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(Segue dalla prima parte) Il 2 giugno la guardia urbana di Caramanico inviò una missiva all’Intendenza di Chieti: Signore, la pubblica inquietudine delle Popolazioni di questo comune non solo, ma dè limitrofi ancora causata dalle devastazioni, ed eccidio di più Individui consumate da varj Lupi… A mio avviso dovrebbero mettersi di concerto le Comuni di Caramanico, Salle e Roccacaramanico in questa Provincia, come pure quelle di Pacentro e Campo di Giove della Provincia dell’Aquila. Queste due ultime dovrebbero con buona mano di Cacciatori munire lo spazio fra la Maiella ed il Morrone nel punto denominato Vado di S. Leonardo. Altra simile dovrebbe percorrere le pendici della Maiella fin dove stassero i primi cacciatori. Questa potrebb’essere fornita da Caramanico. Ed una terza finalmente composta di Sallesi dovrebbe perlustrare i burroni del Morrone. Quando tale operazione si facesse di concerto e con unica direzione, ho fiducia ne risulterebbe il migliore degli effetti. Ma senza vagheggiar troppo tal mia opinione, potrà nella sua Saggezza disporre quei mezzi che crederà opportuni. Prima d’ogni altro però è necessaria la maggiore sollecitudine, perchè quasi ogni giorno è segnato da una vittima infelice. Mentre le scrivo parlasi d’un giovine di Pacentro d’anni ventuno orrendamente divorato.

Che tali battute siano state fatte o no, però non lo sappiamo. Di sicuro erano lunghe, faticose e difficilmente coronate da successo. Per fare solo tre esempi: nel giugno 1728 a Ghemme, provincia di Novara, un lupo antropofago non fu né ucciso né avvistato nonostante fosse stata organizzata una grande battuta con trecentocinquanta uomini armati di falci e forconi e altri centocinquanta armati di fucili (Archivio di Stato di Novara, Contado di Novara, cart. 220). Il 16 settembre 1812 il sindaco di Cerano, nel Novarese, comunicò al prefetto che erano state organizzate cacce generali al lupo senza che sino ad ora sia stato fatto di uccidere alcuno di tali animali (Archivio di Stato di Novara, Prefett. Dipart. Agogna, cart. 1890). Esemplare è una lettera del 28 ottobre 1808 del viceprefetto di Vigevano, provincia di Pavia: Una caccia generale a questi infesti animali esige un gran numero di persone, che difficilmente si potrebbero raccogliere se la loro opera deve essere gratuita (…) il lupo occupa poco spazio e sa appiattarsi nel più folto quando vede una quantità di gente o sente forti rumori; il cacciatore gli passa vicino senza avvedersene. In tanti anni in cui ho assistito a moltissime cacce clamorose, anche con una gran quantità di cani, poche volte accadde di stanare e inseguire qualche lupo, nonostante che da molteplici e certi segnali fosse certo che esistessero nei luoghi cacciati (…) la grande quantità di boschi esistenti è nascondiglio ideale per i lupi (Archivio di Stato di Novara, Prefett. Dipart. Agogna, cart. 1889).

Roccacasale.

Sempre il 2 giugno il sindaco di Caramanico comunicò all’intendente di Chieti: Dalla fine di Aprile ultimo dei Lupi straordinariamente inferociti, ed avidi di carne umana muovendo il tenimento di questo, e dè Comuni finittimi vi han trucidato barbaramente tre infelici vittime, un ragazzo, e due donne di Sant’Eufemia (…) oltre la strage praticata in Pacentro e Roccacasale, comuni del Distretto di Solmona….

