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Il 31 luglio la belva riapparve verso mezzogiorno, uccidendo e divorando in parte una donna, tale Concetta vedova di Orazio, che si trovava insieme a un’altra a mietere il grano. L’attacco si era verificato nel territorio di Salle, comune confinante con Roccacasale. Salle si trovava (il centro abitato odierno è più in basso) ai piedi delle montagne del Morrone, a circa 550 metri di altitudine. Nonostante il paese fosse situato a non eccessiva altitudine aveva (e ha) inverni abbastanza freddi e  non è raro che il manto nevoso raggiunga il metro di altezza. Decisamente un posto da lupi. Da notare che quella che forse era la feroce bestia aveva già fatto nei giorni precedenti delle incursioni in cerca di preda, sbranando infine un asino.

Lo stesso giorno, 31 luglio, il Servizio di Guardie Urbane di Salle relazionò al giudice di Caramanico e all’intendente di Chieti la tragedia: Signor Giudice, circa le ore dodeci d’Italia, questa mattina un animale feroce descrittomi dell’altezza di un vitello (di manto tendente al rosso picchiettato), e quasi tigrato, nella contrada Piana de Cucchiarari, a confine, con questo Bosco, ha aggredito una donna per nome Concetta vedova d’Orazio, e dopo averla scannata, gli ha divorato le vjscere, e parte del corpo (gli ha lacerato il ventre, e divorate le viscere, non avendo potuta divorarla interamente, per la gente accorsa). Tale novella mi si è recata da una ragazza per nome Elisabbetta di Giuseppe d’Orazio, che trattenevasi colla defunta, a mietere il Grano. Non ho mancato subito spedirvi Urbani Armati, onde custodire il Cadavere, cercare di ammazzare l’animale, se potesse rinvenirsi, e custodire gli altri infelici contadini, che sono in quella contrada, perchè non siano aggrediti (…) si compiaccia di notarmi se il Cadavere deve ricondursi al Comune, o pure debbo farlo restare colà fino a che non vi acceda per la debita ricognizione.

Il 1° agosto un certo Gabriele Vallignani scrisse all’intendente di Chieti: Veneratissimo Signor Segretario Generale, ieri, la nota belva divorò un’altra donna sopra il Comune di Salle, prossimo a questo, alle vicinanze delle cui porte altra volta azzardò a comparire, con aversi divorato un asinello.

Dalla descrizione che mi è stata fatta da chi l’ha veduta, che sia della grandezza di un vitello, ha il pelo nero corto vellutato, coda mediocre in lunghezza sfioccata di pelo, il petto color caffè colla pancia, ed una striscia bianca sotto del collo, testa nera, pelosa e grande come un vitello, ma della figura di quella di cane corso, bocca straordinariamente grande, orecchie piccole e rotonde. Quando si pone in agguato, si allunga colla pancia per terra e striscia la terra come un serpe per non farsi vedere; quando si crede a tiro, con un scatto straordinario si mena sopra la donna o fanciullo, lo gitta per terra ed immediatamente lo prende alla gola, lo scanna e si divora le parti più tenere e carnose; ed ha velocissimo e lungo passo per fuggire o per trasportarsi da un luogo all’altro. Mostra intelligenza e la furberia della volpe; ove puo sentire il puzzo della polvere (da sparo N.d.A.)  fugge.

Dal luogo dove ha fatta la preda fugge subito e si reca altrove; e vi ricompare dopo qualche tempo, alla scordata, e si pone tra le siepi sentendo persone, ove si nasconde per non farsi vedere e darle in dosso all’improvviso. Ieri, dopo essersi divorata la donna, mangiandosi le guancie, le zinne, le viscere e le polpe delle gambe, essendo corsa della gente – per altro armata di sole accette e bidenti – se ne fuggì, andiede verso Tre Monti, e quindi verso Pacentro e S. Leonardo, ove tre persone miracolosamente si salvarono. Intanto queste popolazioni sono tutte spaventate ed i terreni vengono abbandonati; sono dispiaciute che niuna energica disposizione si dà per la distruzione di tale belva; mentre se non le si dà la caccia in questa stagione, sopravvenendo l’inverno si vedrà entrare anche nell’abitato. Mi permetta all’oggetto, che io le presenti un progetto: ed è che per l’urgenza siano tassati li Comuni di Caramanico, della Rocchetta Caramanico, Salle, Abateggio, Tocco (…)

