La Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige è la più settentrionale delle province della regione Trentino Alto Adige ed è la seconda  provincia più estesa d’Italia dopo la provincia di Sassari, con una superficie di oltre 7.398 km² e appena 532.000 abitanti. Bene, questa provincia ha un territorio spettacolare fatto di montagne e foreste di incredibile bellezza, in cui si aggirano una quindicina di lupi secondo le stime ufficiali, e probabilmente un po’ di più contando gli esemplari di passaggio. Nonostante questo sparuto numero di lupi – ridottissimo se si pensa alle centinaia presenti in altre regioni italiane, o addirittura alla Toscana che ne conta quasi un migliaio inclusi gli ibridi (fonte prof. Marco Apollonio, Università degli Studi di Sassari) e sono ovviamente troppi –, nel 2017 una delegazione politica incontrò a Roma il presidente del Consiglio per chiedere una gestione equilibrata della presenza del lupo nell’arco alpino.

Il lupo e altri predatori però sono basilari in natura e gli allevatori, come facevano tutti in passato e ancora fanno molti pastori nel mondo, devono proteggere il bestiame con idonei cani da protezione in numero adeguato, recinzioni elettriche (oggi) e soprattutto con la loro presenza a fianco del bestiame. Che poi queste cautele possano anche non funzionare o essere insufficienti, è cosa altrettanto nota. Tuttavia, i cani sono fondamentali, mentre gli allevatori altoatesini (e così in Trentino) in gran parte non vogliono proprio utilizzarli, forse perché i cani da protezione in gruppo, e tutta la relativa strategia del connubio uomo-cani, non ha tradizione lì, almeno da qualche secolo. https://www.youtube.com/watch?v=ED_iaMqRi6Q

Sudtirolo, 1928.

C’è da dire – anche se alcuni individualmente cominciano ad avere maggiori aperture – che diverse associazioni di allevatori altoatesini, pur percependo relativi contributi economici di non lieve entità, aspirano fermamente a un territorio libero dai grandi predatori, cosa semplicemente non permessa dalle leggi dello stato italiano. Ricordiamo che anche in Italia è possibile l’abbattimento di esemplari di specie protette in deroga, inclusi il lupo e orso – cosa che avviene in tutti gli altri stati del mondo legalmente – ma solo per giustificati motivi e dopo che altre soluzioni incruente sono risultate vane. Uno degli aspetti fondamentali è che l’Alto Adige è fortemente antropizzato, con case disseminate quasi ovunque, nonché frequentato da milioni di turisti ogni anno, cosa che secondo alcuni non permetterebbe la convivenza con i lupi e con l’unico orso presente attualmente. Ma sappiamo che, almeno per i lupi, ciò non rappresenta un problema, essendo ormai presenti branchi persino nelle campagne intorno alle grandi città, Milano inclusa.

Un lupo sulla pista da sci La Brancia, in Alta val Badia.

Come già scritto, quello che manca attualmente in Alto Adige è l’esperienza, ormai persa, del contrasto ai predatori, con le sue conoscenze, accortezze, mezzi e strategie. Sappiamo tutti che sarebbe più comodo lasciare il bestiame incustodito o quasi come si faceva da un paio di secoli e si fa tuttora, ma non è più possibile, se non si vuole subire perdite. Anche perché il numero dei lupi è già aumentato negli ultimi anni, e senza dubbio aumenterà ancora, e fra le sue prede preferite – decine di migliaia di caprioli e cervi e, finora, pochi cinghiali – una parte di bestiame è quasi fisiologico, se non viene adeguatamente protetto. E a volte accade comunque. Altro importante aspetto è che in Alto Adige la gran parte dei circa 106.000 capi di bestiame – dati forniti nel 2018 dal presidente dell’Associazione provinciale degli allevatori altoatesini, di cui quasi due terzi bovini e la rimanenza pecore e capre – è suddivisa in mandrie e greggi di pochi capi e allevati da persone come secondo lavoro o per passione, che vedono il lupo come un fastidio. Si capirà che anche per pochi capi dovrebbe esserci la presenza di più cani adeguati da protezione e non di uno solo, e la cosa sarebbe, e viene, considerata antieconomica. Insomma, il lavoro di sensibilizzazione, supporto e insegnamento che già fanno e che dovranno fare enti e associazioni nei prossimi anni sarà difficile.