Quello stesso giorno il Decurionato di Caramanico deliberò: Il Decurionato ha preso in seria considerazione l’emergenza dei lupi, che insolitamente scorrono le campagne di questo e dei Comuni limitrofi della nostra non meno che della vicina Provincia di Aquila, e commettono delle carneficine con generale terrore e raccapriccio, essendovi state finora tre infelici vittime. Lodovico Mancini di anni 11, Domenica Felicia di Nardo di anni 50, ed Annagiuseppa Palmieri di anni 18 barbaramente scannate, oltre di altri simili luttuosi avvenimenti accaduti in Pacentro, Campo di Giove, e Rocca Casale, e poichè siffatta circostanza come pubblica calamità richiede solleciti, ed energici ripari, onde tutelare la sicurezza pubblica delle persone, del bestiame, e delle campagne, il Decurionato delibera:1) determinarsi con pubblici editti il premio di ducati 20 a chiunque uccida un lupo maschio, e ducati 25 chi ammazza una lupa femina...

Da notare che la delibera del Decurionato cita fra gli altri simili luttuosi avvenimenti accaduti  anche Campo di Giove, per il quale non abbiamo alcun nome di vittime o altri dati. Difficile pensare che fosse uno sbaglio da parte di un organismo ufficiale supportato dalle indagini della polizia. Sappiamo che la polizia borbonica era efficiente, anche se brutale e spiccia, e pensare a un simile errore pare azzardato. Comunque sia, a oggi non sappiamo nulla di più. Potrebbe anche darsi che esistesse all’epoca una località detta Campo di Giove in uno di quei comuni e che pertanto non si volesse indicare il comune di Campo di Giove esistente fin dal medioevo e confinante con Pacentro.

Quindi si procedette con le taglie sui lupi, cosa che del resto era in vigore da sempre, sperando che qualche abitante dotato di fucile e perizia potesse uccidere la belva. La taglia decisa dal Decurionato, essendoci una grave emergenza con vittime umane, fu parecchio più alta del solito e in effetti 20-25 ducati erano molti all’epoca. Il decreto n° 643 del 16 maggio 1810 del Regno delle Due Sicilie stabiliva: Sarà conceduto un premio di ducati sei a colui che ammazzerà una lupa gravida; di ducati cinque per una lupa; di ducati quattro per un lupo; di ducati due per ogni lupacchino che sia grande quanto una volpe; e di un ducato per ogni lupacchino preso al nido (…) Queste somme saranno pagate dal Comune ove la belva sarà stata ammazzata. Colui che l’ammazzerà è tenuto presentar la testa al sindaco, alla quale farà egli mozzare le orecchie per evitare le frodi.

Il premio però veniva aumentato di molto nel caso di lupi che avessero attaccato le persone, infatti Colui che ammazzerà un lupo o lupa, sia o no arrabbiata, che si fosse avventata agli uomini o a’ ragazzi, riceverà un premio di ducati venti. Il 31 ottobre 1815 tale premio sui lupi che attaccavano le persone fu abolito, per un sospetto e truffaldino aumento di tali pericolosi lupi, però tutte le taglie furono aumentate: Colui, che provveduto della licenza di caccia avrà uccisa una lupa gravida, riceverà un premio di otto ducati. Questo sarà di sei se la lupa non è pregna; di cinque se si ammazza un lupo; di tre se un lupicino, e di un ducato a lupattello, se si prendano nel covile. Inoltre re Ferdinando I con la legge n° 1733 del 18 ottobre 1819 concesse tali premi anche alle guardie reali, prima escluse poiché l’eliminazione degli animali nocivi (termine in uso fino alla seconda metà del XX secolo per definire lupi, orsi e praticamente qualsiasi predatore, e non solo) faceva già parte delle loro usuali mansioni. Essendo il salario mensile di tali guardiacaccia di 12 ducati, si può ben capire quale abnegazione abbiano da allora profuso nel loro lavoro.

