(Segue dalla prima parte) Se si osservano le diverse impronte succitate in un disegno, le differenze sono evidenti. Bene, nella realtà la cosa è ben diversa, molto più complessa, vaga, piena di interrogativi. Esistono esperti che dicono di essere in grado di distinguere un’orma di lupo da quella di un grosso cane, mentre altri dicono che sia possibile capire di che animale si tratti solo da un’intera pista e quindi da molte impronte. Io faccio parte di questo secondo gruppo. Vi spiegherò il perché. Innanzitutto sappiate, ma lo saprete già, che una cosa è la teoria e altra la pratica. La teoria in questo caso è appunto una bella impronta disegnata su un foglio di carta, mentre la pratica è quella stessa impronta non disegnata ma impressa su terreni di vario tipo, morbido e polveroso, morbido ma con foglioline e grumi di terra, secco e polveroso, umido ma non troppo, eccessivamente bagnato, con sassi e sassolini e così via. Tutti questi fattori fanno sì, per esempio, che anche un cane di trenta chili lasci impronte senza segni di unghie in un punto, e con unghie ben evidenti pochi metri più in là.

Prima ho scritto che la differenza più evidente fra l’impronta di un lupo e quella di un cane è che il primo ha le due dita centrali che cominciano quasi dalla fine delle due dita laterali, mentre il secondo ossia il cane ha le due dita laterali che superano l’inizio delle due dita centrali. La risposta esaustiva è: dipende.

Questa spiegazione, che lascia in effetti il tempo che trova e che semmai vi creerà più imbarazzo che sicurezza, ve la fornisco perché ho controllato molte impronte di lupi, di “ibridi” cane-lupo (sapevo già che lo erano) e di cani. Ho iniziato a vedere che le impronte di lupo non erano sempre così come ve le ho spiegate. Sembravano di cane, eppure quello che camminava davanti a me era senza ombra di dubbio un lupo (come da Dna, era detenuto in un grande recinto). Poi ho visto le impronte del mio Tito (ibrido), e ho visto che a seconda della situazione lasciava sia impronte da cane che da lupo. Lo stesso vale per la Dersu, il mio pastore del Caucaso, che mai avrebbe potuto somigliare a un lupo. Ho fatto imprimere ai miei due cani le impronte praticamente ovunque, nella terra, sabbia, gesso e poi le ho misurate. Li ho fatti camminare nella terra morbida. Li ho fatti camminare sul cemento dopo avergli bagnato i piedi. E ancora li ho misurati. A volte l’impronta sembrava in tutto e per tutto quella di un lupo, altre di cane.

Il perché è spiegato dal fatto che i piedi di questi animali, ma anche di altri, si adattano al terreno. Persino gli zoccoli di cervi e caprioli, solo per fare un piccolo esempio, si aprono più o meno a seconda del terreno, se stanno correndo e così via. Se si modifica così uno zoccolo, credete che il piede di un canide o di un felide sia forse più rigido? Le nostre dita dei piedi, quando camminiamo scalzi, evidenziano che si adattano al terreno e al nostro movimento. I piedi di un lupo, cane o gatto fanno lo stesso. Se il piede viene poggiato su un terreno duro, i quattro cuscinetti rimangono più vicini fra loro, se su terreno morbido tendono a distanziarsi in larghezza o in lunghezza in virtù della sua cedevolezza. Attenzione, il tutto può ribaltarsi se l’animale corre o cammina. Quando noi umani andiamo al mare, lasciamo impronte più o meno larghe a seconda che si sia su sabbia secca o sabbia umida proprio perché allarghiamo o no le dita per avere un maggiore o minore appoggio.

Inoltre, come ho scritto prima, lo stesso accade se l’animale sta camminando o correndo. Se va veloce, portando avanti velocemente le zampe, queste sono nervose, tese, allungate quando poggia i piedi o allargate quando rallenta bruscamente o cambia direzione. Le dita sono mobili, adattabili. Immaginate un cane o un lupo in corsa. Quando il piede tocca terra lo fa con il grosso cuscinetto plantare e centrale, che sopporta l’impatto con il terreno e lo ammortizza. L’attimo dopo le dita vengono spinte in avanti e si allungano, allontanandosi dal centro e cioè dal cuscinetto plantare. Ecco che, anche in questo caso, le due dita centrali risulteranno più distaccate da quelle laterali, come si crede avvenga sempre e in ogni condizione nei lupi, mentre non è così.

