Il lupo è sempre stato una presenza concreta e stabile in Puglia, grazie agli habitat idonei con relative prede selvatiche e domestiche, e tra queste ultime soprattutto le pecore vista la diffusa presenza di masserie con jazzi e ovili. Come si sa, la millenaria transumanza dalla Puglia all’Abruzzo, e viceversa, dei greggi costituiva un importante scambio di natura sociale, economica e zootecnica. E persino cinofila. Le grandi masserie pugliesi, con persino 10.000 pecore ciascuna, avevano infatti la disponibilità di molti cani custodi – ossia i cosiddetti mastini abruzzesi o “cani da pecora” – che in determinati casi potevano arrivare anche al centinaio di esemplari. Insomma, grandi numeri, con relativa grande selezione sul campo. Visto ciò, per via di questi millenari, massicci e continuativi contatti e interscambi si potrebbe tranquillamente – e provocatoriamente – chiamare questi cani, seppure di effettiva origine abruzzese, non con l’errato nome di Cane da Pastore Maremmano Abruzzese, ma semmai di Cane da Pastore Abruzzese Pugliese.

Puglia, 1947, contadini e mastino abruzzese (foto Federico Padellani).

Il lupo in Puglia veniva ucciso appena possibile, e in vari modi. A pagina 67 del Codice di Maria d’Enghien del 1445-46 si legge: Per che al presente li lupi sono multiplicati: et per loro multiplicatione fanno di gran danno tanto alle bestie de la cità de leze, quanto de li casali vicini, et de la dicta cità de leze: e ordinato per lo dicto capitanio: acciocchè omne persona habia materia de amazare dicti lupi: che quillo chi ammazasse lupo per omne volta havera tari. X. quando fosse ucciso con balestra, et cum cani tari. et in lupara tari. V. Insomma, con la balestra l’impresa era più pericolosa e quindi maggiormente pagata con 10 tari, mentre se il lupo veniva ucciso con i cani o in una fossa lupaia, detta anche lupara, il premio era della metà, ossia 5 tari. La fossa lupaia era una buca profonda alcuni metri, spesso totalmente foderata di grosse pietre poste a secco all’interno affinché il lupo (o il cinghiale e l’orso bruno, quest’ultimo poi estinto in Puglia con la caccia) cadutovi non ne uscisse scavando. Era dotata di una leggera copertura, che cedeva sotto il peso dell’animale. Alcune – e ne esistono tuttora in Puglia, ormai quasi colme di terra – avevano al centro un pilastro su cui veniva legata una pecora o capra che fungeva da esca per il predatore.

Antica fossa lupaia di Porto Cesareo, all’altezza della masseria Salmenta
(Fondazione Terra d’Otranto, foto di Fabrizio Suppressa).

Sappiamo che nella sola Capitanata, corrispondente all’attuale territorio della provincia di Foggia,  dal 1819 al 1912 furono uccisi 2581 lupi, di cui 1074 adulti e 1507 cuccioli. Ossia oltre 25 lupi l’anno, contando solo quelli rinvenuti e per i quali fu pagata una taglia, e che quindi furono presentati alle autorità.

Giustiniano Gorgoni nel suo Vocabolario agronomico con la scelta di voci arti e mestieri attinenti all’agricoltura e col raffronto delle parole e dei modi di dire del dialetto della provincia di Lecce, (Lecce, 1891) a p. 308 scrisse: Nella provincia di Lecce: lu lupu, mercè i disboscamenti, non si vede più di frequente come nel tempo passato. Pur non si manca di tenere dei forti cani a guardia dell’armento, ai quali si mette un collare armato di punte di ferro. Anche qui, come altrove, l’Amministrazione dava un premio in denaro a colui che uccideva un lupo, o prendeva dei lupicioni ed oltre al premio, colui girando per le masserie riceveva dei regali. Insomma, c’erano ancora i cosiddetti lupari e si pagavano le taglie sui lupi.

Un luparo.

Per esempio a Nardò si obbligava a pagare a titolo di premio la somma di £. 25,50 a Caramia Giuseppe, vero uccisore della lupa e non già a Mazzeo Giovanni, fatto avvenuto nel 1872 nei pressi della masseria La Grande. Lo stesso avvenne in quel comune quando nel 1884, in contrada  Arneo, Marinaci Vito di Giuseppe, contadino guardiano di boschi,  uccise due cuccioli di lupo, un maschio e una femmina. I lupi calavano di numero, tuttavia erano ancora presenti, tanto che La Provincia di Lecce il 12 marzo 1911 pubblicò una notizia relativa alla zona di Avetrana: Da parecchi giorni due grossi lupi scorazzano in contrada Arneo, facendo una vera strage nelle masserie: cavalli, vacche, pecore, agnelli sono stati addentati o divorati e ogni tentativo per catturarli è riuscito vano. Le masserie più danneggiate sono quelle denominate Cursoli, Donna Menga e Santa Teresa.

