testo e fotografie di Guido Sardella*

L’estate del 2020, dopo presagi funesti nelle settimane di lockdown, si è rivelata inaspettatamente fortunata in diverse zone d’Italia, specie tra quelle tradizionalmente trascurate dai grandi circuiti turistici. È il caso dell’alta Valle del Taro, un’ampia conca valliva in provincia di Parma, in quell’angolo di Appennino dove il “corno” settentrionale della Toscana, la Lunigiana, si incastra tra il levante ligure e l’Emilia.

Val Taro, pascoli e boschi.

È zona di montagne non particolarmente elevate, ma che emergono erte, nella loro ofiolitica rocciosità, da onde successive e parallele di crinali ammantati da fitti boschi, percorsa da antiche vie devozionali oggi attrezzate per i trekker e i moderni pellegrini, come la Via Francigena e la Via degli Abati e abitate da una ricchissima fauna di caprioli, daini, cervi, cinghiali e lupi. Un paesaggio bellissimo e unico, conosciuto praticamente solo per la sempre meno frequente “esplosione” autunnale di funghi porcini, che muove orde di raccoglitori da centinaia di chilometri di distanza e che ha ottenuto il riconoscimento IGP, unico caso in Europa per un prodotto spontaneo non coltivato.

Da sempre via di transito tra il centro Europa e il mondo mediterraneo, come testimoniato dallo scavo archeologico del dottor Angelo Ghiretti sul Monte Valoria, a poche centinaia di metri dal passo della Cisa – che negli anni 2012-2015 ha rivelato 256 monete d’età romana repubblicana, oboli agli dei che consentivano il passaggio del valico – negli ultimi secoli il corso del Taro è diventato asse di scorrimento, prima nel XIX secolo con la ferrovia Parma-La Spezia, poi nel XX  con la statale della Cisa e l’autostrada A15. Questa ricchezza di collegamenti ha illuso la politica locale e regionale, nella seconda metà del secolo scorso, di poter puntare a uno sviluppo industriale dell’area, dedicato a cemento, ceramica e altre tipologie inquinanti, e costringendo l’agricoltura – un tempo fiorente nell’allevamento, frutticultura, ortaggi e cereali – verso la stabulazione per la produzione di latte per il Parmigiano-Reggiano, riconvertendo la popolazione agricola al lavoro operaio nelle poche industrie locali o nel pendolarismo verso quelle di pianura.

È per questo interessante ripercorrere i passi che in circa quarant’anni, senza molto supporto e totale assenza di coordinamento amministrativo/politico, ma solo mediante gli sforzi di pochi cocciuti appassionati, hanno portato agli attuali risultati, che potrebbero essere un trampolino di lancio verso forme di tutela del territorio e della biodiversità più avanzata e servizi turistici all’avanguardia per un pubblico amante dell’outdoor.

L’anno zero della tutela della natura in alta Val Taro è il 1979. Quell’anno la famiglia Marchini-Càmia, proprietaria di un’ampia area di boschi e prati alle spalle di Borgotaro, intorno alla località Ghirardi, ottiene dalla Amministrazione Provinciale di Parma la tutela di quei terreni mediante una “Oasi di protezione della fauna e del paesaggio”, grazie al nuovo istituto delle oasi di protezione faunistica introdotto dalla recente, allora, legge sulla caccia (968/1977), chiedendo poi alla Lega Italiana Protezione Uccelli (LIPU) di affiancarla nella gestione dell’area. Nel 1983 si affina l’accordo, con la costituzione della sezione valtarese dell’associazione, guidata dal prof. Sandro Bertè di Borgotaro, responsabile dell’Oasi, e in cui lo scrivente, diciassettenne, opera come volontario.

L’Oasi WWF dei Ghirardi e le montagne circostanti.