Come avrete notato, l’argomento è ostico. Quindi mai basarsi su una sola impronta ma su molte (se ci sono…) di una stessa pista. Dalla distanza tra le impronte e dal loro posizionamento potrete vedere subito se l’animale, cane o lupo, sta camminando o correndo. Attenzione, è vero che il lupo quando cammina lascia spesso una serie di impronte una dietro l’altra, praticamente in fila, mentre il cane non lo fa facendo intravedere i piedi di sinistra e di destra. Ma è altrettanto vero che se il lupo va al trotto o al galoppo lascia anch’esso una pista in cui si possono notare sia i piedi di sinistra che di destra. Insomma, non sono più in linea. Lo stesso fa il cane al trotto o al galoppo.

Cane Lupo Italiano e Cane Lupo Cecoslovacco (foto AAALI).

A peggiorare la situazione, sfaterò anche ciò che ho scritto prima, ossia che se le impronte sono in linea, una dietro l’altra, si tratta solo di lupo. Non è vero perché lo fanno a volte anche certi cani, come appunto il mio Tito. L’ho portato sulla neve insieme a Dersu e li ho fatti camminare e correre. Il risultato è stato che Dersu non ha mai lasciato orme una esattamente dietro l’altra come fanno i lupi, sia che camminasse o corresse. Tito invece sì. Quando camminava le impronte erano leggermente una a lato dell’altra, come appunto nei cani, ma quando aumentava appena di poco il passo ecco le orme perfettamente in fila come si crede facciano sempre i lupi. Quanto vi ho detto pertanto vi aiuterà per l’analisi delle impronte, ma con le dovute cautele. E soprattutto, prima di darvi o dare una risposta sull’animale che avete davanti, pensateci bene. La fretta non serve a nulla.

Un lupo di grandezza media ha la lunghezza del passo di circa 50 centimetri se cammina lentamente, ma nel trotto arriva anche a 80 centimetri. Se invece corre lascia impronte quadruple, vicine fra loro, con le prime due disposte leggermente oblique. Queste sono le impronte dei piedi  posteriori. Dietro di esse, pure in diagonale, si vedono le impronte delle zampe anteriori. Lo stesso vale per il cane.

Come spiegavo prima, ricordate che le unghie di cani, lupi o volpi possono non imprimersi su terreni duri. Ma, in caso contrario, noterete dall’impronta che non si trovano proprio attaccate alla fine del dito, ma ben più avanti, pure a un centimetro e che lasciano un’incisione anche profonda nel terreno morbido, pure 2,5 cm. In alcuni casi potrete trovare sul terreno i segni netti dei graffi inferti dalle unghie di cani o lupi, per esempio dopo aver defecato. Una volta depositate le feci, questi animali infatti istintivamente raschiano il terreno con le zampe per sotterrare o nascondere le feci, quasi mai senza minimamente riuscirci (i felini sono ben più pignoli ed efficaci), ma fatto sta che lo fanno. Bene, cani e lupi lo fanno nello stesso modo, quindi scordatevi di riuscire a capire la differenza. Ormai in Italia sono presenti altre specie di canidi, ossia lo sciacallo dorato (Canis aureus) e il cane procione (Nyctereutes procyonoides), ma se spiegassi anche questi mi dilungherei  troppo.

