• La situazione precedente. Nel 1998 nelle Alpi furono censiti solo tre vecchi esemplari maschi, sopravvissuti nel Trentino occidentale. Insomma, estinzione. Ciò aveva indotto il Parco naturale Adamello Brenta, la Provincia autonoma di Trento e l’Istituto nazionale per la fauna selvatica (Infs, oggi Ispra), con il supporto di diversi enti e associazioni, ad avviare già nel 1996 il Progetto Life Ursus – Tutela della popolazione di orso bruno del Brenta (1996-2000). Il progetto costò 1.020.408.700 lire (in euro, 526.997,11), di cui 612.245.220 lire (in euro, 316.198,27) finanziati dall’Unione Europea.
  • Lo Studio di fattibilità prevedeva di liberare 10 orsi sloveni per creare in 20-40 anni una popolazione di 40-50 individui. Le aree ritenute idonee (province di Trento, Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona) coprivano oltre 1.700 km².

Uno degli orsi liberato in Trentino.

  • Il sondaggio: il 70% della popolazione favorevole alla reintroduzione dell’orso. Ma non è vero, era solo il 70% degli intervistati nel 1998 dalla Doxa di Milano telefonando a 1.512 abitanti di 212 comuni delle provincie di Trento, Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona. All’epoca solo la Provincia di Trento contava circa 490.000 abitanti. Quindi, solo 1.512 intervistati su ben cinque province nei fatti non è certo una percentuale rappresentativa e non pare un’adeguata consultazione del pubblico interessato come impone invece la Direttiva Habitat 92/43/CEE del 21 maggio 1992 e il D.P.R. 357/97 che la recepisce nella legislazione italiana. Comunque, circa 3 intervistati su 4 si dissero favorevoli all’esperimento. Sarebbe interessante sapere quanti di questi intervistati fossero allevatori e agricoltori. https://www.youtube.com/watch?v=jO7jQt0foaE
  • La reintroduzione e altri finanziamenti. Tra il 1999 e il 2002 vennero rilasciati dieci orsi (tre maschi e sette femmine) provenienti dalla Slovenia, di età compresa tra i 3 e i 6 anni. Nel 2002 si ebbe la prima riproduzione accertata dall’inizio del progetto, seguita da molte altre. Un successivo Progetto LIFE Ursus II (2001-2004) continuò quanto fatto, al costo di 1.032.914 euro (pari a poco più di 2 miliardi di lire), di cui 506.127.86 euro (quasi un miliardo di lire) finanziato dall’Unione Europea. Questa seconda fase comportò un costo del personale doppio rispetto alla precedente fase – prima 186.406 euro, poi 374.948 euro, a cui si aggiunsero tra l’altro ben 193.155 euro in borse di studio per ricerca e divulgazione. https://www.pnab.it/wp-content/uploads/2018/02/parco_documenti18_orso.pdf Tali cifre non collimano però con quanto riferito dal M5S Trentino con un comunicato stampa del 25 agosto 2014 che dice: “Il Parco Adamello Brenta ha preso parte al Progetto Life Ursus ottenendo dall’UE finanziamenti tra il 1996 e il 2000 per un totale di oltre 3 milioni e 600 mila euro”. https://www.trentino5stelle.it/i-comunicati-stampa-m5s-sul-progetto-life-ursus/
  • L’orso porterà turisti? Il sondaggio nazionale. Nell’autunno del 2002 un sondaggio, con varie domande, effettuato su scala nazionale dalla Doxa per conto del Parco naturale Adamello Brenta, aveva lo scopo di valutare le attitudini dei turisti reali e potenziali identificando l’orso come elemento in grado di attirare turisti. Risultato: il 78% degli intervistati riteneva che la presenza dell’orso potesse fare aumentare l’interesse dei turisti; il 72% affermava di essere più interessato a visitare una zona delle Alpi in cui vivono orsi; l’81% era favorevole o molto favorevole all’iniziativa, il 73% riteneva che il numero di orsi che vivono attualmente sulle Alpi dovesse aumentare.

Ottimi risultati, non dimenticando però che in tutta Italia di orsi, oltre ai tre del Trentino, ce n’erano solo nel Parco d’Abruzzo e dintorni e quindi la gran massa degli entusiasti non aveva mai visto un orso in natura né ci aveva avuto a che fare. In questo periodo la Provincia di Trento, grazie alla sua scelta decisamente coraggiosa e ambientalista, era benvista. Per gli animalisti era un’area splendida, da visitare e ammirare. I trentini erano definiti santi, o almeno semidei da cui imparare a vivere. Ma l’idillio durerà poco. Intanto nei primi quattro anni del Progetto si erano verificate una ventina di predazioni dell’orso sul bestiame.