Nel 2017 Eurac Research di Bolzano pubblicò il dossier Il lupo in Alto Adige, redatto dal dr. Filippo Favilli, il quale nel suddetto dossier si presenta come geografo fisico esperto di management della fauna selvatica e ricercatore del succitato istituto. Eurac Research è un’istituzione scientifica con un bilancio nel 2018 di oltre 33 milioni di euro in gran parte proveniente dalla Provincia autonoma di Bolzano e quindi da fondi pubblici. Il dr. Filippo Favilli, come riporta il suo curriculum vitae, prima di entrare in Eurac Research nel 2011, ha ricoperto incarichi accademici presso l’Università di Zurigo, l’Università di Firenze e presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). https://www.youtube.com/watch?v=OmsxYdBhCJg

Tuttavia, leggendo il succitato Il lupo in Alto Adige abbiamo notato delle inesattezze. http://www.eurac.eu/en/research/mountains/regdev/publications/Documents/Dossier%20LUPO%20ok.pdf  Dobbiamo però anticipare per correttezza che il suddetto studio risale a una raccolta di dati fatta nel 2017 e quindi in parte superati o modificati da recenti ricerche. Nel contempo però  dobbiamo anche indicare che alcuni dati erronei sono tuttora presenti con l’ultimo aggiornamento del febbraio 2020. In pratica, su Internet  sono disponibili due versioni del dossier Il lupo in Alto Adige, la prima (che chiameremo Versione 1) che dice certe cose e l’altra (che chiameremo Versione 2) che non ne dice una parte. Con, riteniamo, una possibile confusione per il lettore.  (http://www.eurac.edu/it/research/mountains/regdev/publications/Pages/dossier/Dossier-lupo-Alto-Adige.aspx )

Prima di tutto, nel capitolo Da dove arrivano i lupi che si avvistano in Alto Adige? indica che detti esemplari “dovrebbero essere più legati alla specie europea Canis lupus, diffusa sulle Alpi orientali”. Orbene, la sottospecie – e non specie come riporta Favilli, cosa che ci ha stupito – del lupo europeo si chiama esattamente Canis lupus lupus e comunemente viene indicato come lupo eurasiatico, e non solo europeo. Citando solo Canis lupus, senza aggiungere altro, tassonomicamente si includono quasi tutte le sottospecie, come quello arabo (Canis lupus arabs), tibetano (Canis lupus filchneri) o addirittura nordamericano come il lupo del fiume Mackenzie (Canis lupus mackenzii). E questo solo per citarne qualcuna tra le tante. Pure il cane appartiene alla specie Canis lupus, anche se ormai ne è ben diverso. Ripetiamo, questa specie, nel mondo, è Canis lupus, e in Europa diventa la sottospecie Canis lupus lupus. Questo errore è presente sia nella Versione 1 sia nella Versione 2. Il dr. Favilli, da noi contattato, ci ha comunicato che si è trattato di un errore in fase di scrittura.

Lupo eurasiatico.

Nello studio, ben in evidenza, sia nella Versione 1 sia nella Versione 2, si riporta che “In Alto Adige ancora non ci sono lupi stanziali”. Mentre invece ci sono. Questa affermazione deriverebbe dal fatto che, al momento della stesura del dossier (2017), i dati genetici non erano disponibili. Tuttavia, come scritto, il fatto che non vi siano ormai lupi stanziali non è stato a oggi modificato neppure con l’aggiornamento di febbraio 2020. Non solo, si specifica “al momento non è possibile, data la sporadica presenza, avere una stima del numero di lupi in Alto Adige. Si tratterebbe di individui di passaggio”.

