Innanzitutto, l’animalismo riconosce il diritto assoluto alla vita del singolo animale, mentre l’ambientalismo come punto centrale pone la biodiversità e le dinamiche tra le specie, il che, a volte, potrebbe significare anche sacrificare la vita di alcuni esemplari per la preservazione dell’ecosistema. Per fare capire meglio, secondo le tesi degli animalisti ogni singolo esemplare è da salvaguardare in modo assoluto: un determinato esemplare fa danni in tale misura che la gente esasperata per eliminarlo uccide anche gli altri cospecifici, che invece non creano gli stessi problemi? Bene, per gli animalisti quel determinato animale deve potere continuare a comportarsi così e rimanere libero, e chissenefrega di quella gente (tanto di norma quegli animalisti mica vivono lì…).  Gli ambientalisti invece hanno un profilo scientifico che include la ricerca di un equilibrio che risolva o attenui concretamente, sul campo, i conflitti sociali tra esseri umani e ambiente, animali inclusi. Facendo un esempio, il Wwf sul proprio sito si presenta così: “Lottiamo per la natura e per ogni singola specie che la abita”. Capito? Proteggono la specie e non il singolo esemplare, e se pure una specie dev’essere gestita, va bene, purché la specie sia salva.

Un caso rappresentativo: in India nel 1926 fu finalmente ucciso dal cacciatore Jim Corbett, su incarico del governo, il famoso leopardo antropofago di Rudraprajag, che aveva iniziato a predare gli esseri umani dopo avere mangiato i corpi delle vittime di un’epidemia, assuefacendosi a tale alimentazione. Nonostante la disponibilità di molte prede animali selvatiche e domestiche, in otto anni uccise almeno 125 persone nei campi e persino dentro le abitazioni. Gli indigeni per cercare di eliminarlo uccisero oltre cinquanta leopardi che però non avevano mai attaccato l’uomo. Ergo, quando uno specifico esemplare dev’essere obbligatoriamente eliminato per salvaguardare anche la sua stessa specie, in contrasto con il pensiero animalista.

Jim Corbett e il  leopardo antropofago di Rudraprajag.

Poiché gli animalisti, almeno in grandissima parte, non hanno conoscenze scientifiche del settore e manco vivono in luoghi remoti o selvaggi, secondo molti di loro il mondo animale è ristretto ai cani e ai gatti, domestici o randagi che siano (ed effettivamente il problema del randagismo è reale e grave). Insomma, animali “pucciosi, pelosetti amore di mamma” che, poveretti, spesso passano la vita sui divani facendo una breve passeggiata solo un paio di volte al giorno e che non raramente vengono alimentati – nonostante siano carnivori – addirittura con alimenti vegani a pase di piselli, farina et similia. Nessuno darebbe al proprio coniglio nano casalingo una bistecca, ma – secondo loro – si può dare una manciata di insalata a un cane (fa tanto chic oggi…) che magari ha canini lunghi tre centimetri e se li ha un motivo ci sarà… https://www.youtube.com/watch?v=M9efKwFfeZg

Il fatto è che, grazie a queste convinzioni, ben veicolate dagli interessati, nell’ultimo quarto di secolo in Italia le attività di protezione diretta degli animali e dei loro “diritti” si sono moltiplicate, con un aumento notevole di soci delle relative associazioni e anche con l’aumento del numero delle associazioni animaliste. Risultato, chi fa protezione come il Wwf  è invece calato dai circa 300.000 soci degli anni Novanta a circa 60.000 di oggi! Sembra dunque che le preferenze del pubblico siano oggi orientate verso la protezione degli animali domestici  piuttosto che degli ambienti naturali che ospitano intere comunità di viventi.

Già, ma l’Ente nazionale protezioni animali (Enpa) è animalista o protezionista? Non si capisce. Sul suo sito dichiara: L’Ente Nazionale Protezione Animali (E.N.P.A.) è la più antica e importante associazione protezionistica d’Italia. http://www.enpa.it/it/6710/nav/l-associazione/attivita-sociale/profilo-enpa-oggi.aspx  Quindi, da quanto capiamo, è protezionistica e non animalista, e se fosse animalista forse avrebbe dovuto chiamarsi Ente Nazionale Protezione Animale. Sì, ma allora perché l’Enpa di Monza scrive: “L’Ente Nazionale per la Protezione degli Animali (ENPA) Onlus è la più antica ed una delle più grandi associazioni animaliste italiane”  https://www.enpamonza.it/  mentre invece l’Enpa di Bergamo cita “L’Ente Nazionale Protezione Animali è la più antica associazione zoofila italiana”? https://www.enpabergamo.it/ente/? Divergenze di pareri anche nell’ambito dello stesso ente? Come abbiamo scritto fin dall’inizio c’è una bella differenza tra l’essere ambientalisti/protezionisti e animalisti.

