltà respiratorie, deficit olfattivo, spesso sono già ricoverate in ospedale, quindi non si vede la necessità di cercare persone ospedalizzate …

Per le categorie asintomatico e pauci-sintomatico avrebbe senso, ma il cane può identificarli? Per rispondere dobbiamo conoscere la fisiologia umana e la fisiopatologia del virus. In parole semplici, possiamo ragionare cosi se il virus non provoca il danno organico, altrimenti saremmo nelle precedenti categorie, difficilmente determinerà la produzione dei cataboliti caratteristici della malattia, oppure se il danno è così lieve da non essere evidente anche l’emissione di sostanze è quasi nullo. Inoltre, il cane dovrebbe essere in grado di discriminare le sostanze prodotte dal SARS-CoV2 da quelle degli altri coronavirus, che provocano circa il 15% delle infezioni respiratorie nell’uomo, e dagli altri virus (es. quelli influenzali). Oggettivamente sembra molto improbabile.

A questo punto dovendo assumere una posizione precauzionale, data la gravità del CoViD-19, stante la presenza di molteplici dubbi è assolutamente sconsigliabile affidare un compito cosi gravoso al cane.

Passiamo ora alla seconda domanda: ma il cane corre rischi? Il SARS-CoV2 è originato a Wuhan, in Cina, con un fenomeno di spillover da un animale, ma il virus può continuare a fare il suo mestiere e saltare di specie? Ovviamente sì: è il caso della trasmissione ai visoni, che ha portato all’abbattimento di numerosissimi capi negli allevamenti per pelliccia anche in Italia. Potrebbe quindi fare un altro salto di specie e passare al cane? Probabilmente sì, soprattutto se esponiamo diversi cani a numerosi campioni umani così da far entrare in contatto con il virus il sistema olfattivo e respiratorio del cane. Nella quantità di campioni annusati certamente vi saranno positivi, anche molto contagiosi (pure se asintomatici) e per di più con diverse varianti o mutazioni virali: tra queste ci potrebbe esserne una o più utili al salto di specie. Un po’ come quello che si è realizzato in Cina, con numerose persone esposte a più varianti del virus da animali infetti.

Quindi il rischio che si corre è uno spillover con effetti catastrofici perché poi i cani anti-CoViD sono cani da affezione e potrebbero trasmettere facilmente il virus ad altri cani da lavoro e domestici, spesso di razza compromettendo di conseguenza un’altra fetta di economia ossia quella dell’allevamento cinofilo: i proprietari forse dovrebbero ricorrere anche all’abbattimento dei soggetti infetti, con conseguenze psicologiche per i proprietari e innescare nella visione più drammatica con i cani da caccia la trasmissione al lupo con diffusione in natura e innescando così una spirale di contagi dalle difficili previsioni.

Quanto descritto, cioè il passaggio dell’infezione al cane è lo scenario più catastrofista, quello più roseo riguarda la contaminazione esterna del cane e delle sue vie aeree, a questo punto il cane potrebbe portare in giro l’infezione e infettare le persone con cui viene a contatto. Di nuovo, secondo il principio di precauzione precedentemente richiamato anche per la tutela e il benessere del cane, non è una buona idea esporlo a un rischio così alto”.

Il dr. Andrea Mazzatenta.