È l’inizio di una intensa attività di esplorazione del territorio e della biodiversità dell’area e non solo: in quegli anni è in corso la realizzazione del primo Atlante degli uccelli nidificanti d’Italia e i ragazzi della LIPU Valtaro esplorano il crinale ligure-emiliano dal Monte Penna a ovest al Monte Molinatico a est, scoprendo le nidificazioni di Astore e Falco Pecchiaiolo, una ricca popolazione di Merlo acquaiolo, gli ultimi esemplari di Ortolano, che sarebbero scomparsi da lì a pochi anni, caso estremo di una generalizzata diminuzione delle fauna e flora delle aree pascolive, e comunque una interessante biodiversità avifaunistica. Ugualmente, al fianco di ricercatori universitari come il compianto prof. Angelo De Marchi, autore delle tre edizioni della Guida Naturalistica del Parmense, e di esperti locali come il mitico maestro Giannino Agazzi, si censiscono specie faunistiche e botaniche per la raccolta di dati richiesti dalla Regione per la progettazione dei parchi di crinale, con l’identificazione di numerose specie di orchidee e altra flora protetta mai segnalata in zona, nuove stazioni di Drosera rotundifolia e la prima segnalazione peninsulare della grande farfalla alpina Limenitis populi.

L’impegno della ricerca si risolve in un bagno di realtà, perché l’intensa attività non porta a nulla, in quanto, ostacolati da una forte campagna avversa dei politici locali, i parchi di crinale nell’Appennino ligure emiliano non nascono, mentre in quello tosco-emiliano-romagnolo vengono perimetrati numerosi parchi regionali realizzati nel decennio successivo.

Gli stessi anni, ad opera in parte delle stesse persone organizzate in gruppo di Soccorso Alpino di Borgotaro, affiliato al CAI Parma, vedono il primo impulso all’identificazione, segnatura e manutenzione dei sentieri escursionistici. Se nelle valli dell’Appennino parmense orientale, intorno al Lago Santo e al rifugio Mariotti, la rete di sentieri CAI era ricca ed esistente ormai da tempo, i primi percorsi numerati e segnati dalle tradizionali pennellate bianche e rosse nei comuni di Borgotaro, Albareto e Bedonia sono marcati a partire dal 1985, con il coordinamento di Angelo Massera, anche lui scomparso troppo presto, dopo essere stato principale artefice del movimento escursionistico in Valtaro.

Fate? No, lucciole.

C’è anche un primo, precoce e commendevole interessamento di un’amministrazione, quella di Tornolo, all’organizzazione di percorsi turistico-escursionistici, con un PIM (Progetti Integrati Mediterranei) che restaura sul territorio una complessa rete di sentieri con ricca dotazione di cartelli indicatori che presto però per assenza di manutenzione, problema che si sarebbe ripetuto per molte altre iniziative, viene in larga parte nuovamente invasa e nascosta dalla vegetazione. Il turismo escursionistico organizzato allora era veramente agli albori, con alcune iniziative limitate principalmente al periodo estivo, come le gite naturalistiche del maestro Agazzi, le uscite escursionistiche organizzate dal Soccorso Alpino di Borgotaro e quelle di birdwatching della Lipu Valtaro. Anche la rivista Parma Natura, allora pubblicata più o meno regolarmente, organizza diverse uscite in alta Val Taro, appoggiandosi alle stesse persone e gruppi.

Occorre che trascorra un intero decennio, fino al 1994, per arrivare alla tappa successiva di questa storia. In quell’anno la proprietà dell’Oasi dei Ghirardi, dopo una riduzione delle attività della Lipu sull’area, chiede al WWF di subentrare nella gestione, cosa che avviene due anni dopo previa nascita di una cooperativa che possa gestire professionalmente l’area protetta. Un gruppo di giovani locali fonda la cooperativa Pan, che oltre a iniziare una gestione molto attiva dei Ghirardi sotto l’egida del panda, con la realizzazione di una foresteria, un programma di visite guidate nei week end, campi naturalistici e di volontariato, si convenziona con il comune di Borgotaro per la realizzazione e gestione dell’ufficio turistico, creando un programma di ospitalità diffusa; collabora inoltre con varie realtà locali realizzando su commissione l’allestimento del Museo naturalistico del Seminario Vescovile di Bedonia, il Centro visite Bosco di Lilliput del Parco dei Boschi di Carrega di Sala Baganza, parte del Museo del Bracconaggio e delle Trappole a Bardi, alcuni percorsi natura per il Consorzio Comunalie Parmensi.