Tornando alla nostra vicenda, però era necessario pianificare anche delle battute e quindi il 4 giugno l’intendente di Chieti scrisse al giudice di Caramanico: Coteste Popolazioni siano oltremodo spaventate per la detta belva (…) mi si annunziano dal mio Collega di Aquila pè Comuni di Pacentro, e Roccacasale. Ad evitare la triste rinnovazione, ed a rendere la calma di spirito a coteste Popolazioni la incarico disporre che nè comuni del Circondario a giorno fisso, ad ore determinate si diano diverse battute di caccia da parte di esperti cacciatori autorizzati, e tra quelli della Guardia Urbana più atti al maneggio delle armi onde cogliersi detta belva, per la quale sarà dato un premio. Potranno nelle cacce adoperarsi dè tamburri, ed altri strumenti rumorosi per meglio menarla alle poste dè Cacciatori. Io ne scrivo in giornata anche al Sotto Intendente in Solmona, acciò possassi altrettanto praticare ne luoghi finitimi di quel Distretto, e sarebbe desiderevole, che di concerto si dassero colà simultanee cacce. Queste battute di caccia, che si presume effettivamente pianificate in collaborazione con i cacciatori dei comuni limitrofi per chiudere la belva in una morsa, non davano però alcun risultato. Non fu ucciso nessun lupo e meno che mai la cosiddetta Bestia.

Il 6 giugno il sindaco di Roccacaramanico scrisse all’intendente di Chieti: Conforme Le avrà riferito il Giudice Regio di Caramanico, ed il mio collega del detto Comune circa del Lupo, oppur Jena, che non ancora suol appurarsi bene, il quale ha fatto, e fa strage del Sangue umano; sento il dovere di parteciparle pregandola volersi compiacere autorizzarmi (…) una somma corrispondente per indennità di giornate a quattro persone di mia fiducia, e di questo capo Urbano, che siano atte all’arme per una ventina di giorni continui, onde poter aver nelle mani i suddetti animali, che tanto danno apportano in queste contrade, e che tanto incutino timore, che niuno si permette, o per meglio dire niuno ha animo di uscire fuori dalle proprie case, particolarmente le donne, che sogliono le poverette andar per legna, onde poter vivere, ed i ragazzi, che sogliono andar pascolando animali in questo tenimento. Prevenendola, che fin da jeri nel confine tra questo, e quello di Pacentro l’animale divoratore afferrò una giovane, la quale riportò delle ferite, morsi, e tutta la gonnella stracciata per volersi liberare (com’è) mediante gli ajuti, e soccorsi della madre ch’era vicina, la quale con pietre, ed altri mezzi deboli difese la figlia dalla bocca del lupo, o altro che siasi. Attendo il di lei oracolo in pronto corso di posta. Il sindaco Domenico di Vico.

Sempre nella giornata del 6 giugno l’intendente di Chieti ricevette una comunicazione anche dal sottointendente di Sulmona: Signor Intendente, sono vari giorni dacchè ò scritto à diversi sindaci delle comuni adiacenti a questa pianure, onde facessero perlustrare cotidianamente i rispettivi siti montuosi affine di conseguire la distruzione delle voraci bestie… ò prevenuto i detti municipali a far si, che la perlustrazione sia continuata, e che in ogni giorno nelle ore opportune si diano le battute di caccia.

Le ricerche però non ebbero successo, anche se forse spaventavano la belva e la rendevano cauta, tanto che ancora dieci giorni dopo non si registrarono vittime. Lo stesso sottointendente di Sulmona il 16 giugno scrisse ancora all’intendente di Chieti: Signor Intendente, mi onoro rassegnarle (…) di avere indicato ai sindaci di molte comuni di questo distretto a procurare che in ogni giorno sulle ore quattro prima del mezzo giorno, ed alle ore cinque dopo il mezzodì diasi la battuta per la caccia delle bestie voraci. Gli orari indicano che le battute furono pianificate nelle ore crepuscolari, prima dell’alba e prima del tramonto (che però a giugno viene ben dopo le cinque del pomeriggio). Si tratta della cosiddetta “ora del lupo”, perché questi animali possono essere visti in quelle ore, anche se si muovono pure di notte. Tuttavia c’è da registrare che diverse vittime furono uccise in pieno giorno e pertanto pare strano che in questo lasso di tempo non si facessero ricerche o appostamenti.