I lupi non sono mai del tutto scomparsi dalle aree montuose pugliesi, ma di fatto le loro predazioni nella maggior parte della regione cessarono e conseguentemente, negli anni, anche la conoscenza e attuazione delle un tempo normali tecniche antipredatorie da parte di pastori e allevatori.

I lupi tuttavia da alcuni anni sono tornati relativamente numerosi in Puglia, cosa confermata dall’analisi del Dna su campioni di pelo e feci e poi di intere carcasse di esemplari uccisi da bracconieri o investiti. La presenza accertata del lupo riguardò prima la Capitanata (Gargano, zone umide sipontine e periferia di Foggia), l’Alta Murgia e Murgia di Sud Est, il Salento e i Monti Dauni, ma oggi include anche i territori circostanti grandi città come Bari e Taranto. I danni al bestiame da predazione di lupo in Puglia sono decisamente consistenti, ma non si sa quanti siano effettivamente oggi questi predatori. Sappiamo che nel 2019 solo da gennaio a marzo furono rinvenuti dieci esemplari in probabile dispersione morti, in gran parte investiti sulle strade. Solo per quanto riguarda quelli ritrovati.

Secondo il dottor Lorenzo Gaudiano – biologo, ricercatore presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e responsabile di diversi progetti di conservazione della specie – le stime riportano un numero minimo di unità riproduttive pari a 12 (esclusi i Monti Dauni). Assumendo un numero medio di 4-5 individui per branco, la stima invernale conservativa della popolazione pugliese è di 48-60 lupi, a cui aggiungere un 20% di individui solitari e in dispersione. Naturalmente pastori e allevatori pugliesi non concordano con queste stime, ritenendo il numero di tali predatori molto più alto.

Però qualcosa si è mosso e nella zona di Altamura due masserie – Jazzo Corte Cicero e Tre Fratelli Corte Cicero – si sono consorziate nel progetto “Allupo”, il cui nome deriva dall’unione tra due parole “antagoniste”, quasi un ossimoro: allevatore e lupo. A queste si è aggiunta l’azienda abruzzese di Federico Varallo, la cui famiglia storicamente alleva bovini podolici in libertà ad Alfedena, provincia di L’Aquila, per poi svernare in Puglia dove ha affittato pascoli contigui a Corte Cicero. Quindi su una superficie totale di circa 500 ettari degli associati oggi pascolano circa 300 vacche podoliche.

Bovini di razza podolica.

L’idea del progetto venne a Rocco Sorino, docente di Gestione dei sistemi agroforestali presso l’Università degli Studi di Bari, nonché proprietario e socio dell’Azienda silvopastorale “Jazzo Corte Cicero – la lana del lupo” di Altamura, situata nella parte più suggestiva del Parco Nazionale dell’Alta Murgia e che nei circa 200 ettari tra pascoli, pascoli arbustivi e boschi cedui di roverella alleva pecore siriane e altamurane, quest’ultima razza autoctona in via di estinzione, cavalli murgesi e bovini podolici tenuti allo stato brado. Racconta il dottor Sorino: “Eravamo a un seminario sul lupo tenuto da Giorgio Boscagli o sul cinghiale dall’amico Duccio Berzi, non ricordo bene, organizzato dall’Ente Parco Nazionale dell’Alta Murgia, quando conobbi Annamaria Ponzetti, proprietaria assieme ai suoi fratelli Vittoria e Carlo della storica tenuta Viti De Angelis Masseria Tre Fratelli Corte Cicero. Le esposi il progetto  e fu subito accolto”.

Il progetto Allupo, avviato a gennaio 2016, è stato realizzato dall’Associazione Centro Ricerche per la Biodiversità (Ce.R.B.) in partenariato con le aziende agro-zootecniche Jazzo Corte Cicero – la lana del lupo e Masseria Tre Fratelli Corte Cicero, grazie ad un finanziamento di Fondazione con il Sud e al cofinanziamento dell’Ente Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Ha ottenuto un finanziamento di 200.000 euro dalla Fondazione con il Sud e co-finanziato dal PNAM. Parte delle strutture masserizie di Jazzo Corte Cicero ospitano la Stazione Biologica e Centro di Documentazione del Lupo e delle Attività Pastorali, ufficio territoriale del Ce.R.B. per il presidio del territorio, e osservatorio per la conservazione dei pascoli mediterranei che ha come obiettivi lo studio delle interazioni tra l’attività pastorale e la conservazione della biodiversità, la divulgazione scientifica e la valorizzazione dell’attività pastorale.

