L’idea di creare un museo attinente il bracconaggio e le trappole in generale fu di Giovanni Todaro, giornalista naturalista che da anni studia la tematica nel mondo. Nel 1993, avuti a disposizione i locali del cosiddetto Granaio nel castello di Bardi, iniziò la realizzazione di quello che avrebbe dovuto essere – e che fu – l’unico museo di tal tipo in Europa, e probabilmente nel mondo.

Giovanni Todaro.

Fu realizzato in solo un anno di tempo, a esclusive spese di Giovanni Todaro e senza richiedere né accettare contributi economici da nessuno, enti inclusi, in quanto non si voleva avere alcun vincolo nella trattazione del tema che si suddivideva in due ambiti generali: 1) Il bracconaggio nella storia e nel mondo, tecniche e materiali utilizzati, fini e divieti. 2) Trappolaggio, non solo verso gli animali ma anche verso gli uomini e pure in tempi più o meno recenti: le trappole antiuomo vietcong della Guerra del Vietnam e le mine antiuomo attuali erano e sono di fatto trappole anch’esse e pertanto dovevano essere trattate ed esposte pure loro.

Per capire ciò che fu fatto, basti dire che quello che divenne il Museo del Bracconaggio e delle Trappole era dotato anche di sedici diorami a grandezza naturale, racchiusi in aree protette da vetri antisfondamento. Neppure il Museo di Storia Naturale di Parma (e tanti altri anche istituzionali) era, ed è, dotato di siffatti diorami, alcuni dei quali di ben 20 m². Basti dire che quello del lupo ha  all’interno una parte di faggeta con vegetazione finta perfettamente ricostruita oppure secca e appositamente colorata in base al periodo della giornata che si era voluto rappresentare. Inclusa la microfauna – insetti, ma pure uccelli e piccoli mammiferi – e luci adatte. Nel diorama era, ed è tuttora presente, un grande lupo e una trappola in rami con chiusura verticale. Tutti gli esemplari tassidermizzati erano stati ceduti da collezionisti autorizzati e da vari enti regionali e nazionali.

Il diorama del lupo in costruzione.

Gli oggetti furono appositamente ricostruiti, così com’erano o vengono utilizzati tuttora (trappola da piede per elefante e rinoceronte, trappola Pitman per coccodrillo marino, molla in acciaio per boccone per orso polare, ecc.), o forniti da altri musei ed enti. Nasse, fiocine e reti vietate erano state fornite dalla Guardia di Finanza di Genova che le aveva sequestrate, mentre zanne di elefante, pelli di rettili e leopardi, parti di gorilla e denti di capodoglio, capi d’abbigliamento di materiale vietato e altri oggetti erano stati messi a disposizione dal Corpo Forestale dello Stato-Ufficio Cites.

Borse, cinture e portafogli di pelli di rettili protetti.

Addirittura era esposta una preziosissima e morbidissima sciarpa in pelo di antilope tibetana appena sequestrata a un tenore italiano di fama mondiale. Incredibilmente, collaborarono ambiti del tutto opposti: la LAV fornì archetti, prodine, lacci e tagliole sottratte ai bracconieri, mentre le associazioni venatorie fornirono antiche trappole ingegnosissime anche se ormai superate e inutilizzate. Per motivi di spazio furono appositamente realizzati diorami in scala attinenti le fosse lupaie per lupi e quelle per leopardo, le trappole per pitoni e quelle per scimmie cinocefale e tante altre. In pratica tutto ciò che riguardava il bracconaggio dall’VIII secolo a oggi (quando nascquero le bandite e quindi i divieti di caccia con relativo bracconaggio), nel mondo, era rappresentato e spiegato nei pannelli. Ovviamente anche il bracconaggio in Italia e in Europa aveva una propria esposizione.

