Il castoro europeo (Castor fiber), il più grande roditore diffuso in Eurasia, si estinse in Italia nel XVII secolo ma riapparve da noi autonomamente nel 2018 nel comune di Tarvisio in Friuli Venezia Giulia, nel 2020 in Val Pusteria in Trentino Alto Adige e nel 2021 – in questo caso senza dubbio fuggito da qualche zoo o reintrodotto illegalmente – nelle province di Arezzo, Grosseto e Siena  in Toscana. Fin dalla preistoria gli uomini si cibavano di castori, la cui carne è gustosa e molto nutriente. Inoltre, pesando 15-30 kg, con record pare di 40, era una preda di tutto rispetto. Non solo, questi grandi roditori in entrambi i sessi possiedono delle ghiandole, situate tra l’ano e l’organo sessuale, che secernono una sostanza oleosa giallognola di odore intenso, il castoreo detto anche castoreum, che ha azione ferormonale. Lo si usa ancora oggi, ma ben poco, anche in alcuni famosi profumi nonché per dare un certo aroma ad alcune marche di sigarette. Negli Usa è pure stato approvato come additivo alimentare dalla Food and Drug Administration, mentre in Svezia lo usano per aromatizzare una varietà di grappa, la “Bäverhojt” (Grido di castoro ).

Le donne dell’antica Roma lo mettevano sulle braci credendo che i relativi fumi aiutassero nell’aborto. Altri, parecchi secoli dopo, usavano il castoreo ritenendo servisse per curare il mal di testa, l’isteria e l’epilessia. Nell’antica Roma, e così nel medioevo e rinascimento, c’era la convinzione che i castori sapessero quanto prezioso fosse per gli uomini il castoreo e così che una volta inseguiti, per salvarsi, si tranciassero a morsi i testicoli affinché il cacciatore li lasciasse andare, graziandoli. Ovviamente queste ghiandole non sono i testicoli, e neppure i castori sono masochisti. Forse un tempo si credeva che questi roditori avessero copiato dalle lucertole, che notoriamente per distrarre i predatori hanno la coda che si stacca. Ma un conto è la coda, un’altra sono i testicoli…

Plinio il Vecchio (23-29 d.C.) nella sua opera Naturalis historia scrive: Easdem partes sibi ipsi Pontici amputant fibri periculo urgente, ob hoc se peti gnari; castoreum id vocant medici, tradotto: Allo stesso modo, i castori del Ponto si mordono i genitali quando il pericolo minaccia, perché sanno che questo è il motivo per cui sono perseguitati: i medici lo chiamano castoreum. Secondo Hugo von Trimberg, nel XIV secolo, i castori dopo essersi castrati avrebbero pure aperto le zampe posteriori per mostrare al cacciatore la menomazione e avere così salva la vita. Storielle simili girarono almeno fino al XVII secolo, anche se altri studiosi asserivano giustamente che si trattava di fesseria. Per esempio, sir Thomas Browne (1605-1682) nella sua enciclopedia degli errori Pseudodoxia Epidemica or Enquries into very many received tenets and commonly presumed truths, Libro III, 1646, fa notare che il castoreo non si trova nei testicoli e che tra l’altro queste ghiandole sono in un punto irraggiungibile dalla bocca “del proprietario”.

I castori si staccano a  morsi i testicoli, presentandoli al cacciatore.

I castori, ovviamente, non sapevano che da morti servivano pure per altre cose. Innanzitutto la carne. In Europa ne vivevano milioni di esemplari e venivano mangiati sempre. La carne rosso scura e ricca di proteine, grassi e carboidrati ricorda quello dell’oca (ma per altri quella di coniglio, tacchino o maiale), solo meno grassa, e veniva, e viene, lasciata a mollo con acqua e aceto, marinata nel succo di limone e spezie. Ovviamente se si avevano mezzi, tempo e ingredienti, cosa non scontata visto le tante spaventose carestie del passato in Europa. Lasciando le ghiandole del castoreo la carne diventava dolce ma relativamente dura, comunque sempre di completa digeribilità. L’analisi di dieci femmine e sette maschi di castori europei sessualmente maturi, una volta puliti e spellati, ha evidenziato una media della massa corporea composta dal 62,8% di carne, 14,5% di grasso e dal 22,4% di ossa. Le cosce costituivano il 33,4% del peso della carcassa e contenevano il 66,7% di carne. La carne di castoro ha un’alta concentrazione di proteine (20,9-21,8% umidi) e minerali (1,27-1,31%). Il grasso è caratterizzato da un’alta percentuale di acidi grassi polinsaturi (48,0-53,1%).

Il castoro, Historiae animalium, Zurigo, 1551-1558, di Conrad Gessner.

