Giovedì 13 febbraio scorso nella  Sala Granata della biblioteca di Lodi si è svolto l’incontro pubblico La pianura Padana e il Lodigiano: la nuova frontiera del lupo, organizzata da Wwf Lombardia, cooperativa Eliante e associazione Canislupus Italia, relatore il dr. Duccio Berzi, tecnico faunistico con decennale esperienza di lupi. L’evento è stato molto interessante e ancora di più fortunato: infatti si è svolto proprio nel Lodigiano, area molto colpita poi dal Covid-19, che però in seguito è risultato essere presente lì già da mesi. A quanto pare i partecipanti hanno beneficiato del beneaugurante detto In bocca al lupo.

Duccio Berzi, con la consueta semplicità e chiarezza che caratterizza ed evidenzia la reale conoscenza, e che nella divulgazione pubblica si dovrebbe usare per qualsiasi tematica, ha dapprima spiegato molti luoghi comuni relativi al lupo, nel bene e nel male. Non tutti sanno che questo predatore, così come altri, non è né buono né cattivo ma fa il lupo, una specie selvatica con un preciso ruolo del tutto naturale. Quindi è sbagliato cercare di approcciarlo con confidenza, spesso veramente eccessiva, considerandolo un peluche. In effetti questa specie conta moltissimi fan e lo stesso Berzi ha riferito umoristicamente che “una sua amica tatuatrice riceve molte richieste di raffigurare lupi, mentre nessuno chiede di farsi tatuare un istrice o una nutria…”.

Nello stesso tempo Berzi ha riferito e documentato la pessima abitudine di molti allevatori che gettano negli immondezzai placente o carcasse animali – che invece dovrebbero essere smaltite per legge in altri modi – e che ovviamente attirano i lupi che se ne cibano, rendendoli meno diffidenti verso gli abitati e pertanto anche più visibili, cosa che suscita allarmismi nella popolazione. Insomma, ci vogliono rispetto e corretti comportamenti con gli animali, inclusi e anzi soprattutto con quelli selvatici. Berzi ha anche spiegato l’interazione dei lupi con i cinghiali – ormai presenti anche nel Cremonese e Lodigiano, insieme a caprioli e daini –, che non è esattamente quel che si pensa comunemente. Infatti, ha detto: “Certamente è vero che la preda più frequente dei lupi è il cinghiale, ma non gli adulti, o quanto meno molto raramente, poiché sono aggressivi e pericolosi, tanto da sottrarre persino le prede proprio a quelli che dovrebbero essere i loro predatori (i cinghiali si nutrono anche di carne N.d.A.). I lupi in effetti predano i giovani, esemplari mediamente di una ventina di chilogrammi, inesperti e troppo fiduciosi nonché più facili da abbattere e trasportare”. https://www.youtube.com/watch?v=FWpkHjA-nw4

Duccio Berzi durante la sua relazione a Lodi.

Per quanto riguarda il Cremonese, l’ultimo esemplare di lupo sarebbe stato ucciso nel 1804 (erroneamente si riporta spesso il 1801) nella zona di Romanengo. Tuttavia Giuseppe Sonsis nel 1807 (Giuseppe Sonsis, Risposte ai quesiti dati dalla Prefettura del Dipartimento dell’Alto Po, Tipografia Feraboli, 1807, Cremona) scrisse che il lupo viveva ancora nel Dipartimento dell’Alto Po, nei boschi lungo l’Adda esistenti oltre il paese di Spino (forse l’attuale e cosiddetto Bosco dei Lupi, presso il vicino Corneliano Bertario), nonché nella grande area boscosa, la più grande del Cremonese, che comprendeva i territori di Soncino, Torre Pallavicina, Melotta, Romanengo, Cumignano, Ticengo e Azzanello.

Tuttavia abbiamo scoperto testimonianze dirette come questa: “Mia madre è originaria di Ripalta Cremasca e suo padre, cacciatore per necessità nel dopoguerra, le ha raccontato più volte di avere intravisto dei lupi durante le sue cacciate. I miei abitavano nella villa del conte Bonzi e mio nonno lavorava a Crema e per incrementare la dispensa cacciava . Erano gli anni ’40 – ’50”.