  • Altro sondaggio provinciale. Nel 2003 sempre la Doxa ricevette l’incarico di effettuare un altro sondaggio sulla popolazione residente in Trentino. Gli orsi ora erano 12 e da tempo erano cominciate le loro razzie su alveari e bestiame. Risultato, su un campione di 2.000 interviste telefoniche rappresentative dell’intera provincia: il 70% aveva un giudizio positivo sull’operazione di reintroduzione dell’orso; il 69% ne gradiva la presenza; il 91% dichiarava di non essere stato, negli ultimi anni, personalmente preoccupato per la presenza dell’orso in Trentino; il 78% dei trentini era favorevole al fatto che l’amministrazione pubblica sostenesse dei costi per la conservazione della specie, una parte di questi auspicandone un aumento numerico (31%). Ma il 52,1% preferiva che il numero di orsi rimanesse a 12 o giù di lì e il 14,8% che diminuisse. Qualcosa si stava incrinando?
  • Le garanzie. State tranquilli, arriva il Pacobace (Piano d’Azione interregionale per la conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi Centro-Orientali), ossia il documento di riferimento per la gestione dell’orso bruno (Ursus arctos) per le regioni e le province autonome delle Alpi Centro-Orientali. Il piano, redatto da un tavolo tecnico interregionale costituito da Provincia autonoma di Trento, Provincia autonoma di Bolzano, Regione Friuli Venezia Giulia, Regione Lombardia, Regione Veneto, ministero dell’Ambiente e Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), venne formalmente adottato dalle amministrazioni territoriali coinvolte e approvato dal ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare con decreto direttoriale n°1810 del 5 novembre 2008 (e aggiornato nel 2015).

Il Pacobace, gradi di problematicità e relative azioni.

  • Il Pacobace prevede diciotto gradi di problematicità per l’orso, con i relativi interventi, come si vede nel grafico e che illustriamo: a) intensificazione del monitoraggio, nel caso di orso radiocollarato; b) informazione ai proprietari e/o custodi del bestiame domestico, ai proprietari e/o frequentatori abituali di baite isolate, ai possibili frequentatori dell’area (turisti, cercatori di funghi, ecc.); c) stabulazione notturna degli ovini, caprini, equini e bovini in stalla e altre misure di protezione; d) celere rimozione degli animali morti in alpeggio; e) gestione oculata dei rifiuti organici, con eventuale adeguamento dei contenitori e discariche; f) messa in opera di strutture idonee a prevenire i danni provocati dal plantigrado, ossia recinzioni elettriche; g) attivazione di un presidio permanente in zona della squadra d’emergenza orso; h) condizionamento allo scopo di ripristinare la diffidenza nei confronti dell’uomo e delle sue attività: s’intende l’intervento diretto sull’animale con il quale si provvede a condizionarlo, o almeno ci si tenta; i) cattura con rilascio allo scopo di spostamento e/o radiomarcaggio; j) cattura per captivazione permanente, ossia detenzione; k) Fin dal 13° livello il Pacobace prevede anche la possibilità dell’abbattimento.
  • Problemi. L’orsa Jurka, una di quelle importate dalla Slovenia (nel 2001), iniziò a fare razzie (accompagnata dai suoi cuccioli, ai quali insegnava quindi quante cose buone avessero gli umani) di animali domestici, razzie negli alveari e incursioni nei centri abitati, con ovvi e potenziali rischi per gli abitanti. Del tutto indifferente ai tentativi di allontanarla con varie tecniche, fu infine catturata nel 2007 e portata in un piccolo recinto elettrificato di 1.500 m² a San Romedio, poi nel 2008 al Casteller di Trento e infine nel 2010 in Germania nell’Alternativer Wolf-und-Bärenpark Schwarzwald, un’oasi naturalistica di 70.000 m² nella Foresta Nera, a Schmiedsberg. Animalisti e parte degli ambientalisti furono imbufaliti, perché secondo loro Jurka doveva continuare a fare l’orso, e quindi i danni succitati… e che la si smettesse di lamentarsi per simili futilità! Cominciarono anche a dire che il Trentino non era poi così un bel posto, si mangiava pure male e comunque di montagne e boschi era piena l’Italia e quindi meglio andare altrove. Anzi, secondo loro i trentini non erano affatto simpatici, troppo attaccati al denaro e alle loro vacche.
  • Gli allevatori trentini. Pure loro non sono santi, e tantissimi erano e sono troppo legati alle tradizioni del passato, quelle per capirci che gli avevano fatto sterminare orsi, linci, lupi, aquile e così via. Avendoli sterminati (lo stesso vale per l’Alto Adige) si potevano quindi permettere di lasciare il bestiame incustodito sui pascoli montani. Con il ritorno dei predatori però questa vita bucolica e serena alla Heidi è diventata roba vecchia e non più attuabile. Ma molti trentini (e altoatesini, stessa solfa) hanno dimenticato come si faceva quella pastorizia, le tecniche, l’esperienza, l’impiego dei cani custodi del bestiame, la vita innegabilmente dura. E non vogliono imparare di nuovo tutto, e meno che mai avere cani da pastore (dicono che spaventano i turisti, e si tratta – prima del disastro da Covid-19 – di milioni di persone che portano soldi).

Insomma, per loro i predatori devono essere eliminati tutti come ai bei tempi, o chiusi in recinti. Ma ciò non avverrà, e neppure sarebbe giusto. Una parte dei trentini cominciò pertanto a cambiare idea sull’orso a causa delle predazioni di bestiame. L’orso M2, definito problematico e che per le molte predazioni e razzie era stato oggetto di un’ordinanza di cattura della Provincia autonoma di Trento, vide la solita sollevazione in suo favore di animalisti e ambientalisti. Il Wwf dichiarò che la cattura era “inaccettabile”. Insomma, poteva continuare a razziare e gli allevatori dovevano subire…  Conseguenza prevedibile, nel 2013 M2 fu abbattuto con una fucilata da ignoti in Val di Rabbi.

Il cadavere di M2.

                                                                                                                (Segue nella seconda parte)