Presente da centinaia di migliaia di anni anche in Toscana, praticamente il lupo non si è mai estinto nelle zone appenniniche della regione, sopravvivendo pur in numeri ridotti nelle zone più selvagge nel periodo più cupo per la specie. L’interazione del lupo con gli esseri umani e il loro bestiame ricalca quella esistente nel passato praticamente ovunque, ossia una sorta di guerra tra le parti, con il bestiame opportunisticamente predato dal lupo anche se le prede selvatiche erano numerose, come nel XII secolo. L’uomo del resto, con le attività agro-silvo-pastorali, toglieva spazio e prede al lupo stesso.

Grazie alle ricerche di Giancarlo Renzi sappiamo che tali predazioni di bestiame erano così diffuse che gli statuti comunali – come quelli di Castel del Piano (GR) e di Montaione (FI) – contenevano specifiche ordinanze sul divieto di vendita di carne proveniente dai resti di capi di bestiame uccisi e divorati dai lupi. Ricordiamo che una terribile e ancora misteriosa, all’epoca, piaga – fino alla scoperta del vaccino di Louis Pasteur nel 1886 – era la rabbia o idrofobia, che si trasmetteva con la saliva degli ammalati. Tali divieti o limitazioni per la carne degli animali predati rimasero nel tempo, per esempio lo statuto del 1657 di Pieve S. Stefano (AR) nel capitolo De Beccai e loro obligo specifica: Et non possa vendere in detto Castello alcuna carne lupata et stramazzata. Ma quella debba vendere di fuora del macello.(Archivio di Stato di Firenze, Statuti Comunità Soggette, Statuti di Pieve S. Stefano, n. 1657).

Wolf sneaking up to the sheepfold, Aberdeen Bestiary, XII secolo.

I lupi erano pericolosi anche per gli esseri umani e non erano rare le celebrazioni di apposite messe per proteggersi da questa minaccia, costruendo anche cappelle dedicate ai santi. A Scornello e precisamente alla confluenza del torrente Zambra e Zambriolo, nei pressi di Volterra, nel XVI secolo fu costruita una edicola religiosa là dove sarebbe apparsa la Madonna a un pastorello, consigliandolo di salire con saggia urgenza su un leccio per salvarsi da un lupo che stava arrivando. Madonna o no, il ragazzino sull’albero ci salì e si salvò. Da allora quello è un punto sacro.

Ricordiamo che nel medioevo in Toscana esistevano grandi aree selvagge e poco popolate. Anzi, all’inizio del XIV la Toscana era l’area più urbanizzata d’Europa, con ben il 31% del milione di abitanti che viveva in città con più di 5.000 abitanti. Non solo, la popolazione fu falcidiata dalla peste nera dal 1348, e fu vera ecatombe. A Firenze su circa 100.000 abitanti, ne morirono 60.000. Simili percentuali valgono anche altrove e non solo in Toscana e quindi in Italia. La peste a ondate si ripresentò ogni pochi anni nei secoli – terrificante fu anche quella del 1629-30 –  e basti dire che ciò, insieme ad altre iatture, fece sì che la popolazione di tutta la Toscana tornasse a un milione di abitanti solo nel 1730.

I lupi, che si cibavano dei cadaveri ma non si ammalavano di peste, grazie alla gravissima crisi sociale ebbero grande incremento. I pastori all’epoca però dovevano vedersela non solo con i lupi ma anche con gli orsi: nel 1428 l’estimo di Caprese Michelangelo, nei pressi di Arezzo, indicava la località di Farfaneto come pastura d’orsi e di lupi e altre bestie selvatiche. Dal momento che molti pastori erano dipendenti, in caso di perdite di bestiame posto sotto la loro custodia dovevano dimostrare di non averne colpa. Per esempio, gli statuti di Monterchi e Montis Agutelli (Arezzo, nell’alta Valtiberina) specificava che se un guardiano dicesse che alcuni suoi animali sono morti da lupo o per inondazioni d’acqua sia tenuto mostrare alli padroni il cuoio o pelle o qualche altra prova (Archivio Comunale di Sansepolcro, Serie I, f. 7, Statuti di Monterchi e di Montis Agutelli del 19 aprile 1569, Rubrica XXIIII, c. 35r.). I pastori, come chiunque altro, dalla presenza di orsi e lupi traevano comunque un guadagno notevole per l’epoca se presentavano alle autorità i cadaveri o parti di questi animali. Sovente si trattava di cuccioli trovati nelle tane. Difatti su questi animali c’erano taglie, ossia premi in denaro, di non poca entità. I pastori, anche in Maremma, dopo avere consegnato le orecchie del lupo ucciso confezionavano con la pelle delle casacche da indossare.