Ripalta Cremasca è un comune della provincia di Cremona, limitrofo a Crema, e oggi facente parte del Parco regionale del Serio che è un’area naturale protetta di 7.750 ettari che si sviluppa da Seriate lungo il fiume Serio fino alla sua foce nell’Adda. Le golene, ossia le boscose rive dei fiumi, del Serio erano e sono tuttora collegate a quelle del fiume Adda (pertanto pure il vicino territorio del Lodigiano, distante meno di 10 chilometri) e quindi del Po e per gli animali, lupi inclusi, rappresentano corridoi fitti e naturali in cui spostarsi. Possibile che si aggirassero, anche solo occasionalmente, lupi nel Cremonese e Lodigiano ancora negli immediati anni del Dopoguerra? Se si fanno paragoni con altre similari situazioni teoricamente sì, perché è noto che durante le guerre i lupi aumentano sempre perché i problemi sono ben altri per la gente e quindi non li si caccia (furono considerati nocivi e quindi abbattibili fino al 1970 in Italia). Interpellato a proposito, lo zoologo e ricercatore universitario Luca Canova, già direttore del Parco regionale Adda Sud e attualmente direttore dell’Oasi di Monticchie di Somaglia, ha dichiarato: “Da noi, in pianura, lo davamo per estinto da 200 anni. Eppure sì, è possibile che tale presenza nell’immediato Dopoguerra nella nostra zona potesse verificarsi”.

L’ultima volta che fu registrata la presenza di un lupo in provincia di Lodi fu il 21 novembre 1765 a Orio Litta, al confine con il Pavese. Si trattò di un lupo idrofobo che causò la morte di parecchie persone. Tuttavia i resoconti di quel tempo dicono altro poiché l’Archivio storico per la città e comuni del circondario di Lodi (del 1888, anno VII, I-II-III Dispensa) riporta che l’anno 1766 è ordinata una caccia ai lupi ed agli orsi che infestavano la Gerra d’Adda ed il basso Lodigiano nei pressi di Orio e di Corte S. Andrea. Addirittura orsi!

Lo stesso testo descrive le disgrazie relative agli attacchi dei lupi nel Lodigiano. Prima di continuare sarà bene chiarire in modo netto che si trattava di condizioni sociali del tutto diverse da quelle attuali e che oggi in Italia è praticamente impossibile che si ripetano. Bene, la suddetta fonte riporta: Dal desiderio ardentissimo dei poveri contadini di uscire finalmente all’aria dopo tanto tempo che si videro rinchiusi nelle stalle, costrettivi non solo dal rigidissimo inverno che rese incontivabile la terra, ma anche dalle numerose torme di lupi che scesi dai monti, oppure usciti dai boschi, inoltrandosi nel piano entravano persino nei villaggi divorando ogni cosa, anche i fanciulli; e dalla necessità del guadagno onde sfamare sè e le loro povere famiglie che per lunghissime settimane si dovettero accontentare di una magra razione, si può derivare il costume di uscire dalle stalle in questi tre giorni e cantare la canzone della Merla. La circostanza dei lupi che infestavano la pianura, ed in ispecie il nostro territorio, è accertata da parecchi cronisti. Racconta Defendino Lodi che l’anno 1454, per cagione del freddo intenso, comparve nel Lodigiano gran quantità di lupi che ‘mangiaveno la gente et molte ne manzerno et molti ne guastorno più di cento’ (Defendino Lodi. Cronichetta di Lodi, pag. 47 N.d.A.). L’Abate Olivetano Vincenzo Sabbia, nella sua Cronaca, che conservasi manoscritta alla Laudense, ci racconta altrettanto sotto l’anno 1527.

Lo stesso accadeva nel Cremonese e in particolare si ricorda il 1660 – si era nella cosiddetta Piccola era glaciale, ma quell’anno fu ancora più freddo del solito – che nel Cremasco lasciava persino soldati in sentinella sulle mura, ed uomini e donne poverine morti, ed indurati nelle pubbliche strade, e occasionò che uscirono a truppe i lupi dai boschi, ed entrando nelle ville assalivano non solo quanti cani potevano trovare, ma anzi infieriti dalla fame, assaltavano, uccidevano e divoravano sin gli uomini stessi (L. Canobio, Proseguimento della Storia di Crema, Milano, 1849, pag. 406).

