di Spartaco Gippoliti, Franco Andreone, Michele Capasso, Dario Fraschetti

I giardini zoologici o, più semplicemente, zoo (una categoria che include acquari, delfinari, zoo-safari, insettari, case delle farfalle ecc.) sono strutture aperte al pubblico in cui sono ospitati animali vivi. Tali strutture sono regolamentate a livello Europeo dalla direttiva 1999/22/CE, recepita in Italia con il DL 2005/73, che prevede il rilascio di una licenza zoo (a seguito di verifiche ministeriali) alle strutture che adempiono a una serie di norme e compiti indicati in tale DL. Va peraltro ricordato che il DL italiano è alquanto più restrittivo della direttiva europea in quanto richiede a ogni struttura licenziata di adempiere a specifiche funzioni di conservazione, educazione e ricerca e non a una sola di esse, come invece prevede la direttiva originale.

Inoltre l’attività dei giardini zoologici è coordinata a livello sovranazionale da organizzazioni non governative come WAZA (World Association of Zoos and Aquariums) ed EAZA (European Association of Zoos and Aquaria), quest’ultima in Italia rappresentata dalla UIZA (Unione Italiana Zoo e Acquari), che sviluppano i programmi di riproduzione delle specie minacciate, forniscono linee guida su come ospitare gli animali e prendono parte o finanziano programmi di conservazione in situ o ex situ. I giardini zoologici accreditati in Europa svolgono, in proporzioni variabili a seconda della loro tipologia, della propria forza economica, e dell’appartenenza o meno all’EAZA, tre funzioni principali: educazione, conservazione e ricerca.

Purtroppo, e specialmente in Italia, queste strutture e il loro lavoro sono tutt’oggi poco note e spesso la loro stessa esistenza e funzione sono considerate anacronistiche da professionisti e da enti che normalmente non dispongono delle necessarie conoscenze. In questo documento si cercherà di evidenziare invece il ruolo effettivo dei giardini zoologici come centri di cultura naturalistica, con un particolare riferimento alla situazione delle strutture italiane e ad alcuni problemi che esse sono costrette ad affrontare.

Conservazione

I moderni giardini zoologici svolgono un rilevante lavoro di conservazione ex-situ (inteso come allevamento di specie minacciate al di fuori del proprio ambiente naturale) attraverso programmi di conservazione internazionale che si basano sul mantenimento in cattività di una popolazione vitale, sulla stabilità demografica e sul mantenimento di un’adeguata variabilità genetica nel lungo termine. Al momento attuale sono attivi 130 studbook internazionali (registri demografici) che includono 159 tra specie e sottospecie. Inoltre, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, esistono piani di conservazione ex-situ gestiti dall’EAZA. Tali piani prendono il nome di ESB (European studbook) o di EEP (European Endangered Programme) e prevedono la tracciabilità di ogni esemplare ospitato in cattività e facente parte del programma.

Inoltre, sempre a partire dagli anni ’80, esistono piani di monitoraggio e gestione delle popolazioni ex-situ coordinati dall’EAZA. Tali piani prevedono il semplice monitoraggio (MonT), gli ESB (European studbook) o nel caso delle specie prioritarie gli “EAZA ex situ Programmè”  (già EEP), che prevedono la tracciabilità di ogni esemplare ospitato in cattività e facente parte del programma. I dati su queste centinaia di programmi confluiscono in una banca dati mondiale (ZIMS, Zoological Information Management Software). Per ogni specie o sottospecie per cui esiste un progetto di riproduzione europeo vi è un comitato e un coordinatore che si occupa di gestire la riproduzione.

Il coordinatore stabilisce anche quali esemplari far riprodurre, e i conseguenti trasferimenti, in modo da ottimizzare la variabilità genetica all’interno della popolazione captiva. In questo modo, gli animali ospitati in un giardino zoologico italiano, ad esempio, sono gestiti come facenti parte di una più grande popolazione, che include zoo europei e, per certe specie, perfino extra-europei. All’interno di questo circuito gli animali non sono di proprietà della struttura che li ospita e non hanno un valore economico né a livello di bilancio né di scambio. Pertanto, una struttura che riceve un nuovo esemplare non paga alcuna somma di denaro per poterlo ottenere e si rimette alle decisioni del comitato per i successivi spostamenti. Al momento sono attivi 422 programmi di riproduzione europei, di cui 143 ESB e 279 EEP. A questi programmi possono inoltre aderire anche allevatori privati o strutture che non siano membri EAZA.