Questo scritto di  Gabriele Vallignani fa capire che le testimonianze della gente comune devono essere prese con estrema cautela, anche per quanto riguarda le descrizioni. La belva finora era stata definita di spropositata grandezza così come delle dimensioni addirittura di un vitello. Ma non basta, la si descriveva a macchie, striata, rossa e ora pure nera col petto marrone e il collo bianco. Una cosa appare chiara, l’animale nero descritto da Vallignani non era certo un lupo ma un cane, o forse un cosiddetto “ibrido” cane/lupo.

L’11 agosto il sottointendente di Sulmona comunicò all’intendente di Chieti: Signor Intendente, in soggiunta a quanto ebbi l’onore manifestarle in data dè 16 giugno ultimo mi fo il dovere rassegnarle di avere stimato opportuno, che le battute della Caccia contro la cennata belva vorace diasi per la seconda volta in ciascun giorno sulle ore 21 italiane, e che nella mattinata diasi nel punto di ore quattro prima del mezzodì, se la di lei saviezza credesse doversi dare le due battute diarie in differenti ore, la prego a divisarmelo. La prego eziandio a manifestarmi qual premio trovasi stabilito a prò di colui, che uccidera la detta belva in tenimento di cotesta provincia. L’intendente di Chieti diede disposizione di rispondere a questa lettera: Si risponda, che propendo alle doppie battute di caccia al giorno, potendosi meglio cominciare di mattino cinque ore prima del mezzogiorno; Che più costrutto sarebbe se i sindaci dè Comuni limitrofi si accordassero pè giorni da darsi simultaneamente tali cacce; il premio promesso in questa Provincia per l’uccisione di quella belva, la quale è già nota per grandezza, e per una marca bianca al collo, sarà non minore di ducati sessanta da ratizzarsi trà i Comuni di questa Provincia e di quella di Aquila, che sono più soggetti alle stragi, come si è proposto a S. E. il Ministro degli Affari Interni.

Quindi la taglia sulla Bestia era salita a ben 60 ducati, pari al salario di cinque mesi di un guardiacaccia reale. Interessante risposta quella dell’intendente di Chieti, perchè fa anche capire che la conduzione di questa emergenza era approssimativa e di scarsissima efficacia, come già aveva scritto nella lettera postata sopra Gabriele Vallignani specificando sono dispiaciute che niuna energica disposizione si dà per la distruzione di tale belva. Per esempio, non era stato assoldato un vero esperto cacciatore o una figura che potesse coordinare le varie cacce fatte nei diversi territori comunali. Appare chiaro che la belva pressata da una battuta di caccia in un’area non faceva altro che spostarsi più lontano in un’altra zona dove invece non c’erano cacciatori appostati, mentre invece le battute avrebbero dovuto svolgersi contemporaneamente da varie zone fino a stringere l’animale in un punto in cui sarebbe stato abbattuto senza vie di possibili fughe. Infatti l’intendente di Chieti sottolinea Che più costrutto sarebbe se i sindaci dè Comuni limitrofi si accordassero pè giorni da darsi simultaneamente tali cacce.

Da notare che, anche in questo caso, in nessun documento si cita mai l’utilizzo dei cani nelle battute, che invece sono basilari, ma riteniamo siano stati messi in campo anche se non espressamente citati. Infatti tutta l’area interessata dall’azione del misterioso mangiatore di uomini era costellata da possedimenti nobiliari con vaste tenute di caccia e aziende agricole e si sa che fra i nobili (dai re delle Due Sicilie in giù) l’attività venatoria era molto diffusa, con relative mute di cani. Tale intervento non era motivato solo dal volere aiutare il popolino, quanto dal volere tutelare i propri interessi. Anche i pastori e contadini dipendenti dei nobili (lo stesso dicasi per quelli della Chiesa) ormai avevano terrore a lavorare in luoghi pericolosi a causa della belva.