Per capire quanto sia nutriente la carne di castoro basti questo esempio, anche se relativo a quello americano che, sottolineiamo, è specie diversa da quello europeo: infatti il primo ha 40 cromosomi e il secondo 48. In Russia hanno tentato decine di volte di incrociarli senza risultati positivi. Comunque, Meriwether Lewis e  William Clark cercarono il “passaggio a nord ovest” attraversando gli Stati Uniti in larghezza da una costa all’altra, esplorando dal 1804 al 1806 territori sconosciuti (tranne che ai nativi, i quali ci vivevano felici fino all’arrivo dei bianchi). Un viaggio di migliaia di chilometri. La spedizione aveva scorte alimentari ma consumava comunque molta cacciagione, come antilopi, cervi e alci, che tuttavia non li soddisfaceva, non assicurando una dieta appropriata per quella vita. In pratica, pur mangiando stavano morendo di fame. Di fatto furono salvati dai nativi incontrati, che li consigliarono di mangiare carne  di determinate specie, inclusi i castori. E infatti si ristabilirono. Nel diario di Lewis e Clark’s si legge: Il gusto della carne dei cani degli indiani è altrettanto buono della lingua di bisonte o della coda di castoro. Gli uomini mangiavano 300 libbre di carne al giorno, fornita da cervi, antilopi, cervi wapiti e altra selvaggina, ma non erano soddisfatti e avevano ancora fame. Bisonte, castoro, orso e cane sono stati i migliori per saziare gli uomini.

Bisogna sapere che nel medioevo la selvaggina non era praticamente disponibile per il popolino – sì invece se si era proprietari terrieri, oppure bracconieri ma in quest’ultimo caso si rischiava la morte se presi –, che si cibava molto di vegetali e pane nero. La carne costava anche quattro volte più del pane, e il pesce persino sedici volte di più. Non solo, la Chiesa cattolica e quella ortodossa con i loro calendari liturgici influenzavano notevolmente le abitudini alimentari; il consumo di carne era proibito per un buon terzo dell’anno, e tutti i cibi di origine animale, incluse uova e latticini (ma non il pesce) erano generalmente proibiti durante la quaresima e i digiuni. Anche se la maggior parte delle persone rispettava le restrizioni ed era solita sottoporsi a penitenze quando le violava, esistevano comunque diversi trucchi per aggirare il problema. Bene, il castoro veniva considerato né carne né pesce e quindi stava in mezzo, finché la definizione di “pesce” fu estesa ad ogni tipo di animale marino – comprese balene, delfini, foche e otarie, anche se mammiferi – o semi-acquatico di acqua dolce, come appunto i castori (e pure le lontre, magari più coriacee, ma stavano pure loro spesso in acqua e quindi erano incluse…). Immaginabile la caccia a questi roditori anche grazie ai dettami della Chiesa.

I castori anche in Europa venivano cacciati con trappole di vario tipo, come quelle a schiaccia (l’animale muove una parte della trappola e viene schiacciato da un peso) oppure pesanti tagliole. Queste venivano poste davanti all’imbocco di una tana o su un percorso usuale dell’animale. Quasi sempre la tagliola veniva spruzzata dal castoreo succitato, che in natura serve a questi animali per delimitare il proprio territorio. Ovvio che un castoro, percependo l’odore di un cospecifico sconosciuto, si avvicinasse per investigare. A quel punto finiva nella tagliola, fuggiva in acqua ma il peso della tagliola finiva comunque per farlo affogare. Questo animale con un solo bel respiro può sostituire il 75% dell’aria nei suoi polmoni, rispetto al 15% di un essere umano, e se costretto può trattenere il respiro fino a 15 minuti anche perché durante l’immersione la sua frequenza cardiaca scende a 60 battiti al minuto, ossia circa la metà della sua normale funzione, mentre aumenta il flusso sanguigno al cervello. Ma la tagliola pesa, non respira e non ha fretta, e quindi alla fine il povero animale affogava. Tirando una lunga catenella che collegava la trappola a un albero o cespuglio si recuperava la preda. Se invece il castoro era risalito sulla riva lo si ammazzava, tanto dalla tagliola e catenella non poteva liberarsi.

Una trappola a schiaccia. In questo caso l’esca è un pesce e quindi non sarebbe servita per il castoro, che è esclusivamente erbivoro. Utilizzando il castoreo però la stessa trappola era letale.

Per cacciare i castori ovunque si utilizzavano anche i cani, come i progenitori degli attuali pinscher tedeschi (parecchio più grandi di quelli mini di oggi) e cioè i cosiddetti bibarhund degli antichi germani. Grazie alla  Lex Baiuvariorum si sa che nel VII secolo d.C. il re della dinastia merovingia (ossia i franchi) Dagoberg comminava la pena di morte a chiunque avesse ucciso uno di questi cani da castoro.