Le loup pris au piege, di Jean-Baptiste Oudry (1686–1755)

Che un lupo, meglio se zoppo e menomato, fosse una buona fonte di reddito per chiunque è evidenziato da questo fatto, avvenuto nel 1725 in frazione Lucemburgo, territorio di Sestino, e testimoniato all’epoca da Mario di Cherubino, Paolo Piccini e Gio. Maria di Tommaso, tutti della zona. Paolo Piccini raccontò: Mario di Cherubino di Lucemburgo il giorno del Venerdì santo cioè il 26 marzo 1725 ammazzò nel fosso del Baregnaio e Giuncheto un lupo grosso, zoppo da una gamba di dietro dalla parte sinistra, con un palo grosso e con delle pietre Io lo so, perché essendo io insieme a Gio. Maria di Tommaso nella chiesa di detto luogo e con Benedetto mio fratello a cavare sepoltura per il nostro curato che era morto, sentii chiamare Aiuto, Aiuto. Inde accorremmo tutti insieme e si trovò in detto luogo che è fra il fosso di Baregnaio e il Giuncheto distante da detta chiesa da due tiri d’archibusio, il medesimo Mario che inseguiva detto Lupo e con detto palo e pietre lo colpì e l’ammazzò nel fosso del Giuncheto. L’altro testimone, Gio. Maria di Tommaso, precisò: Si accorse tutti e si trovò nel Giuncheto d. Mario di Cherubino che inseguiva d. Lupo e condottolo nel fosso l’ammazzò con un colpo nella testa e con di molte pietre che gli avventò.

Nel Libro delle Ragioni della Podesteria di Sestino, nella zona di Arezzo, relativamente all’anno 1605 c’è scritto di pagare a Domenico di Geronimo del Regno di Napoli fratelli e compagni per una Lupa grossa presa nel Sasso, cioè nella macchia del Sasso, lire 56, e di pagare anche Antonio di Pierozzo da Gubbio lupaio come sopra per sette lupattini vivi presi nella suddetta Macchia a scudi uno per ciascuno, lire 49.

Costoro erano probabilmente lupari, come quelli provenienti dal Regno di Napoli chiamati nel Granducato di Toscana nei secoli XVI e XVII. I lupi all’epoca erano molto comuni ovunque, e in certi periodi persino numerosissimi fino ai bordi e persino nottetempo dentro le città (in particolare durante e dopo le guerre e le pestilenze), come si può notare da diversi toponimi relativi appunto ai lupi. Il bando del Granduca di Toscana del 5 dicembre 1570 nel paragrafo Sopra lo Ammazzare Porci et Lupi stabiliva che agli autorizzati era concesso anche nelle bandite l’ammazzare o pigliare Porci e Lupi purché non si ammazzino, o piglino con archibusi o rete di qualsivoglia sorte. Questi animali non solo prosperavano e creavano danni nelle riserve (ossia soprattutto ai nobili proprietari…) ma rappresentavano anche una minaccia per la popolazione, in quanto – come scrisse in seguito, nel 1803, L. Cantini in Legislazione toscana raccolta e illustrata, Firenze 1803, Tomo VII, pp. 264-65 – i Lupi e i Cignali non solamente si trovavano nelle Maremme nella stagione dell’inverno e in quella della estate nelle Montagne, come succede presentemente ma anche nel cuore della Toscana ne’ luoghi popolati e vicini alle Città s’incontrano questi animali, i quali recavano grandissimi danni al bestiame e agli abitatori della campagna.

La situazione però non migliorò poiché nel Bando generale di Bandite e Sbandite di caccie e Uccellagioni ecc. del 17 settembre 1612 si confermava la stessa cosa e l’11 maggio 1618 si ribadiva  che non era mai prohibito ad alcuno in alchun tempo pigliare o ammazzare lupi. Anzi, chi li cacciava era tutelato e nessuno, pena la galera, poteva impedire loro di posizionare tagliole, lacci o altri simili ordigni. Non solo: E le comunità, dove si ammazzeranno li Lupi, siano tenute dare, pagare a detti lupai o altre persone destinate per tale effetto, quello che per la patente fatta loro si dispone.