Tutt’altro invece dichiara il settore Agricoltura e Foreste della Provincia autonoma di Bolzano in La situazione in Alto Adige: “In varie zone della Provincia è stata determinata geneticamente la presenza di complessivi ulteriori 6 individui. Il lupo maschio WBZ-M4 è stato determinato all’inizio dell’anno sul Renon: nell’autunno successivo è invece stato individuato in Valsugana, in provincia di Trento. Sullo Sciliar sono stati determinati geneticamente due lupi, WTN-F3 e WBZ-M5: entrambi provengono dal branco che si trova in Val di Fassa. Interessante la presenza della lupa WTN-F3, responsabile di numerose predazioni nella zona di Tires all’inizio dell’estate. Ad agosto la stessa lupa ha predato sette pecore sulla Plose, mentre ai primi di novembre è stata nuovamente identificata geneticamente quale responsabile della predazione di un capriolo a Fiè. Altre determinazioni genetiche hanno avuto luogo a Corvara (maschio WTN-M6), a Lana (maschio WBZ-M3) e in Val d’Ultimo (femmina WBZ-F3). Anche in Val di Fosse, a San Leonardo in Passiria ed a Sesto Pusteria è stata determinata geneticamente la presenza di singoli lupi, dei quali però non è stato possibile stabilire l’identità”. Specifichiamo che Renon, Sciliar, Tires, Plose,  Fiè, Corvara, Lana, Val d’Ultimo, San Leonardo in Passiria e Sesto Pusteria si trovano nella Provincia autonoma di Bolzano.

La stima dei lupi quindi c’è ufficialmente fin dal 2018, ma anche nel testo aggiornato nel 2020 (Versione 2) de Il lupo in Alto Adige si dice il contrario, e non sappiamo il perché. E, contrariamente a quanto dice il dossier, ve ne sono anche di stanziali, visto che sempre il settore Agricoltura e Foreste dichiara: “Nella Val di Non di lingua tedesca i tecnici della Provincia sono riusciti a catturare ed a dotare di collare GPS un lupo, in data 19 agosto 2018. Si tratta della femmina Alfa del branco che ha nella zona il proprio territorio: essa si è riprodotta con successo anche nel 2018 sfornando 4 cuccioli. Il branco constava pertanto, durante l’inverno, di 7 individui”. Quindi almeno un branco di lupi ha il territorio lì e si è anche riprodotto nella Val di Non di lingua tedesca, ossia il cosiddetto Deutschnonsberg che comprende i tre comuni di Lauregno, Proves e Senale-San Felice facenti amministrativamente parte della Provincia autonoma di Bolzano. Attualmente sono stati identificati geneticamente tredici lupi in Alto Adige (dati ufficiali di febbraio 2020), anche se ripetiamo che comunque sono pochissimi per questa provincia ricca di foreste.

Analogamente a nostro parere lo studio meriterebbe una correzione nel capitolo Cosa ha favorito il ripopolamento dei lupi? il passaggio in cui si dice che il lupo “Predilige gli animali selvatici, cervi, caprioli, camosci, mufloni e cinghiali. In caso di necessità si adatta al cibo disponibile, tra cui il bestiame domestico di media taglia, pecore e capre, soprattutto se non opportunamente custodito”. I lupi però predano il bestiame non per una particolare necessità – essendo quella provincia ricchissima di ungulati selvatici – ma perchè a volte ne hanno l’occasione, essendo opportunisti.  Meglio precisare, per correttezza, che non corrisponde per nulla ai fatti che le predazioni dei lupi in generale siano limitate al “tra cui il bestiame domestico di media taglia, pecore e capre”, in quanto comprendono anche asini e bovini adulti. Crediamo si debba specificare questo anche per rispetto degli allevatori, nonché per fare corretta informazione.

Una vacca sbranata dai lupi (foto Trentino).