Attenzione, sarà meglio spiegare che il castoro se provocato può essere pericoloso, ricordiamo che ha grandi incisivi affilati e muscoli delle mascelle tanto forti da abbattere, in diversi e mordendo per giorni, alberi anche di 70 cm di diametro. Un morso spaventoso. I suoi predatori sono l’orso, che scava le loro tane per arrivare a prenderli se gli riesce, e il lupo. Questo predatore sa che il castoro non solo morde ma ha olfatto e udito molto sensibili (però  vista scarsa sia fuori sia sott’acqua), pertanto, sperando che la potenziale preda sia in tana e non in acqua, si nasconde sopra o vicino all’uscita e aspetta pazientemente per ore (anche 30!). Se l’ignaro castoro esce da lì, viene ucciso velocemente con un morso alla testa o al collo. Studi condotti nella Polonia nordoccidentale hanno evidenziato che i giovani lupi in particolare predano i cuccioli di castoro per circa il 20% della dieta, e i lupi adulti solo per il 5% circa. I cuccioli di castoro possono essere anche predati da aquile e grandi pesci predatori come il luccio e il siluro. Gli adulti invece sono grossi e sanno ben difendersi.

Nella succitata spedizione Lewis e  Clark negli Stati Uniti, il cane che li accompagnava si chiamava Seaman ed era un terranova. Nel maggio 1805 Lewis, che era il suo proprietario, lo curò a lungo per via di un brutto morso a una zampa. Di lupo, orso o puma, penserete voi. No, di castoro. Questo roditore può menomare e uccidere i cani a terra e ancor più in acqua. Sempre se provocato, e quindi per difendersi, può uccidere pure esseri umani. Qualsiasi animale, specie se selvatico, se deve difendersi e la natura l’ha dotato di armi, le usa. Nell’aprile 2013 un pescatore di Brest, in Bielorussia, vicino al lago Shestakov vide un castoro camminare e si avvicinò per filmarlo, infastidendolo. L’animale a un certo punto reagì mordendolo due volte alla coscia e recidendogli l’arteria femorale. Nonostante il pronto intervento di due suoi amici che erano con lui, l’uomo morì dissanguato in pochi minuti. https://www.youtube.com/watch?v=x7nNZb4fWpc

Naturalmente il castoro è una specie a cui non interessa proprio interagire con noi umani, ma ora che stanno tornando – si spera con esito positivo – nel nostro Paese, sarà bene ricordare a tanti sprovveduti creduloni che non è un animale disneyano ma una specie che merita rispetto e distanza adeguata.

Si può supporre che la popolazione di castoro europeo abbia avuto un incremento dalla metà del XIV secolo a causa dell’epidemia di peste nera, diffusasi in Europa a partire dal 1346, che uccise almeno un terzo della popolazione del continente e fu seguita da quelle setticemica e polmonare. Il crollo demografico svuotò molti terreni agricoli meno redditizi, che vennero abbandonati, così come  interi villaggi,  colpendo in particolare i giovani e le fasce più povere della popolazione. Ciò può essere inteso anche come una riduzione dell’attività venatoria e quindi un vantaggio pure per il castoro. Forse non è un caso se, dopo la peste nera, il poeta Fazio degli Uberti nell’opera Dittamondo del XIV secolo descrisse, senza intendere che fosse un portento, i castori nel Ferrarese: Ne’ suoi laguni un animal ripara che è bestia e pesce il qual bevero ha nome. Per “bevero” si intendeva castoro. Probabilmente la caccia al castoro riprese con veemenza dal XV secolo, benché siano stati necessari alcuni secoli prima che la popolazione europea ritornasse alla densità precedente la pandemia. David Herlihy, medievalista statunitense, nota che il numero degli abitanti dell’Europa cessò di calare solo nei primi decenni del XV secolo e che nei cinquant’anni successivi rimase stabile, per poi riprendere lentamente ad aumentare attorno al 1460.

Secondo  lo zoologo Davide Rufino: “In Italia l’ultimo castoro venne segnalato nel 1541 nell’area padana”. Ma non è così, poiché un esemplare di 25 kg fu abbattuto 53 anni dopo, nel 1594, nelle vicinanze di Versciaco di Sopra, frazione del comune di San Candido nella Provincia autonoma di Bolzano. Bisogna ricordare che nella confinante Austria l’ultimo castoro fu ucciso nel 1869. Secondo lo studio Late Pleistocene and Holocene distribution history of the Eurasian beaver in Italy del 2019, di Leonardo Salari, Marco Masseti e Letizia Silvestri, la scomparsa del castoro in Italia risalirebbe probabilmente tra il XVI e il XVII secolo e nonostante le numerose bonifiche realizzate a partire dal basso medioevo, soprattutto la zona più orientale della Pianura Padana sarebbe stata l’ultimo rifugio di castori in Italia. Il castoro euroasiatico era comune al nord e diffuso al centro dell’Italia, ma sempre assente al sud, probabilmente a causa delle sfavorevoli condizioni idrologiche dei corsi d’acqua.