Il turismo naturalistico ed escursionistico è ormai definitivamente sdoganato anche in regione: dopo quindici anni di attività delle associazioni, dei nuovi parchi e riserve regionali, delle Oasi Lipu e WWF, amministrativamente si sente il bisogno di regolamentarlo e la legge regionale 4/2000 sancisce la nascita della figura della Guida Ambientale Escursionista. Lo scrivente e Nadia Piscina, entrambi borgotaresi, sono tra le prime guide dell’Emilia Romagna, dopo l’esame di abilitazione per i professionisti che operavano prima della legge. Viene poi istituito un corso per la formazione di nuove guide, che però rimarrà un unicum bloccando per più di dieci anni questo canale di formazione di professionalità in tale ambito e determinando (in mancanza di aree protette, altrove principali promotrici e organizzatrici del turismo ambientale/escursionistico) il mancato decollo in alta Val Taro di queste attività fino al 2012.

Incontro tra le scolaresche e il gregge.

L’interesse da parte di enti e amministrazioni lentamente prende piede, con sporadici interventi di realizzazione di percorsi da parte di amministrazioni comunali e Comunità Montana (variante al Sentiero italia, 2001, a cura del Circolo Culturale L’Albero di Albareto, realizzata con fondi europei 5B), di scarsa durata visto che si preferisce recuperare vecchie carraie completamente abbandonate e invase dalla vegetazione dando lavoro a cooperative forestali piuttosto che viabilità forestale utilizzata correntemente: senza adeguata percorrenza di pubblico o manutenzione annuale, i percorsi tornano a essere invasi da vegetazione e diventano impossibili da percorrere in tempi relativamente rapidi. Più intensa è la pubblicazione da parte della Comunità Montana di libri e carte escursionistiche, curati come illustrazioni o testi dalla cooperativa Pan, dedicate a percorsi in mountain bike e ai sentieri e punti di interesse naturalistico di tutti i comuni del comprensorio.

La ricerca naturalistica, intensa e costante nell’Oasi WWF dei Ghirardi, prosegue invece a spot nel resto del territorio valtarese a opera di appassionati, tra cui si distingue l’espertissimo erborista Luigi Ghillani, e di professionisti impiegati dalla regione, con momenti intensi come la campagna Bioitaly del 1995 che porta all’individuazione di numerose aree con cui creare la rete Natura 2000, estesa su tutto il suolo europeo, che in Emilia Romagna designa 111 SIC, Siti di Importanza Comunitaria, di cui 8 in alta Val Taro e Val Ceno.

Sono anche gli anni in cui una delle specie più significative di questo territorio si rende palese, attraverso predazioni su animali domestici, specialmente puledri: il Lupo. Se osservazioni sporadiche di lupi si hanno da tempo (1980, Angelo Ghiretti, osservazione diretta al Passo di Santa Donna; 1989, Guido Sardella e Angelo Massera, ululati sotto il Monte Gottero) è nel 1995 che il prof. Francesco Francisci, coadiuvato da volontari locali, studia il lupo nell’Appennino parmense, accertandone la riproduzione in zona appenninica est, il regolare passaggio sul crinale principale e sospettando possibili insediamenti in alcune valli laterali dell’Appennino ovest. La specie non sembra in grado di insediarsi in Alta Val Taro per la scarsa disponibilità di prede, in quel momento limitate alla stagionalità dei piccoli di cinghiale, in assenza di una popolazione consistente di daino (presente allora in piccolo numero in fondovalle dopo fughe da recinti nel grande inverno del 1985) e capriolo, quest’ultimo all’inizio della sua diffusione naturale dalla zona collinare.

Oasi WWF dei Ghirardi, capriolo.

L’Oasi WWF dei Ghirardi si rivela un interessante hotspot per le orchidee selvatiche (oggi 36 taxa presenti) e la flora vascolare in genere (oltre 750 specie), per gli uccelli (circa 60 specie regolari nidificanti, con una curiosa commistione di specie mediterranee e altomontane, qui a quote basse, come Bigia grossa e Prispolone nidificanti nello stesso margine boschivo), ma l’interesse del pubblico si concentra sulla facilità di osservazione di daini e cinghiali, numerosi e relativamente confidenti.

