Il cinghiale, suddiviso in sedici sottospecie riconosciute ufficialmente, è universalmente riconosciuto come un animale forte e combattivo, che si tratti dei piccoli esemplari sardi e maremmani o dei giganteschi esemplari balcanici e russi. L’eroe mitologico Ercole nelle sue dodici fatiche tra le specie selvatiche realmente viventi all’epoca in Grecia (tralasciando quindi cani a tre teste, idre e così via) deve sconfiggere due avversari: il leone Nemeo e il cinghiale di Erimanto, ambedue feroci e giganteschi. A queste fatiche si potrebbe aggiungere pure la cattura del toro di Creta, pure lui enorme e pestifero.

I leoni, della sottospecie asiatica, vissero anche in Europa dalla Grecia all’attuale Serbia fino all’80-100 d.C., il cinghiale (della sottospecie balcanica, grande a volte quanto quello russo dell’Ussuri) è tuttora molto diffuso anche lì, mentre l’uro (il toro di Creta), ossia il gigantesco e aggressivo progenitore selvatico dei bovini domestici, si estinse intorno al I secolo d.C. nei Balcani, e in Polonia nel XVII secolo.

Ercole e il Cinghiale di Erimanto, 1634, di Francisco de Zurbarán (Museo del Prado, Madrid)

Insomma, Ercole nella mitologia non dovette lottare contro enormi lupi o colossali orsi bruni, pure loro da sempre presenti in Grecia, ma contro due avversari considerati più terribili, di cui uno era appunto un cinghiale. Sempre nella mitologia greca, il cinghiale Calidonio, altra bestiaccia distruttrice e assassina, viene infine cacciato e ucciso da ben 47 eroi accompagnati da una caterva di cani, ma la paura è comunque tanta che nello scontro Nestore scappa su un albero, Giasone manca il colpo col giavellotto, Telamone scaglia la lancia ma ammazza invece il cognato Euritione (cosa che fa capire che purtroppo anche allora i cacciatori si ammazzavano tra loro…), Anceo e Ileo vengono uccisi dal cinghiale, così come molti cani, e Teseo rischia grosso. Ma lui aveva ucciso già la gigantesca scrofa di Crommio, presunta mamma del cinghiale Calidonio… Insomma, quando si voleva cercare un degno e pericoloso animale, il cinghiale era l’ideale. E per di più allora non esistevano i fucili…

La testa di un gigantesco cinghiale di 354 kg confrontata con quella di un lupo adulto.

Eppure intorno al XV secolo il cinghiale cominciò a diminuire e poi a scomparire in Italia, sopravvivendo infine solo in Sardegna, Toscana e in alcune zone del centro-sud. Per quale motivo? Per via della caccia eccessiva. Ecco cosa scrisse nel 1974 sul giornale La riserva di Caccia Fulco Pratesi: “Un tipo poco raccomandabile da tenere vicino ai coltivi ed ai villaggi tanto che, da sempre, si è cercato di estirparlo. Operazione che dall’invenzione delle armi da fuoco in poi ha ottenuto il risultato di ridurre il suo areale, una volta praticamente esteso in tutta Europa, a limitate zone boschive. Malgrado infatti l’alta prolificità della specie (una femmina può partorire fino a 16 piccoli per volta) e all’estrema adattabilità – il suo habitat va dalle macchie costiere alle faggete di montagna e dalle paludi ai boschi di conifera e la sua alimentazione comprende un po’ tutto: tuberi, ghiande, insetti, rane, serpi, uova, lumache, bacche, vegetali – il cinghiale riesce ad aumentare le sue popolazioni solo quando diminuisce la pressione venatoria”.

Da notare che Fulco Pratesi, prima accanito cacciatore, nel 1966 fondò l’Associazione Italiana per il World Wildlife Fund, oggi noto come Wwf Italia, ne divenne presidente, e poi presidente pure della Lega Italiana Protezione Uccelli (Lipu). Ma allora, se lo stesso Pratesi ammise che la caccia aveva ridotto al lumicino il numero dei cinghiali, com’è possibile che, in particolare nel mondo ambientalista/animalista, si asserisca che la caccia causa invece l’aumento spropositato proprio del cinghiale? Secondo questa tesi più se ne ammazzano e più le femmine partoriscono cucciolate su cucciolate. Ma allora come mai la caccia di un tempo non ne fece esplodere il numero?