Tuttavia le tagliole non erano sempre permesse. Ancora a Sestino il 22 luglio 1612 i consiglieri e rappresentanti comunali si riunirono a proposito dei lupi, mettendo poi a verbale: Atteso la lettera del Magistrato de Signori Nove delli 3 di luglio 1612 sopra il supplicato di Mastro Valerio Baldassarri e di Cesare suo figlio che domandano potere attendere a pigliare li lupi con le tagliole con ricevere scudi otto per lupo che si danno agli altri che amazzano lupi con detto artifizio (…) dissero che in questa Podesteria non vi è mai stata provisione particulare che dispensa patente alcuna a chi amazza lupi e quando ne è stato amazzato alcuno l’hanno di gratia hauto il pagamento. Ma il comune non autorizzò Valerio Baldassarri e il figlio Cesare in quanto i due avrebbero usato le tagliole, come si legge: in questa Podesteria se ne sente pochi (di lupi N.d.A.) et almancho dieci, che non hanno fatto danno alchuno e il concedere tal licentia a Mastro Valerio e suo figlio sarebbe più presto danno che utile perché le tagliole piglierebbono presto li cani e li bestiami che li lupi e ne seguirebbe danno alla Podesteria. Anche vi sarebbe danno per il Gran Duca rispetto alla fida della Macchia che non si troverebbe chi fidassi per paura delle tagliole per esserci gran quantità di bestie d’armento. (Archivio di Stato, f. 319,I, Partiti della Podesteria di Sestino, cc. 4ss.)

Samotny wilk (Lupo solitario), di Alfred Von Kowalski Wierusz (1849-1915)

Un famoso luparo della zona fu Francesco di Battista Balchesini, tenuto in grande stima dalle autorità e di cui rimangono alcuni riferimenti. Lo cita il Libro dei Saldi della Podesteria di Sestino per il periodo 1705-1714: A Francesco di Battista Balchesini, patentato di Lupaio, lire sessanta per haver preso alla Tagliola nel Comune della Petrella l.d. il Poggio del Lazzeraccio un lupo; con fede dei Rappresentanti di quel Comune, del 26 aprile 1707. Nel 1713 ancora: A Francesco di Battista Balchesini patentato Lupaio, lire sessanta per aver preso alla tagliola nel Comune della Petrella, nella Macchia del Sasso, luogo detto Poggio Lazzeraccio, un lupo maschio. L’anno dopo, 1714: A Francesco di Battista Balchesini patentato Lupaio, per aver preso un lupo maschio, come si dice nella fede de Rappresentanti, lire 60.

Francesco ebbe figli – Francesco, Gio (questo probabilmente militare), Battista e Antonio – che divennero lupari come l’esperto padre e che fratelli e figli di Francesco Balchesini, Patentati Lupai (a cui viene pagata la taglia N.d.A.) per aver preso un lupo grosso, come si dice nella fede de Rappresentanti, fede con la ricevuta de 5 Agosto 1725, lire 56. Nel 1726: Al Sergente Gio. Battista Balchesini patentato lupaio per aver preso due lupi grossi alle Tagliole, come si dice nelle Fedi de Rappresentanti, a lire cinquantasei dell’uno, in tutto lire 11. Nel 1728: Al Sergente Gio. Battista Balchesini patentato lupaio per aver preso un Lupo grosso alla tagliola, lire 56. Nel 1729: A Gio. Battista Balchesini lupaio per haver preso sotto dì 12. 9bre. 1729 un lupo grosso nel Comune di S. Donato, lire 56. Al medesimo lupaio per altri due lupi grossi presi nel Comune della Petrella, che uno sotto dì 27. 7bre. 1729, l’altro sotto dì 25. Xbre. 1729, secondo la fede e ricevuta, lire 112. Ancora, nel 1732: Al Sig. Gio. Battista Balchesini e fratello lupai, per haver preso alla tagliola un lupo grosso sotto dì 23 dicembre 1731, lire 56. Nello stesso anno: Al Sergente Gio. Batt. e Antonio suo fratello Balchesini lupai, per aver preso alla tagliola due lupi grossi, lire 112.