Anche se riteniamo che questo predatore in Italia non rappresenti oggi un pericolo per l’uomo – non essendoci più i concomitanti e gravi fattori soprattutto sociali esistenti fino all’inizio del XIX secolo –, è inesatto quanto scritto nel capitolo Il lupo è aggressivo? (nella Versione 1 e 2) e cioè che “non risulta alcuna aggressione a umani in Italia negli ultimi 150 anni”. In realtà le aggressioni si verificarono anche molto dopo, con addirittura vittime umane e consumo alimentare (quindi non da parte di esemplari rabidi, che non possono bere e mangiare durante la fase detta “furiosa”) nei dintorni di Torino il 18 febbraio 1893, a Valle Castellana (Ascoli Piceno) il 29 gennaio 1900, nell’inverno del 1914 in contrada Portelle, presso Roccaraso, nel 1916 a Palena, nel 1923 a Rivisondoli. Nello stesso anno – come riportò Il Messaggero dell’11 marzo 1923 – un uomo fu gravemente ferito, morendo poi in ospedale, a Marradi nel Mugello. Però ammettiamo che se l’era voluta, in quanto stava portando via dalla tana i cuccioli, ma la lupa sopraggiunse e lo attaccò. Nel gennaio 1924 a Cittaducale fu ritrovato il cadavere sbranato di un mendicante.

Fatti del passato, è vero, ma certo non risalenti a 150 anni fa. E soprattutto riferiti dal naturalista e zoologo Giuseppe Altobello, il primo che riconobbe il lupo appenninico come Canis lupus italicus, ossia sottospecie diversa da quella del Canis lupus lupus. Insomma, il prof. Altobello non era certo uno sprovveduto per quanto riguarda il lupo in Italia.

L’affermazione, nel dossier succitato (Versione 1), “gli ibridi cane-lupo sono potenzialmente molto più dannosi” non è supportata a livello scientifico, tanto che nella Versione 2 è scomparsa. Certamente, l’accoppiamento in natura tra cani e lupi è dannoso e da combattere, ma nessuno studio ha mai evidenziato che gli ibridi cane-lupo abbiano una maggiore confidenza con gli umani e le loro attività, e che diventino potenzialmente molto dannosi e pericolosi. Quelli nati e allevati da lupi in natura semplicemente imparano e si comportano come i lupi, mentre gli incroci cane-lupo nati e cresciuti a fianco dell’uomo, almeno nelle prime generazioni, possono effettivamente dare notevoli problemi anche di affidabilità. Lo studio, sempre nella Versione 1, accenna all’anacronistico fenomeno del randagismo – assolutamente da combattere – citando: “Il progetto europeo IbriWolf parla di circa 700.000 cani randagi presenti in Italia”. Va bene, ma questo dato in realtà non ha alcuna base scientifica. Viene indicato da molti, e persino dato come verità, ma nessuno ha mai fatto un simile conteggio per quanto riguarda il territorio nazionale italiano. Si tratta solo di una ipotesi, nata quando nel 2007 solo otto tra regioni e province (tutte le altre non fecero alcuna indagine) fornirono i loro dati al ministero della Salute, che li pubblicò l’anno dopo facendo una estrapolazione solo teorica a livello nazionale. Ergo, il problema del randagismo è reale, i dati numerici invece sono mere ipotesi.

Invece il dossier dice bene, sempre a nostro parere, quando nel capitolo Cosa succede negli altri paesi? È possibile convivere con i lupi? riporta che in Germania i danni provocati dai lupi assommano a meno di 500.000 euro in quasi 20 anni rispetto agli oltre 60 milioni spesi solo nel 2015 per ripagare i danni delle martore (che hanno la pessima abitudine di entrare nei cofani delle automobili e di romperne tubi e cavi del motore a morsi, per motivi ancora non chiari), anche se la somma di 60 milioni ci lascia dubbiosi. Tuttavia, anche se in calo rispetto al 2017, tali danni nel 2018 sempre in Germania vengono indicati in 69 milioni di euro. Ovviamente – e questo particolare sfugge a molti ambientalisti e ricercatori – una cosa è un danno a dei cavi che semplicemente si sostituiscono e altra cosa il vedere i propri animali morti sbranati o ancora agonizzanti.