Da quando era iniziata l’emergenza e le battute avevano interessato l’area, nessun lupo era stato abbattuto, nonostante ce ne fossero in zona. Ciò non depone a favore delle attività svolte. Il 15 agosto ancora il sottointendente di Sulmona inviò una comunicazione all’intendente di Chieti, dalla quale pare di capire, fra le righe, che si fosse risentito della frase citata sopra, Che più costrutto sarebbe se i sindaci dè Comuni limitrofi si accordassero pè giorni da darsi simultaneamente tali cacce. Infatti il sottointendente usa il termine insinuarmi. Inoltre, da buon burocrate, passa la decisione al suo superiore chiedendogli di decidere lui quando fare le battute congiunte fra comuni. Ma leggete voi cosa scrisse: Signor Intendente, a norma del divisatomi da lei col pregiatissimo foglio dè 13 andante fò noto à sindaci delle comuni di questo distretto adiacenti al Monte Morrone, per ove è solito di circolare la Belva feroce, che la diaria perlustrazione incominci alle ore cinque antimeridiane. Col cennato foglio Ella à favorito insinuarmi ad avvertire i detti sindaci a porsi tra loro di accordo per fissare gli giorni da darsi simultaneamente la battuta della caccia generale. Ora io bramerei ch’Ella favorisse designarmi, e designarlo anche ai sindaci di cotesta provincia, i giorni precisi di ciascuna settimana nè quali debba devenirsi ad una caccia generale contro la feroce bestia “.

Proprio quel giorno 15 agosto la belva era in caccia, esattamente nella zona di Pacentro. Fu lì che, in Contrada San Giovanni, avvistò Giuseppe Silvestri, un bambino di 10 anni orfano di padre, lo uccise e divorò in parte. Poi scomparve nel nulla come al solito. Immaginabile lo sconcerto non solo in paese ma in tutto il circondario, alla constatazione che nonostante le battute e i cacciatori appostati la belva potesse ancora aggirarsi impunemente facendo un’altra vittima innocente. Ecco l’atto di morte: L’anno 1839, il dì 16 di Agosto, alle ore 15 avanti di noi Michele Avolio Sindaco sono comparsi Filippo Lucci di anni 40 di professione agricoltore, domiciliato ivi Strada San Marco, e Luigi Lucci di anni 37 di professione agricoltore, domiciliato in detta Strada, i quali han dichiarato, che nel giorno quindici di Agosto, alle ore sei è morto aggredito da Belva vorace nella Campagna di questo Comune Contrada San Giovanni, Giuseppe Silvestri di anni 10, nato a Pacentro di professione agricoltore, domiciliato in detto Comune, figlio del fu Francesco e di Santa Marzolo, di professione filatrice domiciliata in Pacentro il presente atto firmato da noi, afferendo i dichiaranti di non saper scrivere. Michele Avolio.

Dal primo attacco conosciuto, avvenuto nel marzo 1839, la misteriosa bestia in circa sei mesi aveva ucciso undici persone e ne aveva aggredite o ferite altre otto.

Evidentemente il 17 agosto l’intendenza di Chieti non era ancora a conoscenza di questa nuova vittima poiché non la cita affatto in questa ordinanza destinata a tutti i sindaci dei due circondari: Il Signor Sottintendente del distretto di Solmona avendomi fatto conoscere che stimava egli opportuno darsi in ciascun giorno doppie battute di caccia alla nota Belva che infesta talune Contrade di quel distretto, e di cotesto Circondario, la mattina, cioè ad ore quattro prima del mezzo giorno, e quindi alle ore ventuno italiane, ho a lui manifestato il mio avviso di potersi meglio cominciare di mattino cinque ore prima del mezzodì, e che sarebbe più conducente che dai Comuni interessati in questa, ed in quella Provincia si dassero simultaneamente, ed a giorni fissi tali battute di caccia; ed all’oggetto siano di accordo, che alle ore indicate, e nè giorni di Giovedì, e di Venerdì che solo li 22 e 23 del presente saran date simultaneamente delle battute di caccia nè Comuni di ambedue le Provincie… per farvi dare il più esatto e premuroso adempimento da tutte le persone atte alle armi da fuoco, che sotto espresso capo potran dividersi in più partite, e dar la caccia contemporaneamente in tutti i luoghi, e boschi sospetti, facendo dar la mena con grida, e specialmente col battere di tamburri, o di altri istrumenti rumorosi, con che spontaneamente siffatte belve muovono dai più inaccessibili nascondigli (…).