Non erano i soli ad abbattere i lupi, perché la Ragione dell’Entrata et Uscita del Sig. Angelo Marini Camarlingo Generale della Podesteria di Sestino per un Anno a tutto Giugno 1728 riporta che A Gio. Pavolo di Cosimo altro patentato lupaio per avere preso due lupatelli di latte a ragione di lire sette l’uno, lire 14. Sempre in quell’anno la fonte cita un altro pagamento: A Mario di Cherubino per avere ammazzato un lupo grosso in questo Capitanato, in virtù di Decreto del Magistrato Ill.mo de SS. Nove, del dì 7 ottobre 1728, lire 56. Negli anni successivi appaiono pagamenti ad altre persone: Al Caporal Ligio Ligi altro luparo per aver preso un altro lupo grosso alle tagliole sotto dì 6 Aprile 1732, lire 56″.

Anche allora i lupari autorizzati erano supportati dalle autorità, come si legge nel Bando per i Lupai del 22 luglio 1744. Potevano circolare armati di spada, spiedo (una sorta di coltellaccio N.d.A.), accetta e archibuso a palla, purché insieme alla consueta attrezzatura da luparo: Che per portare le stanghe, taglioni ed altri loro bagagli da luogo a luogo siano provveduti di bestie e carriaggi dalle rispettive Comunità, con somministrare loro spaghi, fune ed altre cose. Che non sia fatta pagare loro nessuna tassa o pedaggio. Possono fare taglioni e stanghe dove ne avranno bisogno (…) Per ogni lupo che avranno ammazzato sia pagato il premio di scudi 8 d’oro per ciaschedun lupo grosso e scudi uno per ogni lupettino (…) Che nessuno ardisca offendere o maltrattare detti lupai (…) Che detti lupai siano in tutti i luoghi ricevuti ed alloggiati da tutti gl’Osti e respettivamente da tutti i camarlinghi ed altri Deputati delle Comunità e che tutti i Governi, Commissari ed altri Ufiziali di Giustizia prestino ad essi ogni necessaria assistenza.

Tuttavia nel 1759 le particolari autorizzazioni, dette patenti, per i lupari furono abolite dal granduca di Toscana Francesco III Stefano. La decisione fu simile a quella, successiva, francese che abolì nel 1787 la Louveterie Royal, creata nel medioevo e avente la funzione di eliminare i predatori, e in particolare il lupo. Ma fu nuovamente ripristinata nel 1804 da Napoleone Bonaparte a causa dell’esplosione numerica dei lupi e dei relativi attacchi. In Toscana si verificò la stessa situazione e il nuovo granduca Pietro Leopoldo di Lorena, figlio del precedente, a  Firenze il 21 marzo del 1770  informato de’ gravi danni che arrecano al bestiame i lupi, i quali dopo l’abolizione delle Patenti de’ Lupai si sono moltiplicati, decise di rinnuovare l’Editto dell’Anno 1744 con cui furono concesse diverse grazie e privilegi agli uccisori di simili perniciosi animali, stabilendo premi in denaro e varie garanzie e tutele per i detti lupai.

Tuttavia tali decisioni, seppure qualche risultato l’abbiano ottenuto, erano del tutto ininfluenti sul numero di questi predatori presenti perché sempre nella documentazione di Sestino, il 26 giugno 1781 si riportò che l’intervento del luparo Balchesini era ritenuto molto importante: Considerato il grave danno e la strage che fanno ogni anno i Lupi de bestiami che pascono alla Campagna con rovina de poveri proprietari, il che succede per non esservi persone che attendino alla caccia de medesimi con la tesa delle tagliole, sapendo che in questi luoghi vi è solamente Luca Balchesini che sia provisto degli arnesi necessari per bene eseguire e con buon successo d. Caccia da Lui medesimo e da Suoi antenati più volte esercitata e che assumerebbe questa impresa quando le fosse accordata la patente di Lupaio, da esso in altri tempi tenuta, tanto per se che per Michele di lui figlio, desiderando il pubblico che egli di nuovo la intraprenda per estirpare questi pericolosi e dannevoli animali; ordinorno darseli copia del presente partito che potrà servirli per attestato de danni, che essi annualmente cagionano e della di lui abilità, acciò con esso possa presentarsi dove et appresso di chi occorra per ottenere la mentovata patente (Archivio comunale di Sestino, f. 322, I, Libro di deliberazioni e partiti della Comunità di Sestino, c. 83r.).