Tuttavia la Germania – che ha una popolazione di lupi almeno quattro volte inferiore a quella italiana – a dicembre 2019 approvò una legge che, previa autorizzazione rilasciata dagli enti locali, in caso di ripetute predazioni di bestiame permette di eliminare un lupo anche se non vi è la certezza assoluta che sia il responsabile degli attacchi. Non solo, se le predazioni continuano possono essere abbattuti tutti i lupi della zona, ovviamente solo di quella, finché il problema non cessa. https://www.tagesschau.de/inland/woelfe-abschuss-101.html Analoghi abbattimenti si verificano già anche in Francia, Spagna, Svezia, Finlandia e in altri stati europei, nonché in alcuni non aderenti all’Unione Europea come la Svizzera, oppure negli Stati Uniti come stabilisce l’United States Fish and Wildlife Service, agenzia del Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti che si occupa della gestione e conservazione della fauna selvatica.

Per quanto riguarda i danni da lupo e orso nella Provincia di Bolzano nel 2019 sono stati rimborsati 12.293 euro, cifra francamente infinitesimale se valutata in relazione all’importanza in natura del ruolo dei predatori.

Pecora ferita.

Il dossier non ci convince invece là dove scrive che la ricerca Predator control should not be a shot in the dark, 2016, di Adrian Treves, Miha Krofel e Jeannine McManus pubblicata da Frontiers in Ecology and the Environment, “dimostra che laddove si sia ricorsi a metodi letali (l’abbattimento N.d.R.), solo nel 29% dei casi esaminati gli attacchi al bestiame sono diminuiti e solo temporaneamente. Nel 43% dei casi, gli studiosi hanno notato invece un aumento di aggressioni ai danni di animali domestici. Tale fenomeno dovrebbe imputarsi alla disgregazione del branco dovuto alla rimozione degli esemplari alfa”. Infatti là dove scrive “dimostra” dovrebbe invece usare il condizionale “dimostrerebbe”, poiché altri studi non sono affatto concordi.

Lo studio succitato in pratica è un’analisi di altri studi sull’abbattimento dei lupi e di altri su metodi non letali, incluso l’uso dei cani da protezione e altre tecniche, ampiamente criticati e dati per validi o no secondo le valutazioni di Treves e collaboratori e che sono state, legittimamente, prese ad esempio nel dossier Il lupo in Alto Adige del dr. Filippo Favilli (e da molti altri). Ma notissimi scienziati sono più che dubbiosi. David Mech, un esperto di lupi dell’Università del Minnesota, a proposito degli studi valutati e scartati da Treves, dichiarò: “Alcuni avevano standard scientifici piuttosto buoni, anche se non del tutto perfetti. Però trarre la conclusione che quindi tutti questi programmi di gestione delle predazioni dovrebbero fermarsi fino al completamento di studi con standard superiori, questo è un grande balzo”.

Lo studio di Treves è permeato dalla preoccupazione che già il lupo sia soggetto negli Usa a bracconaggio, e ha perfettamente ragione, e che dichiararlo in alcuni stati specie cacciabile ne incrementerebbe l’uccisione illegale in base al presunto concetto “Se lo fa lo stato, posso farlo pure io”. Anche per questo motivo, riteniamo, tra gli studi valutati ha definito validi solo quelli non letali, solo dissuasivi. Treves dichiara anche: “Indipendentemente dal numero di lupi uccisi in una fattoria, non vi è alcuna riduzione delle perdite future di bestiame statisticamente significativa”. Ma non dice, come altri vorrebbero fare intendere, che l’abbattimento dei lupi farà aumentare le predazioni di bestiame in quella zona rispetto a prima.

Però l’United States Fish and Wildlife Service degli Stati Uniti, a tal proposito ha risposto: “Le politiche e le decisioni di Wildlife Services si basano sulla migliore scienza disponibile. Non tutti i problemi di danni da fauna selvatica possono essere risolti utilizzando solo tecniche non letali. Anche con l’uso di metodi non letali singoli o combinati, spesso continuano le perdite di bestiame causate dai predatori”. Tuttavia è anche vero che lasciare agli allevatori la possibilità di abbattere indiscriminatamente a vista qualsiasi, o addirittura tutti, i lupi circolanti nei loro pascoli sarebbe pazzia. Gli interventi infatti vengono fatti o permessi, se motivati, dall’United States Fish and Wildlife Service.

