L’allevamento del bestiame nacque circa 11.000-9.000 anni prima di Cristo in Mesopotamia – in quelli che oggi sono l’Iraq e parte di territori di Turchia, Siria, Iran, Arabia Saudita e Kuwait – addomesticando il muflone e lo stambecco bezoar da cui furono selezionate la pecora e la capra. Naturalmente questo bestiame doveva essere ricoverato e protetto dai predatori che allora erano molti in quell’area: non solo il lupo, ma pure la iena striata, orso bruno, leone, tigre, leopardo, sciacallo, lince e altri. L’unica protezione per il bestiame erano i cani – ossia il lupo, già ammansito e selezionato da millenni creando il cane, che è il primo animale addomesticato dell’uomo – e i pastori sempre presenti. Là dove le condizioni erano adatte e vantaggiose, ove possibile si costruivano recinti in sassi o grossi rami per il ricovero notturno o invernale del bestiame. Pertanto, le prime recinzioni antipredatori risalgono a quel periodo e area geografica, così come i primi cani da pastore.

Bassorilievo romano: bestiame, recinto, pastore e cane.

I recinti in pietra potevano essere alti anche due metri e avere infissi sulla sommità molti rami spinosi e/o appuntiti sporgenti e rivolti verso l’esterno – la stessa funzione dell’odierno filo spinato –, oltre ad avere spesso alla sommità una fila di lunghi e grossi sassi o lastre sempre di pietra aggettanti, ossia sporgenti all’esterno, che impedivano ai predatori di saltare o arrampicarsi sui muri. Esempi di simili recinzioni esistono ancora, persino in Sicilia dove il lupo è stato estinto nella prima metà nel XX secolo. https://www.youtube.com/watch?v=7CWai9qmJBA

Recinto in pietra antilupo.

Nessun muro, a meno che non fosse alto diversi metri e profondo circa uno, era comunque insuperabile; la presenza dei pastori e dei cani poteva fare la differenza, e questa realtà era ben conosciuta nelle diverse culture dell’antichità. Ovviamente il bestiame rinchiuso in semplici recinti anche in sassi o muratura non era adeguatamente protetto, soprattutto senza la presenza interna di adeguati cani da pastore. Lo stesso vale oggi. https://www.youtube.com/watch?v=VGttwysFHiA

Una recinzione dei tempi passati – ma esistenti ancora oggi per esempio nelle aree rurali o selvagge africane e asiatiche – veniva costruito con pali e piante spinose fittamente ammassate, come le acacie. Questi recinti, di dimensioni variabili, erano fissi e servivano non solo a proteggere il bestiame, ma anche ad avere una produzione di letame. Non raramente venivano messi gratuitamente a disposizione dei pastori di passaggio, che vi ricoveravano per varie notti il bestiame che negli stessi deponeva le feci, poi usate dal proprietario per fertilizzare le coltivazioni. In pratica, i vantaggi erano per entrambi, pastore e proprietario del recinto. Quelli africani, detti boma in lingua swahili (quelli più grandi e robusti servivano anche come palizzate per i villaggi), vengono spesso citati nei romanzi di avventure, come quelli scritti da Emilio Salgari, in cui i leoni saltavano i boma, uccidevano una vacca e poi ne saltavano fuori portando con loro il bovino tenuto tra le fauci. Ovviamente si trattava delle piccole e snelle vacche da un quintale o poco più di quelle zone, e non delle ben più pesanti vacche tipo bruno-alpine o svizzere come si immagina qualcuno…

Particolare di un boma africano con rami di piante spinose.

In aree aperte i pastori, spostandosi ogni pochi giorni, non potevano realizzare recinti per contenere il bestiame – anche perché i predatori attaccano pure di giorno, durante il pascolo – e quindi l’unica protezione era data dai pastori e dai cani. Anche oggi, senza queste due componenti basilari la pastorizia non può esserci se in zona ci sono grandi predatori. Ma là dove possibile, e sempre in inverno, gli allevatori hanno recinti fissi in cui proteggere il bestiame.