Altro motivo della quasi estinzione del castoro in Europa (all’inizio del XX secolo ne erano rimasti meno di 1.200 in tutto il continente) e della grave rarefazione in Nord America fu la pregiata pelliccia di questo roditore. Persino i cronisti arabi nel medioevo citavano queste pellicce e quanto fossero richieste a livello internazionale: le chiamavano kelb el-mâ ossia di “cane d’acqua”. Nel medioevo il prezzo della pelliccia di castoro era appena inferiore a quello della lince e della volpe argentata. Del resto anche quella di castoro è molto fitta: ha circa 12.000  peli per cm² sulla schiena e 23.000 per cm² sullo stomaco. Per capire, noi umani al massimo abbiamo 600 capelli per cm². Carlo Magno indossava capi di castoro spesso, però pesavano e per fare una pelliccia ce ne volevano dodici. Per questo motivo infine furono usate solo per rifiniture, colletti e fodere ma soprattutto cappelli – precursori del cilindro, in tedesco detti Kastorhut – che, grazie a una particolare lavorazione utilizzante solo il feltro, erano molto leggeri nonché particolarmente apprezzati nel XVIII e XIX secolo. Purtroppo per fare questa lavorazione all’epoca si usava il mercurio, ritenuto sicuro, mentre invece è velenoso. Risultato, i cappellai venivano colpiti dall’avvelenamento detto appunto sindrome del cappellaio che causava disturbi mentali, tanto da fare nascere in Inghilterra il detto “mad as a hatter”, pazzo come un cappellaio. Come appunto il “cappellaio pazzo” del romanzo Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll.

Persone con cappelli di pelo di castoro, 1886.

Una pelle di castoro, specie se poveri, era una buona fonte di denaro. Come racconta Guido Hammer in Die Geschichte eines Biberjägers (La storia di un cacciatore di castori) del 1869, il bracconiere tedesco Leonhardt – già fuori di testa di suo, tanto da essere soprannominato Karl il matto – intorno al 1850  nei pressi di Wurzen in Sassonia, sulle rive del Mulde, uccise l’ultimo castoro della zona, lo mangiò e vendette la pelle. Non c’erano le prove ma comunque fortemente sospettato in tempi in cui la galera non era una passeggiata, finì che uccise due uomini che erano andati da lui per interrogarlo e poi si suicidò.

Altra, ben importante, concausa della scomparsa in Italia del castoro furono le bonifiche. La regimazione delle acque era importante, e certo i castori lo facevano a modo loro, che non era però quella voluta dalla popolazione umana. I primi a farlo, al solito, furono gli antichi romani, difatti le attuali forme consorziali sono eredi delle loro prime forme associative di gestione delle acque. Oltre ai grandi acquedotti urbani, i romani costruirono canali navigabili e irrigui in favore dello sviluppo agricolo. Lo stato si occupava della gestione dei canali principali, mentre i consorzi dei privati si occupavano delle reti secondarie e i singoli privati di quelle terziarie. I romani utilizzarono le prime tecniche di sistemazione idraulica in collina per rendere coltivabili i terreni, direzionando e regimando le acque verso valle. Insomma, già allora i castori, che con le loro dighe creavano tracimazioni o inondazioni, erano mal visti. Lo stesso si fece durante il medioevo, dalle piccole opere dei contadini volte ad ampliare le superfici coltivabili private alle opere idrauliche dei monasteri divenuti importanti aziende agricole. Le terre paludose e i boschi allagati furono in gran parte prosciugati, aumentando così le superfici coltivabili. Tutte queste cause portarono all’estinzione del castoro in Italia.

Ora da noi il castoro è timidamente ritornato, in numeri risicatissimi, e forse riuscirà a rimanervi, aumentare e ricolonizzare parte del territorio. Un gradito ritorno, utile anche per l’ambiente stesso. Ma sarà bene valutare che la sua presenza, quando i numeri saranno alti (dai 1.200 degli inizi del XX secolo in tutta Europa siamo ora arrivati a oltre 1,2 milioni di esemplari, ossia la popolazione è aumentata di mille volte in un solo secolo), in futuro dovrà essere gestita seriamente. Si dovrà stabilire dove, quanto e come, così come si fa in altri non pochi stati che pure lo hanno reintrodotto volontariamente.

Die Gartenlaube, 1869, illustrazione di Guido Hammer.