A titolo informativo, va detto che i giardini zoologici hanno svolto conservazione delle specie sin dall’inizio del Ventesimo Secolo. Infatti, tra le prime specie salvate dall’estinzione dai giardini zoologici si ricordano: il bisonte americano (Bison bison), di cui nel 1905 rimanevano circa mille esemplari, per il quale si mobilitò William Hornaday, direttore del Parco Zoologico del Bronx; e il bisonte europeo (Bison bonasus) per il quale zoo e privati europei fondarono nel 1923, sotto la spinta del direttore dello Zoo di Francoforte Kurt Primiel,  la “Società Internazionale per la Protezione del Bisonte Europeo” che garantì la sopravvivenza di questa specie allora ridotta a 56 esemplari. Tra le altre specie minacciate dall’estinzione e reintrodotte in natura dai giardini zoologici vanno ricordati anche il cavallo di Przewalskii (Equus przewalskii), l’orice d’Arabia (Oryx leucoryx), il furetto piedi neri (Mustela nigripes) e il condor californiano (Gymnogyps californianus). Sulla base di un lavoro di Gusset e Dick (2012), delle 33 specie animali che secondo la IUCN sono “Estinte in Ambiente Selvatico” (Extinct in the Wild) ben 31 vengono oggi riprodotte nei giardini zoologici o negli acquari e la riproduzione di 17 di queste specie è coordinata tramite gli studbook.

Cavallo di Przewalski presso l’Oasi di S. Alessio (Pavia). Si tratta di una delle specie che deve la sua sopravvivenza ai giardini zoologici (fotografia di S. Gippoliti).

Infine, viene di frequente sottolineato negativamente che gli zoo ospitino anche individui di molte specie non minacciate. Vale la pena a tal proposito evidenziare che lo status di conservazione delle specie è soggetto a continue modifiche e che sono innumerevoli i casi di specie comuni diventate rapidamente a rischio, come gli avvoltoi del Vecchio Mondo (Prakash et al., 2003). Sfugge anche che le competenze degli zoo si debbono proprio all’esperienza accumulata in anni di gestione di specie comuni ma molto affini a specie in pericolo per cui si può intervenire partendo da tecniche di gestione e protocolli già sperimentati.

Supporto alla conservazione in situ

Va poi sottolineato che, in modo diretto o indiretto, gli zoo prendono anche parte a programmi di conservazione in-situ, principalmente mediante campagne di finanziamento di progetti in-situ e i giardini zoologici e acquari, se considerati collettivamente, rappresentano la terza potenza finanziatrice della conservazione sul campo (Dick & Gusset, 2012). Talora gli zoo stessi contribuiscono all’attività di conservazione, come avviene, per esempio, con il Madagascar Fauna and Flora Group (MFG), un gruppo di zoo europei, americani e asiatici, che gestiscono direttamente il Parc de Ivoloina (il secondo giardino zoologico in Madagascar), localizzato a Toamasina, e la Riserva Naturale Integrale di Betampona, una delle aree residue di foresta pluviale di bassa quota (Freeman et al., 2014).

Le associazioni di zoo come WAZA, AZA ed EAZA organizzano regolarmente campagne di sensibilizzazione su determinate tematiche di conservazione che comportano un finanziamento proveniente da donazioni del pubblico. Per esempio, dal 2000 l’EAZA organizza campagne di raccolta fondi biennali volte al finanziamento di programmi ex situ che complessivamente hanno raccolto più di 5 milioni di euro. Gli argomenti di queste campagne in Europa sono molto variegati in quanto, nell’ultimo decennio, hanno riguardato gli uccelli canterini asiatici (Silent Forest – Asian Songbird Crisis 2018-2020), la biodiversità rurale europea (Let It Grow Campaign 2015-2017), le minacce dovute al cambiamento climatico per la fauna polare (Pole to Pole Campaign 2013-2015), la fauna del sud est asiatico (EAZA IUCN SSC Southeast Asia Campaign 2011-2013) e le scimmie antropomorfe (Ape Campaign 2010-2011).