Secondo alcuni la quasi estinzione del cinghiale fu causata dalla scomparsa dell’habitat, dal disboscamento e quindi pure dalla mancanza di cibo. Ma la cosa è possibile solo per chi crede che a un certo punto l’Italia sia stata ridotta alla nuda terra, senza più boschi e foreste, che in molte zone rimasero e anzi furono rigorosamente protette, fossero private o pubbliche. Per fare pochi esempi: la Repubblica di Venezia nel 1501 promulgò una legge con rigidi provvedimenti repressivi istituendo un catasto dei boschi, basilari per gli assortimenti legnosi per il suo arsenale navale. Anche Cosimo I dei Medici provvide a promulgare leggi repressive (inclusa la pena di morte!) e così fece lo Stato Pontificio, che consentiva solo la raccolta del legname caduto naturalmente nel bosco. Come autorizzazione veniva consegnato uno speciale bastone con particolare sigillo.

E che dire dei castagneti che fornivano un alimento largamente disponibile per gli abitanti della bassa e media montagna, dove la castagna veniva anche chiamata il pane dei poveri? Dopo la fine del medioevo, specialmente sull’Appennino tosco-emiliano, la produzione di castagne riprese a crescere, di pari passo con l’incremento della popolazione della montagna, per poi arrestarsi all’inizio del XX secolo anche a causa dei fenomeni dell’emigrazione e dello spopolamento montano. Perché mai i cinghiali non avrebbero dovuto trovare rifugio e alimento – senza dimenticare le incursioni usuali di questi suidi nei vicini coltivi – in queste foreste?

E per finire, com’è che i cinghiali si estinsero in Trentino nel XVII secolo, mentre gli orsi non si estinsero mai e furono cacciati lì fino al XX secolo? Eppure i boschi rimasero molto estesi in quell’area e le fonti di cibo (praticamente le stesse del cinghiale) erano abbondanti. No, a nostro parere il cinghiale fu estinto per via della caccia eccessiva, essendo una fonte di cibo ricercata. Non è un caso che questo animale ricomparve in Liguria nel 1919, provenendo dalla Francia in cui si era numericamente ripreso grazie al fatto che durante la Prima guerra mondiale i cacciatori erano diventati soldati e quindi erano “in altre faccende affaccendati”. C’è da dire che questi pochi cinghiali francesi in Liguria dovettero avere vita breve, una volta tornati gli uomini (i cacciatori) dal fronte bellico, tuttavia erano già riusciti a colonizzare la zona tra l’Appennino ligure, quello piacentino e quello parmense. Un grosso esemplare fu ucciso nel 1928 sulle montagne di Bardi, in Val Ceno, Parma.

Proprio dalla Francia, nel 2011, giunse uno studio scientifico sulla moltiplicazione dei cinghiali in un territorio del dipartimento Haute Marne, in cui erano sottoposti a una caccia molto intensa, confrontandola con quella di un territorio con caccia poco intensa nei Pirenei. Questo studio dichiarava che la fertilità dei cinghiali è notevolmente più alta quando la caccia è intensa, in quanto la maturità sessuale viene raggiunta prima, a meno di un anno di età. Invece, dove i cacciatori sono meno la moltiplicazione dei cinghiali è ridotta e la maturità sessuale viene raggiunta più tardi, con un peso medio più elevato.

Infatti – secondo lo studio – poichè la caccia ha luogo soprattutto in autunno e in inverno, se in un territorio vengono uccisi molti animali, i sopravvissuti avranno una maggiore disponibilità di cibo. Gli animali meglio nutriti si riproducono prima, in primavera, e danno una discendenza più numerosa. Negli altri servizi sul cinghiale di questo numero di Pan avremo modo di leggere due opposte tesi sulla questione.

Precisiamo infine una cosa: come pubblicato nel 2017 dall’Associazione Teriologica Italiana (ATIt), con coordinamento e testi del GLAMM (Group for Large Mammal Conservation and Management – Gruppo per la Conservazione e Gestione dei Grandi mammiferi), in Italia si stima un impatto della predazione del lupo sul cinghiale inferiore al 10% e non è ritenuta un fattore di regolazione (ovvero in grado di mantenere la densità del cinghiale a valori inferiori rispetto a quelli che si osserverebbero in assenza di predazione). Il suo effetto è considerato essenzialmente compensatorio, ovvero gli animali predati morirebbero comunque in assenza di predazione a causa di altri fattori di mortalità. Più che limitare il numero di cinghiali, si ritiene quindi che il lupo contribuisca a mantenere in buone condizioni le popolazioni, sottraendo gli individui più deboli o in peggior stato di salute. Ma appunto il lupo non è in grado di bloccare l’aumento del cinghiale.

Come si può notare, in Emilia Romagna la predazione del lupo (anche unita all’attività venatoria
dell’uomo, evidentemente ancora limitata) non riesce a bloccare l’aumento del cinghiale.