Molte le curiosità e aneddoti attinenti il Museo, che qui sveliamo per la prima volta. Per esempio la collaborazione dei bracconieri, dapprima molto diffidenti, che fornirono spiegazioni e dettagli. Erano di due tipi: molto anziani e che quindi, in quelle zone, avevano operato (per fame o tradizione) molti decenni prima, con una profonda conoscenza delle abitudini degli animali insidiati e con le più svariate tecniche. E poi altri più giovani, i quali assicuravano però di non essere bracconieri “ma che l’avevano sentito dire da altri”. Ma le descrizioni dettagliatissime li tradivano… Per esempio, nel Museo c’erano le bacheche dei veleni (dalle ghiande usate nel medioevo fino a quelli attuali), ma solo le scatole vuote in quanto era più sicuro. Non avendo la scatola contenente le fiale di cianuro, chiedemmo in giro se qualcuno ne aveva una. Bene, il giorno dopo arrivò un barattolo di una certa marca estera, solo che all’interno aveva tutte le dodici fiale! Inalando il contenuto la morte è istantanea, anche per gli umani, e pertanto con cautela furono ammucchiate all’aperto e rotte, da distanza, con dei sassi!

Pelle di ocelot.

Un errore simile capitò con la stricnina, e serviva anche lì solo la scatola. Fu fornita da un farmacista molto noto, solo che il commesso si sbagliò e consegnò un barattolo pieno. Ce n’era abbastanza per uccidere – volendolo – alcune centinaia di persone! Fortunatamente ci si accorse della cosa e poche ore dopo venne riconsegnata così com’era, trattenendo solo la scatola di cartone. La stricnina è un terribile veleno, dà una morte orribile mentre l’animale rimane cosciente ma impotente, con una sete smodata. Un animale ucciso da stricnina se mangiato da un altro animale  uccide anche quest’ultimo, e se l’animale in agonia emette della saliva sull’erba e un cervo o una vacca mangiano quell’erba, a loro volta muoiono.

Una parte del Museo riguardava le trappole antiuomo: dalle ricostruzione di quelle da piede, dette “bocche di lupo”, usate ad Alesia dai legionari di Giulio Cesare, alle trappole con freccia dei burgundi tedeschi fino ad arrivare alle tagliole antiuomo usate durante la Prima guerra mondiale (con tanto di diorama con trincea a grandezza naturale). Inoltre erano esposte le varie trappole usate dai Vietcong durante la Guerra del Vietnam, come la fossa punji (in diorama a grandezza naturale e con sezione verticale) ossia una profonda buca avente sul fondo diverse canne di bambù appuntite ed affilate. E per finire i vari tipi di mina antiuomo, ovviamente riprodotte fedelmente, visto che questi ordigni non sono altro che trappole, pur tecnologiche. Ancora oggi si stima esistano nel mondo oltre 100 milioni di mine dimenticate magari da decenni ma tuttora letali e che causano morti e feriti.

Trappola punji.

Ovviamente il Museo era stato pensato contro il bracconaggio e contro le trappole e aveva lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica a tal proposito, cosa che avveniva anche grazie al supporto e alla presenza nel Museo di addetti di organizzazioni civili e sanitarie operative nel mondo. L’affluenza, specialmente di scolari e studenti, era molto elevata.

Questo a un certo punto non piacque ad alcune persone, inclusi politici locali di pessimo livello, e i rapporti andarono deteriorandosi, finché il creatore Giovanni Todaro decise di ritirarsi. Ma si voleva addirittura sgomberare il Museo e cancellare quanto fatto. Fortunatamente intervennero, e risolsero tutto d’imperio, l’allora ministro dell’Ambiente nonché l’Università di Parma, che ben conoscevano l’importanza di tale operato.

Il Museo fu quindi ceduto al Comune di Bardi che lo rinnovò grazie al ricevimento di ingenti contributi pubblici, purtroppo con una visione limitata in quanto fu ribattezzato Museo della Fauna e del Bracconaggio: diversi diorami furono tolti (tra cui quello molto ampio attinente il bracconaggio sui coccodrilli) e così tutta la sezione delle trappole antiuomo. In pratica, si volle affrontare il tema con una visione limitata. E tutt’ora quel museo nuova versione si trova al castello di Bardi.