Esempio di una accattivante pannello didattico presso  il Parco Natura Viva (Verona) (fotografia di S. Gippoliti).

Inoltre, la Species Survival Commission (commissione sulla salvaguardia delle specie) della IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione, la più importante organizzazione mondiale che si occupa di conservazione della fauna) riconosce come integrale il ruolo dei giardini zoologici. Tant’è che nell’ultimo decennio il Conservation Breeding Specialist Group (un organo della IUCN che si occupa specificatamente della riproduzione in cattività) ha proposto il cosiddetto “One Plan Approach to Conservation” che, riconoscendo un continuum tra le popolazioni di una data specie presenti allo stato selvatico e quella in cattività, sostiene pertanto la necessità di una forte collaborazione tra istituzioni volte alla conservazione della fauna e istituzioni come zoo e acquari attraverso un’integrazione delle conoscenze per il fine ultimo della salvezza della specie (Byers et al., 2013). Pertanto, il ruolo svolto dai giardini zoologici nella conservazione è riconosciuto non tanto dalle istituzioni che li rappresentano, ma anche e soprattutto da quegli organi internazionali che sono il cuore dello sforzo conservazionistico globale, IUCN in primis.

Educazione

I giardini zoologici svolgono inoltre un’importante attività di outreach che và al di là del già rilevante ruolo nella conservazione di specie minacciate: svolgono infatti una funzione educativa non di poco conto considerando che, solo in Europa, oltre 140 milioni di persone visitano le strutture EAZA ogni anno. Le maggiori organizzazioni già citate (WAZA, EAZA, AZA) riconoscono il ruolo fondamentale degli zoo nella conservation education. Recentemente il Manifesto di Napoli per la Biodiversità ne ha enfatizzato i diversi ruoli http://www.storiadellafauna.com/2021/03/20/20/news2/

Si potrebbe infine ritenere questo contraddittorio visto che una visita a un giardino zoologico è percepita prevalentemente come un’attività ricreativa, in quanto ci si trova davanti a una realtà assai diversa da quella di una classe scolastica o di un laboratorio pensato per l’educazione formale. Per questo, specialmente in Italia, il ruolo educativo viene spesso sottovalutato. La funzione educativa degli zoo non si esaurisce con i soli pannelli informativi – sempre più interattivi e accattivanti – che riportano alcune nozioni sulla biologia degli animali ma, essendo spesso scarsamente utilizzati, potrebbero risultare insufficienti.

Tuttavia questo non è il caso. Infatti, l’osservazione diretta degli animali è parte essenziale della funzione educativa in questo luogo di educazione informale che è lo zoo (Randler et al., 2012). I visitatori percepiscono gli animali con i propri sensi: si trovano di fronte animali a grandezza naturale e non foto (che possono invece trovare sui libri o immagini che possono vedere in tv), hanno una consapevolezza della dimensione degli animali, sentono i loro odori e i loro richiami e possono osservarli mentre esprimono il loro repertorio comportamentale, incluso il riposo. Per inviare ulteriori messaggi si organizzano talora incontri in particolari occasioni: i pasti degli animali ad esempio, in quanto osservare un’altra specie che si nutre suscita indubbia curiosità nei visitatori che in tali occasioni sono più pronti a prestare attenzione al personale che racconta curiosità sulla biologia della specie e sugli esemplari presenti nella struttura. Il settore educativo delle singole strutture spesso organizza visite guidate per le scuole di vario ordine e grado o vengono messi a punto percorsi o mostre tematiche temporanee.

Orso bruno presso il Bioparco di Roma (fotografia di S. Gippoliti).