L’esperienza professionale della Cooperativa PAN nonostante l’integrazione tra turismo e divulgazione naturalistica termina nel 2001, dopo solo 8 anni, in cui la struttura non è riuscita a decollare per una serie di motivi che si possono fondere nella mancanza di un’area protetta che desse impulso alla ricerca e alla divulgazione naturalistica, cosa che l’Oasi WWF non è riuscita a garantire per un budget troppo limitato per una struttura “costosa” come una cooperativa. La diaspora dei membri verso professioni varie, senza un ricambio, ha messo termine ad un esperimento probabilmente troppo precoce per quei tempi.

Sospesa nella sua attività pubblica per mancanza di fondi a partire dal 2003, l’Oasi dei Ghirardi però prosegue tramite volontari il suo compito di ricerca e conservazione, e dal 2006 si riorganizza con una gestione affidata al WWF Parma, che prosegue tutt’oggi. In quegli anni lo sforzo è concentrato nel far diventare i Ghirardi un’area protetta a tutti gli effetti, e non solo tramite la sovrapposizione di vincoli ottenuta in anni successivi: 1979 divieto di caccia grazie ad Oasi faunistica; 1985 protezione del paesaggio per la Legge Galasso, che porta nel ’97 alla zona di tutela naturalistica del Piano paesistico regionale; stesso anno raccolta riservata per i funghi e prodotti del sottobosco per tutelare anche quest’aspetto. Nel 2006 il primo risultato in questo senso, una parte corrispondente alla sola proprietà Marchini-Camia diventa SIC; alla fine del 2010 il coronamento del percorso: un’area più grande, grazie all’adesione di altre proprietà, diventa Riserva Naturale Regionale, garantendo finalmente tutela coordinata e una piccola dotazione di risorse alla gestione dell’area, affidata al WWF Parma dalla Provincia. Dopo cinque anni viene realizzato il nuovo centro visite, un moderno, benché piccolo, edificio in legno a bassissimo consumo energetico, e la Riserva passa sotto la giurisdizione dell’Ente Parchi Emilia Occidentale, il coordinamento dei Parchi e Riserve delle province di Parma e Piacenza.

Il WWF Parma oltre a istituire monitoraggi regolari di ungulati, lupo, uccelli, anfibi, lepidotteri, odonati e cervo volante, dà l’avvio a un programma di attività per il pubblico ricchissimo e variato, che copre quasi tutti i week end con circa 70 eventi all’anno, di cui circa 45 in media realizzati (gli altri sospesi per maltempo o imprevisti), dalle visite guidate naturalistiche tematiche ai corsi di piccola agricoltura e giardinaggio, fotografia, arte, laboratori per bambini e genitori, workshop di realizzazione di nidi artificiali per uccelli, mammiferi e insetti, incontri teatrali e tantissimo altro, con presenze nel 2019 di 1.801 persone presso il centro visite, di cui 1.030 hanno partecipato alle iniziative del week end, 296 alle attività per scuole e centri estivi, e i rimanenti hanno fruito dell’apertura domenicale del centro visite come punto informativo. Oggi, come rilevabile su Tripadvisor, la Riserva è la principale attrazione turistica del comune di Borgotaro.

Dal punto di vista naturalistico l’highlight del periodo è stato sicuramente l’insediamento nel 2015 di un nucleo riproduttivo di Lupo nel territorio della Riserva, dopo nove anni di frequentazione saltuaria dell’area. Il nucleo, dei cinque in alta Val Taro seguiti da appassionati che hanno dato origine all’associazione Io Non Ho Paura del Lupo, è l’unico che, grazie alla protezione e tranquillità garantita dall’area priva di attività venatoria nonché dal suo territorio non attraversato da strade trafficate, è potuto crescere in numero e non restare limitato, come gli altri, alla coppia dominante e uno o due subordinati al massimo. Il nucleo, una coppia che si è riprodotta a partire da quell’anno, è cresciuto e nell’inverno del 2019 contava sei adulti e tre cuccioli.