Un ottimo modo per esaminare le impronte, e conservarle, è fare i calchi. E’ una cosa semplicissima. Per prima cosa pulite con cura l’impronta soffiandovi sopra, poi se volete contornatela con un cerchio di cartoncino in modo da formare una vaschetta. Impastate allora un po’ di gesso in un recipiente facendone una liquido senza grumi e della consistenza del latte condensato, e versatelo lentamente nella vaschetta formata dal cartoncino. Perché il gesso faccia presa ci vorrà una mezz’oretta e anche meno. Certo, aggiungendo più gesso seccherà prima, ma non sarà adeguatamente liquido una volta nell’impronta e non ne riporterà quindi bene i dettagli. Quando sarà ben essiccato, togliete il calco, portando via anche la terra intorno se c’è il rischio di romperlo e lasciatelo asciugare ancora per una mezza giornata. A questo punto liberate il calco dalla terra e avrete così ottenuto il negativo dell’impronta. Per ottenere il positivo, pulite bene il negativo e ungetelo con abbondante olio, circondandolo con un cartoncino, che diverrà una sorta di vaschetta. Versate sopra del gesso e, una volta indurito, separate i due pezzi. Ricordatevi di scrivere dietro o sul fianco del calco i relativi dati, ossia animale, quale piede presunto, giorno e così via. E soprattutto, non dimenticate l’olio prima di fare il positivo!

Ricordate che nei canidi i piedi più grandi e larghi sono quelli anteriori, i posteriori sono più piccoli e allungati. Per sapere se il piede invece è quello sinistro o destro, guardate le dita e sappiate che le lunghezze variano in proporzione come quelle umane, il medio è sempre più lungo (seppure di poco) e rivolto verso il corpo. Da questo particolare capirete se il piede è quello sinistro o destro. Per capire, guardatevi entrambe le mani e lo noterete subito.

Notare i piedi anteriori, lupo artico.

Ultima cosa: nei film si vede il cacciatore o la guida indiana che osservano un’impronta e la pista dell’animale e asseriscono che è di poche ore fa, oppure vecchia di due giorni o più. Bene, alcuni riescono a ipotizzarlo, ma la cosa è possibile solo per chi conosca bene non solo quegli animali ma anche estremamente bene quello specifico ambiente e zona, con attività praticamente quotidiana. E pure queste persone capaci se spostate in un’altra area avranno grandi difficoltà. Un’impronta fresca avrà i bordi netti, che poi gradualmente vengono erosi dal vento o da leggera pioggia. Circa la stessa cosa con la neve e la sabbia. In quanto tempo si è deteriorata?

Magari erba, ramoscelli o piccole foglie sono state pressate dal piede dell’animale durante il suo passaggio, mentre altre vi sono finite dopo il passaggio e si potrà capire forse da quanto tempo, spannometricamente, dal fatto che siano ancora fresche, marce o secche. Se l’animale passando ha spezzato dei rami di cespugli o altre erbe si può notare se la rottura è fresca oppure ingiallita o secca e quindi conoscendo quella specifica vegetazione intuire quanto può essere durato il processo. Ma bisognerebbe valutare anche il sole (fa freddo, caldo, molto caldo? I raggi dove battono?) e in quali ore batte su quel punto, l’umidità, la vegetazione circostante, l’orario, il vento, l’altitudine e moltissimi altri fattori. L’erba schiacciata – ma quel tipo di erba – si risolleva in un certo lasso di tempo, diversamente da un’altra, in base a diversi fattori. In pratica, fare simili valutazioni in pianura è diverso che in collina o in montagna, se è inverno o estate, se l’animale è passato di giorno o di notte, se c’era la brina o rugiada o se ha piovuto e così via.

Alcuni ritengono che quella data erba, piegata sotto il peso dell’animale, si sarà sollevata per metà o per intero dopo un certo lasso di tempo e che quindi sia possibile calcolarlo. Ma è molto facile sbagliarsi. Personalmente ho fatto diversi esperimenti – non avendo evidentemente di meglio da fare – con diversi tipi di erba e piante verdi allo scopo di misurare il tempo impiegato per risollevarsi. Esperimenti da suicidio e alla fine mi sono reso conto che una delle grandi incertezze della vita planetaria è proprio il tempo di riassestamento dell’erba e delle piante verdi. Di solito chi ci riesce, e sono pochi, lo fa più che altro con l’intuito, che in certi casi vale più della ragione.

A volte è possibile capire da quanto tempo è passato un animale carnivoro se se ne trova la preda. Difatti a seconda del periodo e della temperatura, nel cadavere si sviluppano le larve depositate quasi immediatamente dalle mosche, come le carnarie, che hanno tempi di crescita abbastanza regolari. Misurando a occhio queste larve, dette volgarmente cagnotti, si capisce all’incirca da quanto tempo si sono sviluppate, e quindi da quanto è morta la preda e pertanto a quando risalgono le orme lasciate dal nostro predatore che ha ucciso la povera vittima. Giornata più, giornata meno.