Non bisogna infine sottovalutare l’influenza che le visite possono avere sui bambini, i quali sono spesso assai più curiosi (e critici) degli adulti. Jensen (2014) ha enfatizzato il ruolo educativo dei giardini zoologici sui bambini mediante l’uso di questionari post-visita, indicando però che le visite strutturate e guidate dagli educatori delle strutture hanno un maggior impatto educativo sui bambini rispetto a quelle non guidate (41% dei bambini contro il 34%). Tuttavia, l’impatto nel medio-lungo termine dovrebbe ricevere maggior enfasi. Infatti una visita a un giardino zoologico può lasciare così tante impressioni da portare i bambini a interessarsi molto agli animali, chiedendo ai genitori di comprare loro libri sugli animali, di visitare strutture analoghe durante le vacanze per poter osservare specie non presenti nel giardino zoologico della città natale o a visitare parchi naturali per poter osservare anche gli animali allo stato selvatico.

Sebbene difficile da quantificare, risulta evidente che la passione per gli animali sviluppata nei giardini zoologici può rimanere anche con la crescita e influenzarne gli studi universitari ed eventualmente il lavoro. La biografia di personaggi iconici come Gerald M. Durrell e David F. Attenborough ne è riprova evidente. Proprio per via della difficoltà nel valutare l’impatto educativo di zoo e acquari, le associazioni come EAZA e WAZA si sono dotate di comitati e gruppi, quali l’IZEA (International Zoo Educator Association), specializzati non solo nel promuovere attività educative, ma anche nel proporre metodi e sistemi per valutarne l’impatto ed efficacia. Questo a dimostrare nuovamente di come il dibattito sul ruolo e impatto dei giardini zoologici sia costante e continuo proprio all’interno degli stessi zoo.

Falsa rana pomodoro, Dyscophus guineti, specie del Madagascar, in accoppiamento  presso l’Acquario di Genova (Fotografia di G. M. Rosa).

Ricerca

L’accesso a una grande varietà di specie non avvantaggia solamente i visitatori, ma anche ricercatori, accademici e non. Non è quindi una sorpresa che i giardini zoologici abbiano sempre svolto una funzione di ricerca (Ryder e Feistner, 1995): inizialmente consisteva principalmente in studi tassonomici e anatomici sulle specie che venivano ospitate. Successivamente, la ricerca nei giardini zoologici si è spostato verso l’etologia (Kleiman, 1992) e la conservazione (es. genetica di popolazione, integrazione di studi in-situ per ottimizzare la riproduzione ex situ o viceversa).

Recentemente si è osservato anche un incremento di studi cognitivi su animali ospitati nei giardini zoologici, in particolare su primati, carnivori e proboscidati, e viene riconosciuto il loro ruolo essenziale negli studi cognitivi su taxa poco studiati (Hopper, 2017). L’importanza della funzione di ricerca svolta dai giardini zoologici è stata evidenziata da Kleiman (1992). In particolare l’autore definisce i giardini zoologici siti ideali per ricerche comparate sui comportamenti omologhi, per studi longitudinali su specie selvatiche difficilmente studiabili in laboratorio o sul campo e per studi a lungo termine su piccoli gruppi o popolazioni. Inoltre tali strutture consentono un reperimento più fattibile di campioni biologici, per studi fisiologici o endocrinologici (Ryder e Feistner, 1995) e di tratti di life history delle singole specie (Kleiman, 1992). Infatti, l’One Plan Approach to Conservation proposto e supportato dal “Conservation Breeding Specialist Group” già menzionato in precedenza, riconosce un ruolo vitale nella ricerca per le popolazioni ex-situ ospitate nei giardini zoologici (Byers et al., 2013).

Aggiungiamo infine che la quantità di ricerca che viene compiuta da mezzo secolo in campo comportamentale e fisiologico nei giardini zoologici è anche un’indiretta evidenza dei livelli di benessere e della possibilità di espletare pattern comportamentali che rientrano qualitativamente e quantitativamente nel range di variazione osservato per le singole specie in natura. Ovviamente questo non significa che gli zoo non utilizzino nuovi dati e nuove tecnologie per adeguare le strutture e le tecniche di gestione, a cui sono dedicati diversi meeting ogni anno, ma confuta la tesi superficiale che la gestione ex situ alteri i pattern comportamentali delle diverse specie in maniera rilevante.