Mongolia, tenda (gher) e recinto notturno per il bestiame.

Avere buone recinzioni e validi cani significa anche salvaguardare l’ambiente. Per esempio l’antilope saiga, un tempo presente in milioni di esemplari, oggi in Mongolia è ridotta a poche migliaia di capi a causa della caccia dell’uomo. I lupi hanno perso quindi molta parte delle loro prede naturali. Lo stesso vale nel caso di altre specie di ungulati selvatici. Pertanto i lupi predano sovente il bestiame e conseguentemente i pastori allevano più capi del necessario per ripianare le perdite (nel 2018 oltre 66 milioni, di cui circa il 41% capre) togliendo sempre più il pascolo agli animali selvatici e facendo ovviamente aumentare le predazioni dei lupi sul bestiame. Insomma, un circolo vizioso. Con cani adatti invece i pastori possono allevare un ridotto numero di bestiame, con un utilizzo sostenibile dell’ambiente, e conseguentemente non hanno la necessità di uccidere i predatori selvatici, non solo il lupo ma anche il raro leopardo delle nevi e il rarissimo orso del Gobi. Per questo motivo si sta promuovendo l’impiego del cane da pastore bankhar, o pastore mongolo, caduto in disuso ai tempi dell’Unione Sovietica. Recinzioni e buoni cani, un ottimo e antichissimo connubio.

I boma africani moderni in diverse zone mantengono la stessa finalità, ma sono più validi in quanto intorno al classico recinto di rami spinosi (quando mantenuto) hanno un’ulteriore e ben più efficace barriera consistente in pali di eucalipto – evitato dalle termiti – con a volte una base in cemento antiscavo. Senza un boma adeguato, in zona di leoni e leopardi le perdite possono essere anche di alcuni capi alla settimana, capre e bovini, che è cosa inaudita per popolazioni poverissime. Se le perdite sono elevate gli indigeni fanno in fretta, usando solitamente il veleno per eliminare il problema o per ritorsione, detta in tal caso olkiyioi. Purtroppo, anche se la crisi attuale dei leoni – calati ad appena 20.000 esemplari in tutta l’Africa, il 40% in meno negli ultimi venti anni, e che occupano solo una piccola parte dell’areale storico della specie – è causata dall’aumento dell’agricoltura e soprattutto dell’allevamento di bestiame, persino nelle aree protette, cosa che ha fatto diminuire (per esempio in Kenya dal 70 al 90% dalla fine degli anni ’70) il numero degli erbivori selvatici usuali prede dei carnivori. Quindi viene predato il bestiame. Di giorno questo viene protetto, con grande rischio, dai pastori, ma di notte l’unica difesa è un buon boma.

I recinti di rami spinosi diedero l’idea del filo spinato allo statunitense Joseph Glidden, il quale  depositò nel 1874 il brevetto ottenendo grande successo economico. Come sappiamo il filo spinato fu (e viene tuttora) utilizzato per contenere o proteggere bestiame ma purtroppo anche in ambito bellico, come nella guerra di trincea della Prima guerra mondiale. L’attuale tipo antiuomo, il razor wire, invece delle punte è munito di una sorta di lame affilate come rasoi. L’idea delle recinzioni elettriche è ancora precedente al filo spinato, ne accennano l’uso per motivi difensivi nel 1832 la scrittrice Fanny Trollope nel settimo capitolo di Domestic Manners of the Americans, poi  nel 1870 Jules Verne nel capitolo 22 di 20.000 leghe sotto i mari, seguito nel 1889 da Mark Twain in A Connecticut Yankee a King Arthur’s Court. Del resto tre anni prima, nel 1886, lo statunitense David H. Wilson aveva depositato il brevetto e dunque era ben noto. Recinzioni elettriche per finalità belliche furono realizzate a Port Arthur nel 1905 dall’esercito russo durante la Guerra russo-giapponese, e lo stesso fece l’esercito tedesco nel 1915, durante la Prima guerra mondiale, con il cosiddetto “Filo della morte” – Dodendraad in olandese e Grenzhochspannungshindernis (“Barriera di frontiera ad alta tensione”) in tedesco –, una recinzione elettrificata da 2.000 volt in fili di rame e filo spinato lungo il confine tra Belgio e Paesi Bassi che copriva ben 300 chilometri, ossia da Vaals a Schelda,  e che causò la morte di migliaia di persone, visto che l’alta tensione era continua – come nel caso dei campi di concentramento – e non con un breve impulso di relativamente limitata potenza come è obbligatorio fare con le recinzioni elettriche civili attuali, soprattutto quelle per il bestiame (già in uso intorno al 1930 negli Stati Uniti).