Venendo a oggi, la prima segnalazione della presenza del lupo in zona è del Cremonese e risale al 2015, quando nella zona del Parco del Tinazzo a Soncino, e ancora una volta lungo le golene del fiume Oglio – sempre collegato al Serio e Adda – fu ritrovata una grossa orma, ritenuta di lupo. In effetti quello che sembra il tipico (ma non sempre) ponte carnoso tra le due dita centrali, le due dita laterali poste notevolmente più in basso delle due centrali e le unghie rivolte in avanti – nei cani spesso quelle centrali convergono e le laterali divergono – hanno fatto propendere per il lupo. Purtroppo non è stato affiancato nella foto nessun oggetto utile a capirne le misure.

La foto dell’impronta di Soncino (foto Ilaria Rossi).

Nei dintorni di Piacenza, in Emilia Romagna, ci sono stati non pochi avvistamenti, corredati anche  da filmati, di lupi isolati nonché di nuclei familiari con cuccioli. La vicinanza con le golene dell’Adda fa ritenere che i lupi possano avere attraversato il fiume entrando nel territorio del Cremonese, in Lombardia, come del resto fanno senza problemi i cinghiali, daini e caprioli. Tuttavia, a quanto ne sappiamo, finora non sono stati trovati resti di questi animali predati dai lupi. Senza dubbio però i lupi nel Cremonese e Lodigiano hanno una straordinariamente numerosa fonte di cibo nelle nutrie, preda non difficile per questi predatori e di massa ben più che adeguata per un lupo, pesando fino a 10 kg e in casi record anche 17. Un lupo mangia circa 1,5-2 kg di carne al giorno (se mangiasse regolarmente tutti i giorni). Per capire quante siano le nutrie, basti questo: la Regione Lombardia nel Piano regionale di contenimento ed eradicazione della nutria 2015/2017 stimava – o sperava fossero solo quelle, perché le Province lombarde invece valutavano in totale oltre 2,8 milioni di esemplari – la presenza di circa 700.000 nutrie, di cui 120.172 esemplari nel Cremonese e 104.276 nel Lodigiano (come facciano a contare persino le unità è un mistero…). Vista l’altissima prolificità di questa specie, nel Cremonese ha un incremento annuo di quasi 68.000 esemplari e nel Lodigiano di quasi 59.000, ma gli abbattimenti sono molto inferiori. Insomma, per eradicare la specie, negli anni del piano succitato, si sarebbero dovute abbattere oltre 240.000 nutrie nel Cremonese e 210.000 nel Lodigiano! Obiettivi ovviamente non raggiunti. In pratica, le nutrie forniscono ai lupi tutto il cibo di cui non solo necessitano, ma neppure potrebbero immaginare. Senza contare le altre prede selvatiche pur disponibili. https://www.youtube.com/watch?v=EA3Ra2g4cE8

Se si considera il peso più basso di una nutria in 3,5 kg e quello più basso di un capriolo in 10 kg, si può stimare che le almeno 225.000 nutrie presenti nel Cremonese e Lodigiano siano equivalenti a  oltre 70.000 caprioli come fonte di cibo disponibile per il lupo. Ebbene, per fare un esempio, la Provincia di Bolzano conta “solo” 40.000 caprioli, però è tre volte più grande di quelle di Cremona e Lodi messe insieme ma con un numero di abitanti inferiore. Inoltre ha un territorio montano ricchissimo di boschi e foreste. Sperare che i lupi nel Cremonese e Lodigiano potrebbero ridurre il numero delle nutrie – che sono una specie alloctona invasiva che provoca gravi danni in agricoltura e alla viabilità, scavando buche sotto le strade – sarebbe però una pia illusione. Anche solo quelle investite dalle automobili in un’unica notte, in queste due province, sarebbero semplicemente troppe per essere mangiate anche se i lupi presenti fossero tre volte tanto.

Una nutria.