Ricordiamo che i popolani non potevano aggirarsi armati per legge, e allora le autorità decisero di autorizzarle in via straordinaria. Il 28 giugno – la Bestia (o le bestie) intanto non faceva vittime da 27 giorni, anche se non dobbiamo escludere che i tentativi di predazione fossero continuati – infatti il Ministro della Polizia Generale fece pervenire all’intendente di Chieti la seguente disposizione: Signore, Ella mi ha tenuto informato dè tristi avvenimenti che hanno avuto luogo in diversi punti lungo la estensione della Majella, cagionati dà lupi, dà quali sono stati aggrediti e divorati delle donne e fanciulli di Pacentro, di Roccacasale e di Caramanico. Approvo intanto quanto nella circostanza è stato da lei disposto con attivarsi la caccia contra siffatte belve, mercè delle partite di esperti cacciatori e di urbani, colla promessa di straordinario premio. Indipendentemente da ciò trovo necessario che dietro il parere, e responsabilità dè Sindaci e Capi urbani rispettivi, si permetta a tutti i naturali dè paesi adjacenti alla Majella, che si recano in campagna, di asportare il fucile con bajonetta e coltella da caccia, locchè farà rianimare una certa sicurezza e fiducia, non che il coraggio fra quegli atterriti agricoltori, e facilmente potrà in tal modo ottenersi la uccisione dè lupi. Ella quindi avrà cura di emettere con sollecitudine le analoghe disposizioni, ed attendo essere informato di ogni altra particolarità a questo riguardo. Sia poi nella intelligenza di aver scritto colla presente data negli stessi sensi al suo collega di Aquila. Il Ministro Segretario di Stato della Polizia Generale.

Il marchese Francesco Saverio Del Carretto, all’epoca della vicenda
Ministro Generale di Polizia del Regno delle Due Sicilie.

Il 31 giugno altre due vittime si contarono a  Sant’Eufemia a Majella e si trattava di Domenica di Nardo, di 50 anni, e di Maria Giuseppa Palmieri, di 18. Il giorno dopo, 1 luglio, ci fu un via vai di comunicazione ufficiali su questa terribile emergenza. Difatti la Direzione Generale dè Ponti, Strade, Acque, Foreste, e Cacce scrisse all’Intendente di Chieti, allegando quanto scritto dal guardaboschi di Tocco. All’intendente di Chieti sempre l’1 luglio inviò una lettera anche il giudice di Caramanico, comunicando: (…) mi fo il dovere rassegnarle che in queste contrade prosieguono (…) ad andar vagando dè Lupi, e che ieri uno di essi scannò Domenica di Nardo, e Maria Giuseppa di Gennaro Palmieri di Villa S. Eufemia, oltre altre vittime antecedenti.

Quello stesso giorno ci furono missive – visto che l’area degli attacchi le riguardava entrambe – anche fra l’Intendenza di L’Aquila e quella di Chieti, con la prima che segnalava: Non le sarà forse ignoto che nelle selve in vicinanza di Pacentro e di Roccacasale sono state divorate alcune donne ed un ragazzo da animali feroci creduti lupi che dicevansi scacciati da Caramanico. Dalla ultima strage fatta si crede piuttosto essere una Jena essendo lungo circa sei palmi, con una testa come di vitello con orecchie dritti, puntute, con baffi ed alta come un grosso cane mastino, di pelame grigio. Si crede pure che questa belva, ove sia di quest’ultima specie sia fuggita da qualche serraglio. Dal mio canto ò autorizzato il Sindaco di Pacentro a scegliere dodici cacciatori per procurarne l’incontro e la distruzione. Prego ora lei a voler dare quelle disposizioni che creda per inseguire la belva, o i lupi che siano, dalla parte che corrisponde ai luoghi precennati onde non trovasse scampo. Si noterà che come in altri casi, anche qui alcuni – pure fra le autorità – ipotizzarono l’eventualità della solita iena fuggita da un circo. Pare proprio che non si volesse accettare il fatto che tali massacri potessero essere opera di lupi, come ogni volta poi si finiva per appurare. In effetti non ci fu un solo caso in Europa e nei secoli in cui sia fuggita una iena da serragli, facendo poi stragi di umani.