Una barriera visiva è il fladry, ossia striscie di tessuto o plastica simili a bandierine lunghe solitamente 50 x 10 cm e appese davanti alla recinzione del bestiame. Devono essere distanziate una dall’altra e non toccare terra. Spesso sono rosse, anche se i lupi e altri predatori non sono in grado di distinguere questo colore, che per loro è una sorta di giallo. In effetti il fladry funziona perchè è mosso dall’aria ed è proprio quel movimento che istintivamente insospettisce e intimorisce il predatore. Tuttavia, una volta che il predatore ha imparato che queste bandierine sono innocue, non servono più allo scopo. Ovviamente se sono appese davanti a una recinzione elettrica – in tal caso vengono chiamate turbo-fladry – il discorso cambia. Questo sistema veniva usato già secoli fa soprattutto nell’Europa orientale durante le battute ai lupi, in modo da spingerli nel punto in cui erano appostati i cacciatori.

Fladry.

Qualsiasi tipo di barriera, per essere efficace, dev’essere invalicabile. Se non ha questo requisito, alla lunga o in qualche punto viene prima o poi superata. Anche le mura antiche contro popolazioni nemiche, i famosi limes romani come il Vallo Adriano, o i più relativamente recenti muri come quello sovietico di Berlino, dovevano tuttavia essere sia una difesa passiva sia attiva e quindi dovevano non solo parare ma anche colpire grazie ai suoi difensori armati. L’antico scudo affiancato dalla spada o lancia del soldato, la fortificazione munita di mitragliatrici e artiglieria, e così via. Un recinto di sola protezione del bestiame, a meno che non sia permanente, molto costoso e veramente mastodontico (e quindi di dimensioni limitate, come nel caso di certi stazzi), non è totalmente esente da rischi, specialmente se la loro progettazione non è stata accuratamente eseguita o se non si fa manutenzione. https://www.youtube.com/watch?v=2C-YIbGfZO4

L’altezza della recinzione fissa dev’essere di almeno 170-175 cm fuori terra (meglio se di più) interrata di almeno 25 cm e deve essere presente una piegatura antisalto – sorretta da staffe adeguate, specialmente in zona di orsi, altrimenti si piegherebbe sotto il peso dell’animale – verso l’esterno di almeno 30 cm piegata a 45° al fine di ostacolare l’accesso dall’alto da parte dei predatori. Se è munita di filo spinato è meglio. Tuttavia, come sa chiunque abbia un cane, la parte interrata di soli 25 cm è insufficiente ed è facilmente superabile, scavando, da parte del lupo od orso. Dovrebbe essere ben più profonda e munita di una parte di rete, anch’essa robusta e metallica, sotterrata esternamente e orizzontalmente al recinto e larga almeno un metro per tutto il perimetro. Meglio la rete rigida elettrosaldata da edilizia di 10 x 10 cm (non di più, altrimenti possono passarvi agevolmente le volpi, predatrici di agnelli), in quanto la normale rete metallica a maglia sciolta può essere tranciata a morsi da lupi e orsi, nonché da cani.