Fu proprio durante una battuta di caccia, il 23 agosto, che Francesco Silvestri di Pacentro (non sappiamo se parente del bambino Giuseppe Silvestri dello stesso paese, ucciso 8 giorni prima) intorno alle ore 13,45 si trovò di fronte all’animale che probabilmente, preso nella morsa dei cacciatori, cercò di fuggire passando vicino all’uomo. Silvestri l’uccise vibrandogli un preciso colpo di accetta alla testa. Nei pressi c’erano altri uomini che, se mai la belva fosse stata ancora in vita, gliela tolsero senza dubbio pure loro a colpi di roncola, pietrate e bastonate. La terribile Bestia di Pacentro era morta. Le campane delle chiese di tutta la zona, com’era consuetudine fare in questi casi, suonarono a festa per celebrare la fine dell’incubo. Il cadavere dell’animale fu portato a Pacentro, dove una folla accorse per vedere la terribile bestia. Molti dei presenti asserirono che fosse proprio quella la belva autrice di tante uccisioni, e alcuni di questi erano sopravvissuti ai suoi attacchi. Subito le autorità diedero ordine alle guardie di interrogare i testimoni chiedendogli di identificare la bestia se era lei, stilando scrupolosi verbali. Una cosa appariva chiara. L’aspetto era feroce di sicuro, ed era effettivamente grande. Ma questo lo vedremo dopo.

Lupo.

Quello stesso giorno – anzi notte, poichè scrisse la missiva prima di mezzanotte –  23 agosto 1839 il sindaco di Caramanico (non di Pacentro, e non sappiamo perché) informò l’intendente di Chieti: Signore, nel momento che sono le ore 23 mi giunge la grata notizia, che quest’oggi sia rimasta uccisa la Belva feroce, che infestava questo, ed in vicino comitato, e nel tenimento tra Caramanico, e Pacentro; ed io mi affretto parteciparlo a S.S. per espresso, riserbandomi informarla dettagliatamente dell’avvenimento, che ritoglie questi Abitanti dallo spavento, e dalla costernazione, accertandola per ora con soddisfazione, che le disposizioni dettate con venerato suo Foglio dè 18 stante ed eseguito a rigore, e con entusiasmo han prodotto si felice risultato. Il sindaco Luigi de Dominicis.

Forse però la belva non aveva agito da sola, ma in coppia. Infatti il 25 agosto il sindaco di Caramanico scrisse all’intendente di Chieti: Signore, la Belva feroce uccisa nel tenimento di Pacentro e da què Naturali il dì 23 presente, e mediante il concorso di questo, e dè Comuni finittimi e per effetto della sua ordinata, si è riscontrato che sia quell’appunto, che ha menato tanta strage in questo Comitato, che avea ripieno di spavento, e di terrore, e come ne accertavano i varj che n’erano stati aggrediti, e che corsero a vedere il cadavere, mentre che trasportavasi in Pacentro. Intanto mentre continuava ancora il comune tripudio per la seguita uccisione, il mattino del dì 24, e questa notte istessa altro lupo è apparso in questo tenimento, che lo dicono un pò diverso dall’ucciso, e di sesso femmineo, mentre che l’ucciso era maschio (…).