Il 2 luglio l’intendente dell’Aquila chiese al suo collega parigrado di Chieti: Signore, è qualche tempo che nel distretto di Solmona non si à più notizia della belva. La prego perciò a manifestarmi se altrettanto si verifichi in codesta provincia. L’intendente di Chieti diede allora questa disposizione: Si risponda che non c’è stato nessun’altro avvenimento di strage, nè altre notizie sulla belva “. Insomma, questi due intendenti manco sapevano che la belva aveva ucciso addirittura due donne appena due giorni prima…

La paura nella popolazione continuava e allora si pensò di chiedere un aiuto divino. Lo fece esattamente l’11 luglio il sindaco di Roccaramanico inviando una lettera all’intendente di Chieti: Signor Intendente, i naturali di questo Comune a fronte di quei limitrofi, che sono stati offesi dal vorace Lupo, che va in giro, e che non vi è stato possibile, ma vi sarà speranza di ammazzarlo colla mano dell’uomo, credo conveniente ricorrere al Signore del Cielo, che voglia Lui continuare a tenervi la Sua Santissima mano di sopra, ed a preservarli da si infausto avvenimento. Postocciò bisogna farne un ringraziamento e per fare questo, la prego autorizzarmi a prelevare sulle impreviste, o su qualunque altro articolo disponibile dello Stato discusso carlini 24, occorrenti per celebrazione di Vesperi, Messa Cantata, processione, e per consumo di cera proporzionata all’oggetto. A quanto pare l’intendente non era però un bigotto e non diede seguito alla richiesta poiché a margine della lettera, tuttora conservata, c’è la frase: Si conservi senza riscontro.

Nel pomeriggio del 18 luglio, Clorinda Margiotta si recò a raccogliere della legna nel bosco vicino a casa, nella zona dell’Aja della Croce, nei pressi del guado San Leonardo a Pacentro. Clorinda, di 49 anni, supponiamo fosse ben al corrente della presenza in zona della belva, che fra l’altro aveva fatto diverse vittime proprio nel suo paese. Fatto sta che fu pure lei uccisa e sbranata.

Il giornale Il Gran Sasso d’Italia.

Ecco cosa pubblicò il Gran Sasso d’Italia, un giornale mensile: Di una belva feroce in provincia di Aquila. Essendo comparsa nel distretto di Sulmona una ferocissima belva che sin dal mese di marzo tien la campagna e non cessa di contristare or l’una or l’altra delle famiglie de’ miseri agricoltori con divorarne alcun individuo e credendosi generalmente che questa sia una Jena, (Canis Hyaena Lin. Hyaena fasciata) a dar modo di riconoscerla , daremo qui i caratteri della specie , desumendoli dall’illustre Ranzani “ Faccia bruno-carica , muso assai grosso , troncato , quasi senza pelo ; orecchiette alte , aguzze ; coda con molto pelo , e senza fasce ; criniera alta nel mezzo del dorso “. – Che laddove si riconoscesse non averne le proprietà essenziali la fiera che da quattro mesi forma il terrore di queste contrade , ciò potrebbe crescere l’animo in coloro che potrebbero affrontarla e viceversa richiamare vieppiù la pubblica attenzione a liberare il nostro paese dal feroce animale , proprio di altri climi e di altre regioni. – – Spargiamo intanto un fiore sulle compassionevoli vittime da quella divorate e fin qui conosciute , le quali furono: – – Nunzia del Grande di anni 21 nel dì 27 di marzo p.p. alle ore 15. – – Loreta Catasto di anni 23 nel med. giorno. – – Maria Teresa Casasanta di anni 18 nel dì 13 maggio alle ore 18. – – Achille di Salle di anni 14 giorno 11 maggio. – – Carlo Graziani di anni 45, 1 giugno alle ore 23. – – Clorinda Margotta di anni 24 ai 17 di luglio alle ore pomeridiane : le prime due del comune di Roccacasale , e gli altri del comune di Pacentro. – – Abbiamo notate le ore del sacrificio , perché la sarebbe una singolarità , a nostro avviso, che la Jena,, da tutt’i naturalisti caratterizzata come animale notturno, avesse nel nostro clima cambiato costume.