Dette recinzioni possono essere elettrificate – ma mai il filo spinato, è punito penalmente – e devono essere autorizzate da vari enti, e persino dalla Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio competente per territorio, con tutta una serie di adempimenti e accertamenti non di poco conto. Ovviamente tali recinzioni fisse permettono di ridurre gli attacchi limitatamente al periodo in cui il bestiame è contenuto all’interno della struttura. Non escludono quindi gli attacchi da predatore al pascolo o durante gli spostamenti dall’azienda alle aree di pascolo. Esistono anche recinzioni metalliche mobili, che si possono utilizzare solo in pochi casi e che qualsiasi grosso predatore determinato può superare senza problemi.

Le recinzioni elettrificate mobili, impiegate per il pascolo o durante le ore notturne, sono efficaci, ma non totalmente: il cinghiale o l’orso se veramente determinati le abbattono, e per questo motivo è fondamentale la presenza del pastore e di adeguati cani da pastore. I lupi esperti inoltre, pur rimanendo all’esterno, spaventano il bestiame, facendo sì che terrorizzato fugga abbattendo la recinzione, anche se elettrificata. Anche forti tuoni, lampi e tempeste possono provocare la stessa cosa. Per via di questo rischio la densità del bestiame nei recinti non dev’essere eccessiva, lasciandogli la possibilità di spostarsi da una parte all’altra. Tali recinzioni sono costituite solitamente da 6-8 moduli da 25 o 50 metri cadauno di rete elettrificata, associati a paleria leggera in fibra di vetro o plastica che integra gli isolatori. Il termine “leggera” però è relativo, perché comunque il pastore per portarli tutti deve utilizzare un mezzo a motore o animali da soma. La cosa peggiora in alcuni contesti in cui è prudente realizzare non uno ma due recinti, uno interno con rete tradizionale e uno esterno con rete elettrificata. Tra le due strutture viene lasciato un corridoio, in cui possono muoversi liberamente i cani da protezione, purché ovviamente abbiano preso coscienza delle reti elettrificate. https://www.youtube.com/watch?v=H68Bq6dmOLY

Un limite di queste recinzioni è la tenuta dei paletti, soprattutto in aree ventose e con terreni pietrosi, dove semplicemente lo strato di terra è talmente basso che i paletti non stanno in piedi. Altro limite è che la rete – formata da vari fili orizzontali elettrificati e fili verticali non elettrificati – non deve mai avere il primo filo orizzontale conduttore, perché se toccasse il terreno o l’erba scaricherebbe e perderebbe l’elettricità. Il problema è che in questo caso il predatore scava sotto e passa. Di queste reti ne esistono di varie altezze, a partire da 90 cm, ma sarà bene ricordare che persino un cane è capace di saltare addirittura da fermo una simile altezza. Per avere una migliore efficacia meglio reti di 140-160 cm di altezza, che però pesano di più e necessitano di un maggiore strato di terra per essere piantate. Alle reti si applica un elettrificatore portatile, meglio se associato a un pannello solare adeguato per incrementare l’autonomia della batteria. Mai lasciare spento il recinto perchè potrebbe essere danneggiato da ungulati e altri animali che rimangono impigliati nella rete: i caprioli e mufloni vi si possono impigliare, morendovi o, nel caso del cervo, daino e cinghiale, portarsi via tutto.

Insomma, le recinzioni mobili elettrificate sono indubbiamente valide, ma il lavoro richiesto per montarle e smontarle non è certo da poco, visto che i pastori devono spostarle decine di volte negli oltre tre mesi di alpeggio. Inoltre, visto che esistono venditori di questi prodotti sovente persino approssimativi e con materiali scadenti, si consiglia di affidarsi ad aziende specializzate.

Se invece li si riceve da enti, di norma gratuitamente, si deve solo sperare che le scelte da parte di questi, che le acquistano con fondi pubblici, siano state corrette e oculate. In effetti è già capitato che non pochi pastori – quelli che le hanno accettate, perché una parte sono contrari a prescindere – le abbiano ricevute, provate e poi restituite o gettate in quanto non adatte. https://www.youtube.com/watch?v=6xju7bwUAyY