Una famiglia di lupi fu filmata con un telefono cellulare da un agricoltore a bordo di un trattore nel settembre 2018 nei campi della golena del Po, tra Roccabianca (PR) e San Daniele Po (CR). Davide Persico, sindaco di San Daniele Po nonché paleontologo ricercatore dell’Università di Parma, s’incuriosì. “I presunti lupi sono effettivamente lupi” – spiegò poi – “Anzi, probabilmente una famiglia di lupi. Non un branco, ma una coppia che ha figliato e che ora sta allevando tre cuccioli. Dall’analisi dettagliata del filmato sono riuscito a risalire al punto dov’era stato fatto il filmato. Questo ha permesso di individuare il punto dove i cinque canidi hanno transitato nel campo di stoppie per entrare nel mais verde. Fortuna vuole che l’inclinazione del campo di sterpaglie, nonché l’irrigazione del mais da trinciato vicino effettuata pochi giorni prima, abbiano lasciato una parte del campo di transito bagnato. Il fango ha così registrato i segni del passaggio: impronte di almeno tre diversi esemplari e di almeno due adulti. Le impronte del piede anteriore hanno una lunghezza di 11 cm (da 10.5 a 11.5 per la precisione) e una larghezza da 7 a 8 cm, dati compatibili col lupo. C’erano già da qualche anno, semplicemente nessuno li aveva ancora filmati. Ora che sono stati filmati sarà bene chiarire che non sono più pericolosi o dannosi di quanto lo erano in anonimato. Questi lupi, gli adulti perlomeno, sono arrivati dall’Appennino percorrendo i greti in secca degli affluenti del Po. Bisogna preoccuparsi ed evitare di andare in golena? Assolutamente no. Non ci siamo preoccupati finora, e la consapevolezza sopraggiunta della loro presenza non cambia le carte in tavola. Bisogna però, ora che lo sappiamo, prestare loro maggiore attenzione”. https://www.youtube.com/watch?v=a6MRMYY-5uQ

Una delle impronte di San Daniele Po (foto Davide Persico).

Il 16 novembre 2019 fu pubblicato un filmato fatto nel Lodigiano, precisamente a Caselle Landi. Pareva proprio un lupo. “Non ci sono dubbi, è un bell’esemplare maschio di lupo dell’Appennino, probabilmente arrivato dal Piacentino fino a noi seguendo le prede, cinghiali in primis” – spiegò lo zoologo Luca Canova – “Nelle ultime settimane avevamo trovato tracce della presenza di uno o più lupi, ma mancava una prova documentale di questo tipo. È una bella notizia perché dimostra che il territorio ha ancora una valenza ambientale importante. È un animale schivo, che sta lontano dall’uomo e non c’è alcun pericolo”. Un tempo, come scritto, il pericolo esisteva, leggere da pag.82. http://bibliotecadigitale.provincia.cremona.it/pianura/download/Pianura_34_def.pdf

In seguito, a dicembre 2019, ne fu filmato un altro nel Lodigiano, zona di Cavenago d’Adda e Turano Lodigiano, sempre nell’area golenale del fiume. https://www.youtube.com/watch?v=_zWjbiPpHzg Fuori dall’abitato di Turano Lodigiano, in una casa vicina al termovalorizzatore, sempre a dicembre un camionista, uscito da casa intorno all’alba per andare al lavoro, si trovò davanti cinque lupi, di cui due un poco più piccoli e quindi presumibilmente giovani. La cosa si risolse con un’istintiva fuga, sia dei lupi sia dell’uomo, ovviamente in direzioni diverse. Forse lo stesso esemplare che all’inizio di dicembre, sempre 2019, era stato visto da Gabriele De Poli, concessionario della storica riserva naturalistica (dagli anni ’20 del secolo scorso) Tenuta Boccaserio Giardino, che si estende su circa 400 ettari su tre comuni contigui – Montodine (CR), Bertonico (LO) e Ripalta Arpina (CR). E’ inoltre attraversata dal fiume Serio e lambita dall’Adda. De Poli ha raccontato: “Pioveva, ma l’ho visto bene, era un grosso esemplare. Anzi, forse era lo stesso esemplare che già prima, in primavera, aveva lasciato grosse impronte a poche centinaia di metri dall’abitato di Montodine, la riserva è vicina”. Nella vicina azienda faunistico-venatoria della Zerbaglia, di 553 ettari e molto più boscosa, invece i lupi non sono ancora stati visti, ma ciò non significa che non vi siano o che non vi passino. Quello che appare strano è che nella zona non si trovino le carcasse delle prede, visto che i lupi senza dubbio vi sono. Però, forse per via dell’abbondanza di nutrie (che probabilmente vengono consumate quasi totalmente), non solo nei boschi ma pure nelle cascine e nei greggi pur presenti periodicamente in queste campagne, non ci sono state finora predazioni di bestiame, a parte due oche alla cascina Grazzanellino di Mairago, Lodi, dove i lupi erano già stati avvistati.