Il Gran Sasso d’Italia in questo articolo fa alcuni sbagli, per esempio Clorinda Margotta aveva 49 anni e non 24 e fu uccisa il 18 e non il 17 luglio. Ecco infatti l’atto del sindaco: L’anno 1839, il dì 18 di Luglio, alle ore 23 avanti di noi Michele Avolio Sindaco sono comparsi Franco Tollis di anni 30 di professione calzolaio, domiciliato ivi Strada dritta, e Michele Battaglini di anni 61 di professione agricoltore, domiciliato ivi Strada Fonticella, i quali han dichiarato, che nel giorno di oggi diciotto Luglio, alle ore tredici è morta nella montagna di questo Comune, e propriamente in qualche distanza dalla così detta aja della Croce, uccisa da lupi Clorinda Margiotta moglie di Nicolantonio Caruso di anni 49, nata a Pacentro di professione filatrice, domiciliata in detto Comune figlia del fu Crescenzo e della fu Giovanna di Julio. Il presente atto firmato da noi, afferendo i dichiaranti di non saper scrivere. Michele Avolio.

Ecco un’altra cosa strana: questo numero del mensile del Gran Sasso d’Italia riporta la data di pubblicazione del 15 luglio 1839 – evidentemente usciva a metà mese – ma riporta l’uccisione di Clorinda Margotta il 17 di luglio, ossia due giorni dopo essere stato stampato. C’è qualcosa che non va… Probabilmente fu effettivamente pubblicato dopo la data indicata sul giornale.

Pacentro, donne in costume tipico (circa 1930, per gentile concessione di Pacentro Reload).

L’uccisione di questa povera donna, dopo un breve periodo di latitanza, rigettò la popolazione nella paura. Il 21 luglio il sindaco di Caramanico scrisse all’intendente di Chieti: Signore, dopo il dì 16 Giugno p.p. fu fatta una caccia generale alle Belve feroci, che percorrevano questo, ed il territorio dè vicini Comuni, e che vi han sparso strage, e terrore, non erasi inteso più nulla di preciso sul riguardo e sembrava o che fossero scomparsi da queste contrade, o che fosse ammansita la loro ferocia, quando nel giorno 18 stante una infelice Donna di Pacentro che legnava nel vado di S. Leonardo fu improvvisamente aggredita, e trucidata.

La notizia arrivò all’ intendente dell’Aquila il quale il 23 la comunicò all’Intendente di Chieti: Signore, da molto tempo che non si aveva più notizia di strage fatta dalla belva nella montagna della Majella, or nuovamente il Sindaco di Pacentro riferisce che sia ricomparsa e che à 18 del corrente in quel tenimento una disgraziata donna è rimasta uccisa. Il sottointendente di Solmona è invitato à rinnovare le disposizioni per farsi una caccia attiva (…).

Dagli intendenti la pessima notizia fu inviata il 26 luglio al Ministro della Polizia Generale, marchese Francesco Saverio Del Carretto, il quale il 30 luglio ordinò all’intendente della Provincia di Abruzzo Citra Chieti: Signore, mi era già noto l’avvenimento che Ella riferisce col rapporto dè 26 andante circa la ricomparsa della belva che ha ucciso una donna nel Circondario di Pacentro (…) Meritano poi il più alto interesse la tutela degli onesti, dei laboriosi cittadini. Ella è autorizzata a promettere da fondi di Polizia quel premio che stimi proporzionato al faticoso incarico di persone atte alle armi, che con efficacia, e perseveranza, s’impegnino alla uccisione di siffatti feroci animali. Come si legge tra le righe – ma tra burocrati equivale a un rimprovero diretto ed esplicito – il ministro fa rilevare all’intendente che non è stato sollecito nelle comunicazioni, tanto che scrive mi era già noto l’avvenimento che Ella riferisce col rapporto dè 26 andante. In pratica, per il ministro occorreva fare di più, e bene.

 

                                                                                                                         Segue nella terza parte