Antonio, il primo lupo dominante dei Ghirardi.

La presenza del Lupo ha in breve ridotto la presenza e cambiato il comportamento delle prede, oggi molto meno confidenti e, nel caso delle scrofe di cinghiale con piccoli, molto più tendenti all’aggregazione. Che la riduzione degli ungulati sia vera o apparente, di certo l’impatto sul suolo e la vegetazione si è modificato, con la ricomparsa di alcune specie di orchidee scomparse fin dagli anni ’90 e attivamente scavate dai suidi, come Neotinea tridentata e Orchis pallens.

L’insediamento del nucleo di lupi coincide, non sappiamo se per caso o a causa di, con la creazione di un’azienda agricola a opera di una coppia di attivisti WWF nelle prossimità del Centro Visite, con l’obiettivo principale di riportare il pascolo sui terreni aperti della Riserva. Impegnata nella custodia di razze autoctone come la vacca Cabannina, la pecora Nostrana, il cavallo Bardigiano e il tacchino di Parma e Piacenza, l’azienda agricola Fili d’erba è artifice di un recupero ambientale che porta in una decina di anni la check-list di farfalle diurne della Riserva dei Ghirardi a passare da 15 a 72 specie, le libellule da 5 a 17, le coppie di upupe, averle piccole, fanelli, tottaville, quaglie e tante altre a crescere di numero dopo decenni di calo inesorabile. Nonostante un gregge di decine di pecore e capre, non ci sono predazioni, grazie ad un nucleo di cagnoni bianchi maremmano abruzzesi, che tengono a distanza i lupi.

Un falco pecchiaiolo.

Proprio il Lupo, il suo relativo aumento numerico e la sua diffusione lontano dalle zone di crinale, nei fondo valle e vicino ai paesi, a ben 25 anni dalla sua ricomparsa accertata in alta valle, ha alzato il livello mediatico di allarme, specie dopo una situazione ben conosciuta di predazioni continuate intorno al 2010 su cani da caccia in battuta al cinghiale, studiato e gestito dal Wolf Appenine Center del vicino Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano. A seguito di una forte campagna di odio organizzata da alcuni soggetti sui social, sfociata in un servizio sulla TV nazionale denigratorio della valle in generale, un gruppo di abitanti della zona nel 2016 ha fondato, come già scritto,  l’associazione Io Non Ho Paura del Lupo (INHPDL) per cercare di diffondere informazioni corrette volte alla coesistenza con il lupo e gli animali selvatici in genere.

Formata da allevatori, agricoltori, esperti di comunicazione, naturalisti, esperti di conservazione e semplici cittadini, INHPDL da semplice iniziativa locale, grazie all’impegno quotidiano sui social è in breve cresciuta a livello nazionale, con 1.000 soci iscritti nel 2020, e circa 60.000 follower sui principali social media. Particolarmente attiva in Appennino settentrionale e Alpi orientali, opera sul monitoraggio nazionale del lupo, in progetti di divulgazione dal vivo (in epoca pre Covid, per esempio, il festival di INHPDL ad Albareto a fine marzo 2019, con oltre 1.000 presenze nel week end dedicato a scrittori, fotografi, documentaristi e ricercatori a tema lupo) e sui social, e turismo naturalistico con escursioni e campi didattici in Valtaro e Lessinia. Grazie a queste attività, INHPDL è oggi, accanto alla Riserva e Oasi WWF dei Ghirardi, uno dei principali attori del turismo ambientale/naturalistico della valle.