Sempre il 25 agosto il sottointendente di Sulmona comunicò all’Intendenza di Chieti (e per conoscenza anche alla superiore Intendenza dell’Aquila) l’uccisione della belva, ma con ben due giorni di ritardo rispetto al sindaco di Caramanico. Pare di capire che questo sottointendente non brillasse per efficienza e motivazioni. Ma forse lo accusiamo ingiustamente, perché ebbe l’intuizione di esortare i sindaci a continuare le battute in quanto la bestia poteva non essere una sola. Ecco cosa scrisse: Signor Intendente, mi trovo nella piacevol circostanza di manifestarle, che nel tenimento di Pacentro nel dì 23 andante mese restò uccisa a colpi di accetta, e di ronca la bestia vorace, la quale infestava quei dintorni. Dal quì incluso foglio si rilevano i connotati della sudetta fiera. Siccome esiste qualche sospetto, che nelle sudette adiacenze possan essere altre bestie nocive; perciò ò scritto al sindaco di quella comune onde non desista dal curare la continuazione della caccia. La prego rimanere in tale prevenzione (…).

Bene, ora vediamo la descrizione della terribile belva, inviata al sottointendente dal consigliere provinciale F. de Matteis e successivamente inoltrata alle superiori autorità. Qui sono riportate le conversioni tra le unità di misura in uso in quel periodo nel circondario di Aquila degli Abruzzi e le unità di misure odierne: per quel che ci riguarda, il palmo misura 0,263670 cm (arrotondato per eccesso a 26,5 cm), l’oncia (dodicesima parte del palmo, per difetto arrotondata a 2,2 cm) e la libbra  è pari a 320,759 grammi (arrotondata per difetto a 320 gr). La libbra inglese invece è pari a 453,592 grammi.

Connotati della belva che ha fatto strage ne’ Comuni di Pacentro e Roccacasale nel Distretto di Solmona, uccisa nel 23 Agosto 1839 all’ora una ed un quarto pomeridiane, sulle montagne del primo Comune.

  • Sesso maschile.
  • Lunghezza del corpo palmi quattro e mezzo: pari a 119, 25 cm, se misurato dalla punta del naso all’inizio della coda, quindi coda esclusa. Se misurato invece testa esclusa – solitamente oggi si indica la misurazione corpo/testa – questa sarebbe da aggiungere e quindi l’animale sarebbe stato effettivamente molto grande, compatibile con le descrizioni che lo definivano grande come un vitello (di uno-due mesi).
  • Coda lunga un palmo e mezzo, molto più sottile di quella dei lupi, con pochi peli, e di color grigio oscuro: pari a circa 40 cm. Quindi l’animale avrebbe avuto una lunghezza totale, coda inclusa di quasi 160 cm.
  • Grasso come un maiale.
  • Altezza palmi tre: pari a 79,5 cm, quindi quasi 80 cm alla spalla, notevolissima altezza.
  • Peso di libbre 100: pari a 32 kg, peso non compatibile per difetto in un esemplare alto quasi 80 cm, forse la misurazione del peso è errata, avrebbe dovuto essere di almeno 45 kg, anche considerando che l’animale venne descritto grasso come un maiale. Inoltre, a paragone, un cane levriero, per esempio un Greyhound, se alto al garrese 76 cm – e qundi più piccolo – ha un peso di circa 40 kg. Si potrebbe ipotizzare che, per motivi sconosciuti, si sia intesa la libbra inglese, pari a 453 grammi, e allora il peso dell’animale sarebbe quello stimato.
  • Colore del pelame color cannellone, simile ad un vitello; quello poi sopra la schiena dal collo alla coda di color grigio e più irsuto: quindi grigio fulvo, colore del manto del lupo.
  • Testa grande molto più de’ lupi nostrali e di circonferenza palmi due ed un’oncia: pari a circa 55 cm, effettivamente molto grande, la circonferenza della testa di un lupo di circa 35 kg, misurata tra gli occhi e le orecchie, è di circa 47 cm.
  • Testa di colore melato con qualche striscia bianca.
  • Orecchie dritte, lunghe once cinque, anche di color cannellone: pari a 11 cm, in linea con quelle del lupo, colore fulvo.
  • Muso simile a’ lupi nostrali, ma un pò più schiacciato, lungo once sette: pari a poco più di 15 cm. Quindi la lunghezza totale della testa doveva essere almeno di 30 cm.
  • Denti grandi e logori: esemplare probabilmente anziano, senza le misure dei canini e “falsi canini” impossibile fare supposizioni.
  • Collo massiccio, intorno al quale vi sono peli più lunghi ed irsuti, di color grigio bianco.
  • Petto grande, con macchia bianca nel centro: alcuni lupi possono avere una parte del petto bianca o chiara.
  • La lunghezza de’ piedi di palmi due, si davanti che dietro: ovviamente, errando, qui non si intendono i piedi dell’animale ma le intere zampe, lunghe 52 cm.
  • Piedi con quattro dita ed unghie grandi nella parte dinanzi, e simile in quelli di dietro, ma con lo sperone, come i cani da caccia, di color cannellone: nella descrizione non si capisce bene; si riferisce allo sperone nelle zampe anteriori, e pertanto al quinto dito, più sollevato e che non tocca terra, come nei cani e lupi? Oppure agli speroni alle zampe posteriori, che i cani possono o non possono avere, ma che i lupi puri non hanno mai? Quindi questo esemplare avrebbe potuto essere un lupo oppure un ibrido. Tuttavia per l’intendente dell’Aquila, lettera del 7 settembre, che si era fatto inviare il corpo dell’animale e lo aveva fatto esaminare, si è riconosciuta essere un lupo di sesso maschile, di corporatura piuttosto grande.