La situazione italiana

L’Italia è stata fino al 1910 l’unico grande paese europeo privo di “veri” giardini zoologici (seppur con uno dei più prestigiosi acquari, quello della Stazione Zoologica di Napoli), e forse per un endemico disinteresse per le scienze naturali, ancora oggi si caratterizza per la scarsità di zoo urbani e di quelli supportati dalle amministrazioni locali (fanno eccezione il Bioparco di Roma e alcuni acquari civici). L’iniziativa privata ha conseguentemente sopperito all’assenza dello stato e degli enti locali e oggi esistono 35 strutture autorizzate con licenza zoo. Naturalmente, considerando gli ingenti costi di gestione, di adeguamento continuo delle strutture ostensive e di quelle logistiche, la formazione continua dello staff, i costi di trasporto degli animali in seno ai programmi europei, il costo delle iscrizioni alle associazioni internazionali, il supporto a programmi di ricerca e conservazione a cui si aggiunge anche il costo delle annuali ispezioni ministeriali, non vi è da stupirsi se gli zoo pongano molta attenzione a incoraggiare l’afflusso di visitatori da cui dipendono per la loro esistenza. La sensazione che si tratti di istituzioni commerciali semplicemente perché si paga un biglietto è quindi fuorviante a meno che non si intendano anche i teatri, i cinema e i musei, ad esempio, come istituzioni commerciali anziché culturali perché richiedono un biglietto agli spettatori. Sarebbe invece importante, anche solo simbolicamente, che lo Stato, in accordo con lo spirito del DL 73/2005, almeno non facesse gravare le spese delle ispezioni annuali sulle spalle delle istituzioni interessate.

Exhibit dei macachi del Giappone, Zoo d’Abruzzo (Lanciano) (fotografia di S. Gippoliti).

Conclusioni

I giardini zoologici sono strutture variegate e complesse, che si pongono obbiettivi molteplici. In quanto tali, essi si configurano come eccezionali palestre per i biologi della conservazione del futuro interessati a conciliare questioni quali la conservazione della biodiversità, il benessere animale, la sostenibilità e la prosperità delle comunità umane (Gippoliti, 2011). Questa multidisciplinarietà non è condivisa da molti critici degli zoo che incentrano la loro attenzione, di volta in volta, sul “benessere” degli animali, sulla ricerca scientifica, su una maggiore attenzione alle specie minacciate e su una maggiore enfasi alle reintroduzioni in natura, come se gli zoo disponessero di risorse infinite e fossero gli unici attori in campo. Invece gli zoo, perlopiù gestiti da società private e, almeno in Italia, non aiutati dalle amministrazioni pubbliche locali e dallo stato, rappresentano spesso le uniche istituzioni interessate a garantire un futuro a specie neglette come l’avvoltoio calvo piuttosto che il visone europeo, riuscendo a conciliare il supporto alla conservazione con l’afflusso di visitatori che consente di mantenere alti standard nella gestione, nelle cure sanitarie, nel benessere ma anche costituendo una risorsa per la cultura e la ricerca scientifica a disposizione della società.

Riteniamo infine che i giardini zoologici, siano utili alla nostra società sempre più urbanizzata, anche perché offrono l’opportunità, a chi lo voglia, di mantenere un contatto diretto, non mediato, con gli elementi naturali mentre viviamo in un epoca dominata dalla cosiddetta “videofilia” (Zaradic & Pergams, 2007) e di cui non conosciamo le conseguenze a livello cognitivo e percettivo sulla nostra stessa specie.

Fonti bibliografiche

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Freeman K. L. M., Bollen A., Solofoniaina F. J. F., Andriamiarinoro H., Porton I. & Birkinshaw C. R. (2014) The Madagascar Fauna and Flora Group as an example of how a consortium is enabling diverse zoological and botanical gardens to contribute to biodiversity conservation in Madagascar. Plant Biosystems, 148 (3): 570-580.

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