Sia chiaro, noi di Pan siamo fermamente convinti che l’impiego di cani validi e in numero adeguato sia fondamentale e che rappresenti la migliore difesa del bestiame, ma siamo consci che non sempre funzioni e che anche in Italia, almeno in certe aree e specifiche situazioni ed esemplari, sia ormai necessaria una gestione del lupo, seppure da parte delle sole autorità. Sarà bene chiarire che per specifici casi lo stesso  Adrian Treves e Lisa Naughton Treves in Evaluating lethal control in the management of human–wildlife conflict scrissero già nel 2005 che “When highly endangered species kill livestock or take human lives, the best form of lethal control is highly accurate, selective removal of  ‘problem’ animals by formally appointed and trained agents” e cioè letteralmente “Quando specie altamente minacciate di estinzione uccidono il bestiame o prendono vite umane, la migliore forma di controllo letale è la rimozione altamente accurata e selettiva di animali  problematici da parte di agenti formalmente nominati e addestrati”.

Anche nel mondo accademico-ambientalista a volte si danno per scontate e certe delle ipotesi o studi, che però non sono accettate da tutto il settore. Questi studi però altri fanno poi in fretta a divulgarli come verità assoluta, come il fatto che – se si abbattesse, anche senza volerlo specificatamente, il leader di un branco di lupi durante un intervento legale – i sopravvissuti privi di guida si disperderebbero causando ancora più danni al bestiame. In realtà i leader nel branco di lupi possono morire per varie cause, per esempio uccisi da altri lupi o da prede combattive e pericolose, investiti da automobili o treni, uccisi dai bracconieri o chissà che altro. Anzi, la prima causa di morte naturale tra i lupi, quindi uomo escluso (compresi investimenti), sono proprio altri lupi.

Lo studio di David Mech Seasonality of intraspecific mortality by gray wolves, pubblicato nel 2017 dal Journal of Mammalogy (https://academic.oup.com/jmammal/article/98/6/1538/4160380) riporta che: “Dei 41 lupi grigi uccisi da lupi adulti, e dei 10 probabilmente o forse uccisi da altri lupi, dal 1968 al 2014 nella Superior National Forest nel Minnesota nord-orientale, la maggior parte sono stati uccisi nei mesi precedenti e immediatamente successivi alla stagione riproduttiva, che era principalmente in febbraio. Le nostre scoperte tendono a sostenere la mortalità intraspecifica dei lupi adulti come mezzo per ridurre la competizione riproduttiva e mantenere i territori”. In questi scontri sono sovente i leader ad affrontarsi, e nel caso a morire. Si disgrega il branco? A volte sì e altre no, perché un altro lupo del branco o anche uno esterno può assumere il ruolo di leader.

Nello studio Il lupo in Alto Adige si scrive: “Per contro, l’impiego di metodi non letali, come la protezione delle greggi durante la notte, l’utilizzo di reti e di cani da pastore (…) ha contenuto di oltre l’80% gli attacchi dei lupi”. A proposito delle reti – anche se indubbiamente hanno evitato moltissime predazioni – sarà bene chiarire che in certe aree montane lo strato di terra è talmente basso che i paletti non possono essere piantati a sufficienza, e che comunque i lupi in altre aree italiane hanno imparato, pur stando all’esterno della rete, a spaventare le pecore in modo che fuggano in gruppo abbattendola, che sia elettrificata o no. https://www.youtube.com/watch?v=df4Euvrg7yM Nelle reti finiscono intrappolati anche esemplari di ungulati selvatici come caprioli e cervi, spesso morendo.

Le reti possono rappresentare un pericolo per alcune specie animali.

Alcuni ci hanno fatto notare che esistono varie tipologie di reti mobili e semi mobili che si adattano a diverse tipologie di superfici, e che comunque, in caso di impossibilità di mettere reti, la presenza dei cani e del pastore si rivela sufficiente. Ma supponiamo che costoro non abbiano mai calcato l’erba di un pascolo montano erto e ricco di ostacoli naturali, e manco abbiano alcuna idea delle difficoltà della pastorizia: per esempio, in alta montagna le nubi basse e la fitta nebbia spesso non permettono al pastore di vedere nulla alla distanza anche solo di poche decine di metri. https://www.youtube.com/watch?v=KGk2sOakH5A Inoltre il bestiame per nutrirsi si disperde su molti ettari, tra pendii, zone rocciose e vallette, e certo il pastore non potrebbe mai accorrere per tempo nel punto dell’attacco, neppure se fosse il centometrista Usain Bolt. A meno che non si creda che i lupi, animali intelligenti e furbi, attacchino proprio là dove c’è il pastore.