Il 27 agosto l’intendente dell’Aquila comunicò a quello di Chieti: Signore, mi è prevenuto il Sottointendente di Solmona che nel giorno 23 dell’andante mediante la seguita caccia generale è stata uccisa nella montagna di Pacentro la belva che à fatto tante stragi, ed io voglio sperare che pur sia quella. O disposto intanto che me ne sia spedito il cuojo (la pelle N.d.A.), onde se ne possa riconoscere la precisa specie.

Il 31 agosto il ministro degli Affari Interni scrisse all’intendente di Chieti: Signore, con piacere ho inteso dal rapporto del 24 andante che in seguito alle disposizioni da lei date, da un minatore del Comune di Pacentro sia stata a colpi di scure morta la belva che infestava le campagne di diversi Comuni di cotesta e della limitrofa Provincia di Abruzzo Ultra 22°; e desidero nel tempo stesso conoscere se altre della stessa specie ve ne sieno o se siasi data alcuna disposizione relativamente al premio che erasi promesso all’uccisore della fiera. Mi attendo i dettagli che promette col cennato rapporto. Il Ministro degli Affari Interni.

7 settembre, comunicazione dell’intendente dell’Aquila a quello di Chieti: Signore, in continuazione del mio Uff. Dè 27 del passato mese ed in replica al di lei pregevolo foglio dè 2 del corrente n. 825, le manifesto che essendomi stato presentato il corpo della belva uccisa nella montagna di Pacentro, si è riconosciuta essere un lupo di sesso maschile, di corporatura piuttosto grande. Da’ verbali poi rimessimi dal Sindaco di quel comune contenenti le dichiarazioni di diversi individui che furono aggrediti dalla belva rimane contestato l’identicità di quella stata uccisa. Una donna specialmente era stata spettatrice della strage che fece di una giovane, e della sua propria figlia. Essendo di Pacentro coloro che l’anno uccisa, io vado a disporre la distribuzione del premio per la rata di carico di questa provincia, e prego Lei di ordinare egualmente il pagamento dè ducati 30 dovuti da codesta di sua amministrazione giusta la proposta da Lei fatta a S. E. il Ministro degli affari interni. O’ però rassegnato alla lodata E. S. che il denaro, non dovrà essere ripartito agl’individui in parola se non dopo l’elasso di due mesi, e quando si avrà la maggior certezza di essere stata uccisa la Belva che tante stragi a fatte con non essersi più veduta. L’Intendente.