Recentemente si è verificata una strana situazione: la famiglia di lupi presente tra Roccabianca (PR) e San Daniele Po (CR) non c’è più – almeno nella zona di San Daniele Po – ma è rimasto in quest’ultimo comune solo un esemplare apparentemente adulto. Sarà bene chiarire che lì non risultano uccisioni da parte di bracconieri di tali esemplari, che del resto non avevano causato danni al bestiame. La famiglia di lupi potrebbe essersi spostata nel vicino parmense, dove una femmina adulta – definita erroneamente gravida dai giornali, cosa impossibile in quel mese – agli inizi di novembre 2019 fu investita e uccisa da un’automobile a Sissa Trecasali (circa 9 km da Roccabianca). Normalmente sono gli esemplari in dispersione che cercano altri territori, mentre il branco rimane dov’è. In questo caso si sarebbe verificato l’inverso. Possiamo fare tre ipotesi: la famiglia di lupi è stata disturbata e quindi ha cambiato zona. Oppure il suo territorio includeva parte del Parmense, del Cremonese e del Lodigiano e quindi che si sia trasferito in quest’ultima provincia. Quindi il piccolo branco avvistato nel Lodigiano potrebbe essere lo stesso del Cremonese. La terza ipotesi è che il lupo ancora presente a  San Daniele Po sia il maschio della coppia del Cremonese, che la sua compagna fosse quella investita a Sissa Trecasali e che i tre cuccioli siano cresciuti e poi andati in dispersione.

Un avvistamento fortuito e importante, seppure molto fuggevole, è stato quello di Emanuele Intropido, un appassionato di fotografia naturalistica. A settembre del 2019 – ma la fotografia è stata diffusa in seguito – si trovava nel Bosco della Moccia, zona di San Colombano al Lambro, perfettamente mimetizzato con tuta mimetica e  fogliame e munito di un teleobiettivo Sigma 150-500. Cercava di immortalare uno scoiattolo rosso quando all’improvviso a una distanza di 50 metri sentì qualcosa muoversi e sfrecciare davanti a lui. Tempo una decina di secondi ed era sparito. Ma per sua sfortuna – o fortuna – quello fotografato, seppure sfocato, da Emanuele non era uno scoiattolo, ma apparentemente “solo” un giovane lupo, una specie che nella zona di San Colombano al Lambro era estinta da circa 254  anni…

A noi di Pan era sorto il dubbio che quello fotografato potesse essere uno sciacallo dorato e pertanto abbiamo girato la fotografia al dr. Marco Pavanello, zoologo del Therion Research Group e del GOJAGE, gruppo internazionale di studio sullo sciacallo dorato, che gentilmente ci ha risposto come segue: ” In verita’ non e’ facile capirlo dalla fotografia che mi ha mandato. Personalmente ritengo che non si tratti di sciacallo perchè la colorazione del collo non corrisponde allo “standard” a cui siamo abituati. In genere questa specie presenta due collari rossastri, uno a livello gulare e uno più in basso, a livello pettorale, che separano la macchia bianca in tre porzioni. Inoltre la colorazione della zampa anteriore destra appare troppo chiara. Sebbene nello sciacallo dorato il lato interno delle zampe sia biancastro, il lato frontale presenta sempre una pigmentazione rossastra che dovrebbe essere visibile nella foto. Considerando però che esiste una certa variabilità individuale nella colorazione del mantello, secondo me non è possibile rispondere con certezza al vostro quesito. Certo è che se dovessi rispondere “a pelle”, le direi che non mi pare nemmeno un lupo (che ha sempre delle righe nere sul lato frontale delle zampe anteriori), ma piuttosto un cane. Magari un cane lupo cecoslovacco. In questi casi è comunque utile sentire il parere di altri esperti e metterli a confronto tra loro”.

Il lupo di San Colombano al Lambro (foto Emanuele Intropido).