Altri soggetti, tradizionali o innovativi, si sono attivati nell’ultimo decennio. La Via degli Abati, tra Bobbio e Pontremoli, tracciata un po’ in sordina  assieme ad altri percorsi ad opera del Consorzio Comunalie nel primo decennio del secolo, nel suo tratto valtarese diventa protagonista della ultramaratona “The Abbot Way” che si corre dal 2008, esplodendo in popolarità e garantendo un costante attraversamento di trekker alla valle, che fino ad allora ha visto solo marginalmente, a filo di crinale, quelli numerosi che invece percorrono l’Alta Via dei Monti Liguri, tra la foce dei tre confini del Monte Gottero e il Monte Zatta, un paio di tappe del lungo percorso tra Sarzana e Ventimiglia. Un gruppo  di camminatori  di Borgotaro, prima di costituirsi in sezione locale del CAI nel 2010, riorganizza la rete dei sentieri, allargandola dal centro del paese ai crinali, inglobando i precedenti tracciati degli anni ’80 in una ragnatela organica che copre il territorio comunale, pubblicata nel 2008 dall’amministrazione comunale.

Un fungo porcino (Boletus aereus). Quelli di Borgotaro sono rinomati nel mondo.

La stessa cosa, nel decennio successivo, avviene a Bedonia, a opera di volontari, con realizzazione di una dettagliata carta dei sentieri. Oltre alla sentieristica tradizionale, il Consorzio Comunalie mettendo a frutto bandi del Programma di Sviluppo Rurale realizza una serie di percorsi natura corredati di bacheca didattiche; altri percorsi sono realizzati nello stesso periodo dalla Amministrazione provinciale, portando alla sovrapposizione di un reticolo di percorsi per trekker, mountain bike e cavallo a volte anche incoerenti e indecifrabili, rispetto alla tradizionale numerazione e marcatura CAI.

L’ultimo tassello arriva nel 2012, quando il formatore Mauro Delgrosso, con il supporto di alcuni giovani della valle, riesce a ottenere la disponibilità regionale a far realizzare, dopo dodici anni, un nuovo corso per guide ambientali escursionistiche, con sede a Borgotaro, da dove usciranno le nuove leve della conduzione escursionistica della zona, che creano l’associazione di guide TrekkingTaro&Ceno. Da allora le edizioni del corso sono state ventitre, con studenti da tutta Italia, a cui si è affiancato il corso di accompagnatore turistico (dodici edizioni), con oltre 700 abilitazioni, mezzo milione di euro di ricavi diretti e oltre un milione indiretti, principalmente per prestazioni intellettuali e che ha fatto nascere in questi anni tre famiglie e il trasferimento in montagna, tra alta Val Taro, Val Ceno, Val Parma e Lunigiana, di almeno dieci altri nuclei familiari.

Daino al bramito, Oasi WWF dei Ghirardi.

Resta tutt’oggi la mancanza di un’identità territoriale che non sia un semplice marchio di prodotto, come vari tentativi falliti hanno provato a fare, ma che incarni la natura ricchissima e il territorio aperto all’esplorazione a piedi, in bici, a cavallo, forma che normalmente si incarna in un Parco (e gli estremi ci sarebbero, con la mancanza di un parco regionale per l’Appennino emiliano a ovest della Cisa, ma anche nazionale in tutto il macropaesaggio dell’Appennino ligure) ma che potrebbe essere anche qualcosa di nuovo, come le aree rewilding che stanno nascendo in tutta Europa, oppure una rete di ecomusei o un paesaggio protetto dedicato all’outdoor.

In ogni caso, anche dopo quarant’anni, questa storia è troppo giovane per vedere la parola fine.

 

* Guido Sardella. Un momento che gli causa sempre un impercettibile attimo di imbarazzo è quando gli viene chiesto “che cosa fai?”. In un paese anglosassone Guido risponderebbe Environmental interpreter e tutto finirebbe lì, qui invece deve dire che scrive, disegna, illustra, dipinge, progetta, impagina, costruisce, allestisce, racconta, filma, edita, censisce, restaura, semina, pianta, scava, accompagna, conduce, coordina, amministra… certo non c’è di che annoiarsi! È un comunicatore professionale di argomenti naturalistici, occupandosi principalmente di allestimenti di musei e centri visite, di realizzazione di apparati illustrativi per sentieri, Percorsi Natura, aule verdi, di prodotti a stampa di carattere ambientale e territoriale. Come volontario è coordinatore di una Riserva Naturale e Oasi WWF.