Quindi, il pagamento del premio eccezionale di 60 ducati fu suddiviso fra i comuni facenti parte delle due intendenze, ma venne erogato solo dopo due mesi, lasso di tempo necessario per capire che – nel caso non ci fossero stati altri attacchi – il lupo ucciso fosse proprio la belva. In caso contrario sarebbe stata pagata solo la normale taglia sui lupi.

Il 29 settembre il ministro degli Affari Interni comunicò all’intendente di Chieti: Signore, dall’Intendente di Aquila mi si è diretto un rapporto del tenor seguente:

‘In continuazione del mio rapporto dè 27 Agosto fo conoscere a S.E. di essermi stato presentato il cuoio della belva uccisa che si è riconosciuto appartenere alla specie dè lupi ed i connotati corrispondono a quelli descritti nel foglio che le rimisi. Ho rilevato poi dalle dichiarazioni di otto individui i quali erano stati aggrediti da detto animale, che esso sia pacificamente quello che ha fatto tante stragi. Vi è inoltre la dichiarazione di una donna la quale fu spettatrice disgraziata della strage di una giovine e di poi della propria figlia divorata dall’animale medesimo. L’uccisione ebbe effetto con colpo di accetta nella mina (testa N.d.A.) che si diè espressamente, ed il colpo mortale che la fermò fu dato da un tal Francesco Silvestri di Pacentro seguito da altri che si trovavano presenti in quel punto.

Per lo premio io aveva promesso ducati 50 ma siccome l’Intendente di Chieti con uffizio dè 5 agosto mi prevenne di averlo fissato a docati 60 a carico però di quella e di questa Provincia sia nell’una, o nell’altra in cui seguisse l’uccisione della belva io gliene palesai la mia adesione. Vado perciò a far seguire in Consiglio d’Intendenza la ripartizione dè docati 30 a carico dè Comuni che erano più esposti alla sorprese della belva medesima, e che sono quelli del Circondario di Solmona; ed ho interessato quel mio collega di dare le disposizioni per parte sua onde approntarsi gli altri docati 30, ritenendo che abbia ricevuta l’approvazione dell’E.V. Questo premio però non sarà distribuito che dopo l’elasso di due mesi, onde assicurarsi col fatto che la belva uccisa era quella che fece tante stragi, ove ancor si veda più in alcun luogo’. Premesso tuttociò io l’autorizzo di ratizzare, in Consiglio d’Intendenza, fra i Comuni dè Circondarj che furono infestati dalla belva medesima i docati 30 per rata di premio dalla provincia di sua amministrazione promesso a coloro che avrebbero avuto opera alla uccisione di essa (…) .

Il 5 ottobre l’intendente dell’Aquila scrisse a quello di Chieti: Avendo ottenuto l’autorizzazione di S. E. il Ministro degli Affari Interni per lo ratizzo dè ducati trenta destinati in premio a quei che uccisero la nota belva, lo stesso Eccellentissimo Ministro mi à fatto conoscere di avergliela accordata. Quindi è che la prego a far sollecitare l’incasso di detta somma, e favorirmene avviso quando sarà disponibile, onde unita agli altri ducati 30 che si contribuiscono da alcuni comuni del distretto di Solmona possa liberarsi il premio corrispondente dè ducati 60, tosto che sia maggiormente assicurato, come già sembra, che quella fu la belva che fece tanta strage. L’Intendente.

I comuni versarono ognuno la loro parte di denaro così come disposto, e la taglia fu infine pagata. Dopo l’abbattimento di questo animale in effetti non si verificarono più attacchi, prova che il responsabile era proprio questo esemplare. Ovviamente non c’era mai stata alcuna iena ma per la gente della zona rimase il detto Te se pozza magnà la jena e cioè “Ti possa mangiare la iena”, a dimostrazione che la credulità della gente ha la pelle ancora più dura dei lupi veri.

Questo testo è stato tratto dal libro Storie vere di lupi cattivi (Lulu com, 2019) di Giovanni Todaro. https://www.lulu.com/en/en/shop/giovanni-todaro/storie-vere-di-lupi-cattivi/hardcover/product-15vr8mz5.html