In tali zone i cani, purché validi, dovrebbero essere in numero tale da poter stare all’interno del gregge (solitamente le femmine) e intorno (i maschi adulti) per parare eventuali attacchi che possono giungere da ogni direzione. Ciò comporta che il numero dei cani dev’essere alto quanto, e anzi meglio se più alto, di quello del branco di lupi della zona. Cosa non facile se il branco è numeroso. Ma anche così il problema diventa l’alimentazione dei cani: in zone dove i mezzi a motore non arrivano, il pastore dovrebbe portare i sacchi di mangime per i numerosi cani  a spalla o a dorso di asino, se l’ha, magari camminando per qualche ora per salire sino al pascolo. In Alto Adige, come abbiamo già scritto, molti pastori hanno invece ognuno pochi capi di bestiame, anche solo 10-20, e pertanto il relativo reddito non permette di mantenere parecchi cani da protezione, anche se li volessero. Eppure sempre alcuni ci hanno detto che se ci fosse un pastore adeguatamente formato e pagato, il problema non si porrebbe. A costoro consigliamo di fare quattro conti tra ricavi e spese, prima di esternare simili disquisizioni.

Les Loups et les Brebis, 1867, di Gustave Doré.

In Alto Adige il lupo fu sterminato utilizzando qualsiasi modo possibile e si dice che l’ultimo esemplare fu ucciso il 24 novembre 1896. In realtà furono tre. Nella valle di Villnöss, vicino a Chiusa, ne udivano gli ululati ormai da quattordici giorni nella zona, dove avevano predato diverse pecore. Si misero sulle loro tracce, a cavallo, otto cacciatori. Uno dei lupi fu avvistato a Brogis (sulla strada da Villnöss alla Val Gardena) e poi ucciso nella zona tra Munt e il villaggio di Affers. Si trattava di un magnifico esemplare descritto di “rara grandezza”, poi finito impagliato a casa del suo uccisore, il proprietario delle pecore. Gli altri due lupi furono raggiunti, scovati e uccisi dopo un inseguimento di ben 50 km, nella zona di St. Kassia. Il fatto è citato nell’articolo Caccia al lupo a Villnösserthale pubblicato dal Bozner Nachrichten  il 2 dicembre 1896. Tuttavia non dovevano essere gli ultimi come si dice, poiché nella chiesa di Luttach (Lotago, oggi frazione del comune di Valle Aurina, provincia di Bolzano) intorno al 1900, poco prima della messa di Natale, fu celebrata la benedizione a una battuta al lupo che si stava per svolgere, come si faceva ancora dopo secoli nelle comunità rurali.

L’articolo Caccia al lupo a Villnösserthale, pubblicato dal Bozner Nachrichten  il 2 dicembre 1896.

Da quando almeno 9.000 anni fa nacque la pastorizia in Mesopotamia, i cani da protezione furono e sono fondamentali, e così dev’essere anche oggi perché – anche se si vagheggia di aree naturali prive di predatori come il lupo e l’orso – ciò non è possibile e né accettato dall’opinione pubblica e anzi sarebbe profondamente sbagliato. Anche in Alto Adige lo si faceva un tempo, e lo si deve fare pure oggi. Una cosa è certa: così come i lupi stessi nel mondo selezionano di fatto i cani da pastore – quelli non adatti muoiono o vengono scartati dai pastori stessi –, così i lupi selezionano pure gli allevatori, perché quelli che purtroppo non possono affrontare le odierne difficoltà della convivenza con i predatori ben difficilmente potranno continuare tale attività. L’autore del dossier qui trattato ha perfettamente ragione quando cita come un effettivo problema “la perdita di abitudine alla convivenza con questo animale da parte dell’uomo”, intesi soprattutto come allevatori e in particolare pastori.