Le orme, oltre a evidenziare il sesso (più o meno grandi, lunghe o corte, più tonde oppure no) in determinati casi possono far capire se l’animale che le ha lasciate è ferito o meno, a seconda di come poggia uno o più piedi e quale parte di questi. E anche se l’animale è giovane o adulto – questo dipende dalla grandezza e profondità delle orme, ma solo fino a un certo punto – oppure vecchio. In quest’ultimo caso i cuscinetti sotto le dita ma soprattutto quello plantare tendono a perdere compattezza e quindi si appiattiscono.

Alcuni nativi sarebbero persino in grado di capire dalle orme se un lupo è di colore fulvo o nero in quanto, secondo loro, quelle più grandi apparterrebbero a esemplari neri, ritenuti sempre più grossi degli altri. Ma non credo ci sia una dimostrazione scientifica di questa tesi – difatti tra tutti i più grandi lupi misurati e pesati al mondo, e cioè eccedenti i 75 kg, non ce n’è manco uno nero, anche se in zona ce n’erano – e non la ritengo corretta. Sempre gli stessi nativi, che certo ne sanno molto più di me in materia, sarebbero in grado di capire dalle orme sulla neve se un lupo è affetto da idrofobia oppure no. Difatti, spiegano, le orme di un lupo rabido sarebbero in alcuni punti incerte, trascinate, non in linea, scomposte. Questo potrebbe essere possibile, come sintomo e conseguenza della malattia. Ma, anche fra questi popoli, dubito esistano ancora molte persone in grado di arrivare a tali livelli di conoscenza.

In pratica, si possono fare certe affermazioni, ma pochissimi esperti (e ripeto, solo di quella determinata zona e ambiente) potranno azzeccarci. Tuttavia, l’unico che potrebbe confermare o smentire tali ipotesi sarebbe proprio l’animale passato, cosa che dubito avrebbe interesse e capacità per farlo.

Indubbiamente alcune impronte sarebbero più facilmente individuabili, dal film Godzilla, 1998.

Per chi volesse approcciarsi al tema, consiglio un libretto fresco di stampa: Tracce e Presenze.  Quaderno da campo sui segni di presenza delle varie specie selvatiche, di Ettore Centofanti e Fulvio Mordenti, 2021, Monti Editore di Cesena. Quante volte durante un’escursione in un’area naturale protetta vi sarà capitato di incontrare orme e tracce che testimoniano la presenza del passaggio di qualche specie animale? Non tutti però sono in grado di identificare e dare un nome alla specie che ha impresso la propria orma e lasciato altri segni. Anche se rimane difficile, ai più, fare incontri di osservazione diretta con la fauna selvatica, ammirare le tracce di presenza è un’esperienza appagante e ricca di significato; ancor più se si riesce, come piccoli detective, a riconoscere, e quindi poi, a conoscere un poco di più l’animale che è passato lì prima di noi. https://www.facebook.com/FotoVideoServiceFVS

Per promuovere la conoscenza di alcune delle principali specie di mammiferi superiori dell’areale della regione Emilia-Romagna e per rendere più completa e ricca una esperienza nelle aree naturali protette, l’Ente di gestione per i Parchi e la Biodiversità-Romagna insieme a un team di autori preparati e appassionati – in particolare il tecnico faunista Ettore Centofanti e l’illustratore Fulvio Mordenti, con testi di Camilla Gotti e Paolo Taranto – ha deciso di realizzare questo quaderno da campo, pratico, immediato e da tutti fruibile, dedicato ai segni di presenza sul territorio e alla loro interpretazione e riconoscimento. Questo quaderno da campo è stato pensato dal Centro di Educazione alla Sostenibilità dell’Ente, “Scuola Parchi Romagna”, come strumento didattico per la scuola e per quanti vogliono dedicarsi alla conservazione della biodiversità attraverso l’esperienza in natura e la conoscenza. Info http://www.iga-cartografia.it/

*Giovanni Todaro, direttore di Pan