Anche se il territorio cremonese e lodigiano hanno una notevole popolazione umana, e strade anche molto frequentate che mai farebbero pensare alla possibilità di sopravvivenza dei lupi, in realtà vi sono in entrambe le zone punti molto boscosi, con vaste aree agricole e marginali con pochissima frequentazione da parte della gente, agricoltori inclusi. Del resto, di norma il lupo percepisce con largo anticipo l’arrivo dell’uomo e di solito si allontana senza neppure che si sia sospettata la sua  presenza. Nel caso l’uomo fosse invece su un mezzo a motore pare che il lupo non consideri ciò come una minaccia. Molto probabilmente in futuro le occasioni di potere vedere – e diciamo anche ammirare, se a buona distanza – questi animali diverranno più frequenti poiché, anche se è vero che nessuna specie animale cresce numericamente oltre un certo limite, la grande disponibilità di prede come le nutrie ma non solo, e di punti in cui nascondersi e riprodursi, faranno sì che i territori di ogni nucleo familiare o branco si riduca. E quindi che il numero dei singoli territori con famiglie riproduttive aumenti. In queste condizioni favorevoli una famiglia di lupi può tranquillamente soddisfarsi con un proprio  territorio di 50 km², ossia ipoteticamente uno spazio di appena 7 km x 7. Se le condizioni di un territorio sono ottimali, il branco di lupi non necessita affatto delle centinaia di km² a cui si accenna spesso. Anzi, persino in zone del tutto spoglie e prive di coperture e ripari  possono aggirarsi i lupi, come dimostra questo spettacolare filmato. https://www.youtube.com/watch?v=fbyOJN22DYU

Cosa fanno intanto i pastori della zona, di cui alcuni proprietari anche di migliaia di pecore? Si stanno adeguando dotandosi di cani validi e in numero sufficiente a contrastare e scoraggiare i lupi, come i maremmani abruzzesi? Parrebbe non tutti, contentandosi dei pur validi ma non grandi cani di razza mista tanto comuni in queste zone e che funzionano sia per la conduzione sia per la protezione (ma fino a un certo punto). Certo, in zone antropizzate come il Cremonese e il Lodigiano l’impiego di cani di tempra come quelli abruzzesi potrebbe creare qualche problema, ma dobbiamo ritenere che, insieme alle reti elettriche mobili, tali cani debbano essere usati il più possibile. Insieme alla voglia di scoprire e adottare antiche cautele ed esperienze. Lo stesso approccio lo consigliamo ai tantissimi agricoltori e allevatori della zona.

Chi li usa ormai da una decina di anni sono i Carminati, storica famiglia di pastori e probabilmente la più grande azienda del settore del Cremonese, con circa 7.000 pecore, portate al pascolo dai vari componenti con greggi da circa 1.000 pecore ognuno. Proprio a fine dicembre 2019 nella zona di Caselle Landi un loro gregge fu avvicinato da quelli che sembravano alcuni cani, che poi invece erano lupi. Ma i quattro cani maremmani abruzzesi li fecero ben presto allontanare senza alcun problema.

Il pastore Luca Carminati, che lavora anche in zona, con le sue pecore e cani. (foto Luca Carminati)

“Il problema finora non sono i lupi – spiega Luca Carminati – ma le persone, che nel Cremonese e Lodigiano non sanno più come ci si deve comportare in presenza del gregge e ovviamente dei relativi cani. Ci sono quelli che pretendono di attraversare il gregge o che si avvicinano con i loro cani, come uno che aveva un border collie e voleva vedere come si comportava con le pecore, essendo una razza da pastore da conduzione. Risultato, le mie pecore impaurite col rischio che scappassero e si facessero male, e il border collie salvato solo perché sto attento e i miei tre cani abruzzesi mi obbediscono. Di norma in questi casi prima blocco i miei cani e poi insulto la persona che la metà basta! Nel Lodigiano e Cremonese teniamo le pecore nel recinto elettrificato, montato di volta in volta, ma quando siamo in montagna, specie nella zona del Trentino, usiamo due recinti elettrificati, uno dentro l’altro, a un paio di metri di distanza. Ma se arriva l’orso veramente affamato, passa lo stesso, non c’è verso di fermarlo. Il problema delle reti, che comunque sono valide e utilissime, è che a volte ci finiscono impigliati i caprioli, mentre i cervi e i cinghiali sono capaci di portarsi via tutto e finire a morire da qualche parte. Le nostre pecore sono da carne, grandi bergamasche, e quindi ai cani non diamo latte o altro, ma mangime. Dovessimo tenere qualche animale da latte per i cani dovremmo perdere tempo a mungerle, mentre con il mangine è più comodo. Io ho tre cani abruzzesi ora, perché il maschio mi è morto, mio fratello ne ha quattro, mio zio altri e così via. Sono stati presi in Emilia Romagna, direttamente da altri pastori, selezionati sul campo. Poi abbiamo i soliti meticci, buoni, ma che sono da conduzione”.