Dalla lettura di quanto sopra si capisce che cosa ben diversa era ammazzare lupi in qualsiasi modo e periodo, atto permesso a chiunque e per il quale si otteneva il pagamento di una taglia. Costoro, non avendo la patente di luparo, non avevano infatti diritto a tutti i supporti e contributi obbligatori da parte delle autorità ovunque agissero.

All’inizio del XIX secolo il numero dei lupi aumentò notevolmente, anche per via di una serie di fattori che fiaccarono la popolazione locale della Toscana rurale. Dal 1815 in poi le carestie, malattie ed eventi climatici furono terribili. Una deliberazione di Sestino del 27 settembre 1816 chiedeva  l’esenzione dalla tassa sui terreni a causa degli inverni che durano sette mesi all’anno; che la parte selvosa, pascolativa e sterile comprende sette ottavi del terreno e di un solo ottavo la porzione seminativa (…) che da tre anni a questa parte la più orribile carestia si fa sentire nella Comune per cui non pochi individui sono morti di fame.

A questo si aggiungevano i lupi, anch’essi affamati e non per colpa loro, e così il pagamento delle taglie su questi animali aumentò. Nel bilancio di previsione della Comunità di Sestino del 1816, tra le uscite figura: Per l’uccisione dei Lupi, lire 350. Si consideri che tale cifra, pari a 50 scudi fiorentini, era la metà del salario annuale di un insegnante, visto che La Gazzetta di Firenze del 27 gennaio 1818 riporta che il Cancelliere della Comunità di Volterra rende noto pubblicamente che S.A.I.R. ha approvato lo stabilimento di un Maestro di Disegno per la Città suddetta di Volterra con l’annuo salario di lire settecento.

La Maremma toscana, così come quella limitrofa laziale, era selvaggia, fittamente coperta da boscaglie e macchia mediterranea, paludosa, infestata dalla zanzara anofele che trasmetteva la malaria – ma colpivano pure altre malattie letali come il tifo, colera, vaiolo o la tubercolosi –, infestata da briganti, poco fertile e utilizzata praticamente solo per la pastorizia. Terra periodicamente devastata pure dalle cavallette: verso le ore 18 del 23 giugno 1711 dalla direzione del mare apparve una nube immensa di locuste che oscurò il sole e ricoprì rapidamente tutta la campagna circostante di Piombino. Negli anni successivi le invasioni di cavallette si estesero anche alle campagne di Massa Marittima, Gavorrano, Sassetta e Castagneto Carducci, distruggendo oltre 100 km² di terre coltivate. Simili catastrofi si verificarono fino al 1786. Gli allevatori che volevano stabilirsi almeno nei punti meno ostici non potevano neppure recintare i loro terreni, anche se di proprietà, poiché tutte le pasture maremmane erano di competenza della Dogana di Siena, che lo vietava.

Butteri e mandrie in Maremma, 1894, di Giovanni Fattori (1825-1908).

Ferdinando III, granduca di Toscana, voleva bonificare la Maremma, vi fece dei sopralluoghi, si prese la malaria e ne morì nel 1824. A lui successe il figlio Leopoldo II di Toscana, con le stesse intenzioni tanto che il 27 aprile 1828 emanò l’editto per la bonificazione della Maremma a spese dello stato, diede lavoro a  cinquemila operai, e non grazie ai pareri discordi degli ingegneri ma all’esperienza e ai consigli di un modesto fattore, Giuseppe Mazzanti, riuscì nell’impresa, rendendo nel corso dei decenni fertilissime quelle terre prima malsane. Tuttavia ancora nel 1862 circa il 40% della popolazione grossetana era affetta da malaria (soltanto verso la fine dell’800 si scoprì che la malaria era trasmessa dalla zanzara anofele) e in estate, fino al 1897, anche gli uffici comunali venivano trasferiti in zone più salubri. Il vero rimedio alla malaria, bonifiche a parte, fu il chinino, famoso poi come “Chinino di Stato” e distribuito nel 1900 in modo capillare come operazione senza scopo di lucro. Grazie a questi provvedimenti la mortalità causata dalla malaria calò drasticamente, passando da circa 16.000 vittime nel 1895 a 7.838 nel 1905. Insomma, si capirà che i lupi, pur essendo un problema per gli allevatori, erano quasi insignificanti rispetto ad altre iatture ben più gravi. Man mano che i luoghi divenivano sempre più popolati e controllati, anche i briganti non ebbero più quel rifugio e l’ultimo di loro, ucciso nel 1896, fu Domenico Tiburzi.