Lo scopo del progetto Allupo è anche quello di vendere e certificare i prodotti trasformati e in particolare il formaggio caciocavallo podolico, tutti con il marchio “della Terra dei Lupi”, al fine di sensibilizzare i consumatori e soprattutto gli allevatori. Infatti, i prodotti “della Terra dei Lupi” sono disciplinati da uno specifico vademecum che attesta soprattutto il grado di naturalità dell’area di produzione/provenienza. Il grado di naturalità delle aree di produzione, denominato Grassland Biodiversity, è certificato dall’associazione Centro Ricerche per la Biodiversità e/o dal Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Bari. Promuovendo i prodotti tipici si contribuisce alla raccolta di fondi destinati al monitoraggio dello status della biodiversità associata agli habitat pascolivi. degli uccelli indicatori della qualità dei sistemi agropastorali, nonché allo studio e gestione antipredatoria del lupo, anche se molti danni, ma ai coltivi, li fa il cinghiale. Al progetto si spera aderiscano altri imprenditori, purché abbiano questo tipo di approccio. Il consumatore, attraverso il marchio di certificazione al logo di quella che è anche una cooperativa, individua in questi prodotti un approccio altamente ecologico in un contesto ambientale in cui il lupo è presente e tollerato. ma anche dissuaso con gli stessi metodi del passato, ovviamente trappole e abbattimenti esclusi.

Formaggio caciocavallo podolico “della Terra dei Lupi”.

Spiega Rocco Sorino: “Il nostro obiettivo è quello di essere un esempio per gli altri allevatori: vogliamo far capire che il lupo non è nostro nemico, ma che al contrario svolge un’importante funzione di controllo della fauna selvatica. Noi non diciamo che il lupo non possa attaccare pecore e vitelli, ma crediamo che basti poco per difendersi dalle comunque sporadiche incursioni. Ad esempio dotandosi di un buon numero di cani pastori abruzzesi, selezionati sul campo proprio per proteggere i greggi. Se un predatore si imbatte in un allevamento custodito dai cani, preferirà non perdere energie ingaggiando pericolosi scontri fisici, ma al contrario si allontanerà, magari per andare alla ricerca delle devastanti prede selvatiche e cioè i cinghiali”.

L’esistenza dei lupi è quindi utile per limitare per esempio il numero dei cinghiali, specie molto prolifica, rustica ed estremamente adattabile. Per questo motivo questi predatori vanno studiati e protetti, per far sì che la loro presenza rimanga stabile sul territorio. Ovviamente i lupi non fanno molte differenze tra cinghiali e bestiame e quindi è importante che gli allevatori impieghino cani custodi validi e nel numero adeguato. Infatti  la sola azienda Jazzo Corte Cicero ha undici mastini abruzzesi e non ha mai subito predazioni, nonostante un branco di cinque lupi si aggiri spesso, prevalentemente di notte, nei terreni della masseria. https://www.youtube.com/watch?v=VUmX1uBjboo

I cani pastori abruzzesi al lavoro con le pecore.

Presso Jazzo Corte Cicero, la Stazione Biologica è il laboratorio didattico per gli studenti di Scienze Biologiche e Naturali dell’Università degli Studi di Bari e inoltre si realizzano giornate studio per studenti di ogni ordine e grado, piccoli e grandi, sulle tematiche ambientali che vedono interagire l’allevamento e la conservazione della biodiversità. La struttura consta di un ufficio/biblioteca e di una foresteria con 16 posti letto, bagni e angolo cottura che permette di ospitare ricercatori che operano in altre realtà territoriali per scambi di esperienze, organizzare periodicamente corsi di formazione delle buone pratiche in campo zootecnico e laboratori volti alla diffusione di economie trasversali e alternative, come la lavorazione della lana, colorazione dei filati con erbe tintorie e altro.

In questa zona la storia è stata da sempre protagonista. Per esempio il bestiame in autunno quando si tornava dalla transumanza veniva menato, portato, alla dogana lì esistente per essere registrato e dove si pagavano le quote per il pascolamento. Quella ricca economia ovviamente poteva attirare di tutto, inclusa la presenza nel XIX secolo del “generale dei briganti” Carmine Crocco e della sua numerosa banda.

Puglia, terra di bestiame, storia, prodotti tipici, straordinarie bellezze e ospitalità. E pure di scienza, cani e lupi.