Il cadavere del brigante Tiburzi legato e tenuto in piedi per le fotografie di rito.

I lupi, pur ancora presenti, cominciarono a scomparire sempre più, con un possibile aumento – come sempre si verifica durante i conflitti – durante e immediatamente dopo le due guerre mondiali, per poi diminuire ancora a seguito della persecuzione dell’uomo e anche della carenza di prede selvatiche. Nel 1930 ne fu ucciso uno nella zona di Firenzuola, nei pressi di Firenze, subito fatto  impagliare e portato in giro per casolari e paesi al fine di ricevere offerte e doni. Insomma, come facevano i lupari allora, nulla di nuovo. Non si trattava dell’ultimo lupo, in quanto altre segnalazioni testimoniano che nei boschi del Mugello e del Casentino era rimasto presente, seppur con densità estremamente ridotte durante tutto l’ultimo secolo. Tuttavia ce n’erano ancora, almeno in Lunigiana (un gruppo osservato nell’inverno 1965-66), nell’Appennino pistoiese, nel Casentino, nonché nella Maremma toscana e laziale.

Primi anni del XIX secolo, cacciatori in Maremma.

Allora il lupo era considerato un animale nocivo e pertanto abbattuto legalmente (fino alla protezione nel 1971) appena se ne presentava l’occasione, tanto che nel decennio 1960-70 solo in Toscana ne furono abbattuti 19 esemplari su 112 uccisi in tutta Italia in quel decennio. Saggiamente nel 1971 era stato anche vietato l’uso di bocconi avvelenati e questo, unito poi alla reintroduzione delle prede naturali come caprioli e cervi e all’abbandono dei boschi (e il loro aumento), fu un formidabile aiuto per il lupo, specie altamente adattabile e opportunista. E bisogna anche aggiungere che l’introduzione del cinghiale da parte del mondo venatorio, seppure dell’Est con tutti i problemi che conosciamo, ha fornito a questo carnivoro la preda principe che ne ha permesso lo straordinario aumento di questi decenni.

Le conseguenze sulla distribuzione del lupo furono l’abbattimento illegale nel 1975 di un lupo nel Mugello (Firenze), e ancora nel 1978 nella provincia di Arezzo tra i Sibillini e le Foreste Casentinesi e di altri nella provincia di Arezzo e nell’Appennino Pistoiese. Nel Grossetano e nel Senese gli avvistamenti aumentarono sempre più dalla fine degli anni ’70, e purtroppo anche le predazioni del bestiame. Non pochi lupi, alcune decine, furono abbattuti negli anni in Toscana dai bracconieri, e si suppone molti di più in tempi recenti. Tuttavia ciò non ha assolutamente fermato l’avanzata del lupo, tanto che in Toscana si stimavano circa 198-216 branchi equivalenti a 850-930 lupi (compresi gli ibridi cane/lupi, ma non considerando gli esemplari isolati sia di lupo sia di ibrido). Attenzione, questa stima fu presentata nel dicembre 2018 con dati raccolti precedentemente, e da allora sono passati due anni. http://www.isprambiente.gov.it/files2018/eventi/verso-piano-monitoraggio-lupo/APOLLONIOROMADICEMBRE2018DEFINITIVA.pdf

Ergo, la Toscana è divenuta la regione italiana con il maggior numero di questi predatori. Un numero che pare sia ormai eccessivo nonostante gli atti di bracconaggio e che sta causando notevoli problemi agli allevatori esasperati, anche se l’adozione di opportune tecniche – come l’uso di reti elettriche mobili e di cani da protezione adatti e in numero adeguato – ha ridotto fortemente, ma non totalmente, l’entità dei danni.