Sia chiaro, l’Enpa come finalità svolge una grandissima e meritoria opera, seppure abbia avuto i suoi guai a causa di presunte spese pazze (di alcuni componenti, non dell’Ente) – il processo è in corso – di cui giustamente trattarono varie testate giornalistiche anche nazionali con grande scandalo interno ed esterno all’Ente. https://www.ilgiornale.it/news/genova/scatole-cinesi-quei-bonifici-autorizzati-fondazione-ligure-i-900522.html  Ci aspettiamo lumi sulla questione, anche perché Carla Rocchi – tra l’altro già plurideputata per Verdi e Margherita, già plurisottosegretaria per i governi Amato e D’Alema – Presidente Nazionale Enpa in occasione del 150° dell’ente dichiarò: “Se oggi l’Italia ha il miglior complesso di leggi per la tutela degli animali al mondo è merito anche di quella intuizione e delle centinaia di migliaia di volontari che mai si sono fermati in centocinquant’anni assicurando il loro impegno quotidiano anche nel corso delle due guerre mondiali del Novecento”. Bene, proprio in virtù di tutto questo vogliamo sapere come sia andato a finire il caso.  https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/06/06/enpa-processi-e-veleni-nuovi-vertici-nel-mirinoGenova06.html

Da notare che le segnalazioni, anche gravissime e interne ed esterne, a riguardo dell’Enpa continuano ad arrivare, tanto che il programma televisivo Striscia la Notizia si è interessato più volte della cosa:

Per quanto riguarda il servizio delle guardie zoofile, sono esposte, così come altre, a rischi perchè non si sa mai con chi si ha a che fare. Per esempio nel gennaio di quest’anno in un’azienda agricola di Camporovere di Roana, in provincia di Vicenza, erano stati segnalati quattro cani legati a catena, pratica vietata dalla legge, e due guardie zoofile dell’Enpa – una donna di 50 anni e un uomo di 35 – che avevano ammonito il titolare di liberarli, sono state selvaggiamente picchiate da lui e altre tre persone, finendo all’ospedale. Addirittura gli stessi cani sono stati aizzati contro di loro. Sul posto sono successivamente intervenuti i carabinieri e sono scattate le denunce. Per contro alcune guardie zoofile dello stesso ente, ma a Terni nel 2017, avrebbero tenuto un comportamento anomalo – come segnalato alla questura di Terni dallo stesso ex coordinatore del nucleo delle guardie zoofile di Terni – con avvisi ai cittadini di accertamento e convocazione. Ma le guardie giurate, come loro, non possono farlo e non sono agenti di polizia giudiziaria.

L’Enpa è una Onlus (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale) che non riceve finanziamenti governativi. I volontari mettono a disposizione in maniera del tutto gratuita le loro risorse e il loro tempo libero. La domanda però è: visto che non è un’associazione animalista –  basta controllare il suo statuto, non si definisce mai tale http://www.enpa.it/upload/content/201622914394154.pdf –, perché in occasione di una campagna contro un noto produttore avicolo con polli da batteria in spazi ristrettissimi e pubblicità ingannevole (e condividiamo quella campagna), l’Enpa scrisse sui manifesti “Se rispetti gli Animali… non mangiarli! Alimentazione vegetariana e vegana. Un passo verso la non violenza, la civiltà e la salute”? Quindi secondo l’Enpa coloro che sono onnivori e pertanto mangiano anche carne – ossia la stragrande parte degli italiani, visto che il Rapporto Italia 2020 dell’Eurispes ha indicato che è vegetariano il 6,7% degli italiani, più il 2,2% di vegani (quindi l’8,9% della popolazione contro il 91,1% degli italiani che mangiano carne) – sarebbero, all’opposto, violenti, incivili e non sani? Anche se parte della frase è stata copiata da quella detta da un musicista vegano, tale Settimo Benedetto Sardo, come si permette l’Enpa di fare simili affermazioni? Forse nel suo sito, in cui chiede donazioni a tutti, specifica che ne vuole solo da “non carnivori”? No.

Addirittura il loro sito ha uno spazio fisso, Cronache veg, che riporta tra gli altri un post: Oggi è la Giornata Mondiale dei Vegetariani! Il 6,7% degli italiani è vegetariano, nel quale c’è scritto: “…è l’occasione per promuovere e ricordare l’importanza di un regime alimentare virtuoso e cruelty free. Escludere dalla propria dieta la carne infatti, significa non solo avere rispetto degli animali, ma anche della propria salute e dell’ambiente…”. Sfugge forse che i più grandi consumatori di carne del pianeta siano gli australiani, che annualmente ne mangiano una volta e mezza più di noi, sono più longevi di noi e certo il loro ambiente non è depauperato dall’uomo. Certo, il troppo stroppia, ma pure il niente come invece vorrebbero vegetariani e vegani.

Si è persino divulgato che il fondatore dell’Enpa, Giuseppe Garibaldi detto giustamente l’Eroe dei Due Mondi, fosse animalista e vegetariano, ma non è affatto così: vero che amasse gli animali, tuttavia mangiava carne e andava a caccia, nutrendosi anzi abbondantemente di selvaggina. Nelle sue memorie Garibaldi scrisse a proposito della sua permanenza da esule a Tangeri, ospite del console sardo Giovan Battista Carpanetti, nel gennaio del 1850: Io passai vita tranquilla e felice, quanto lo può esser quella d’un esule italiano. Almeno due volte la settimana si andava a caccia e si cacciava abbondantemente. Non solo: In aspettativa d’impiego vivo da cacciatore – scrisse in quel periodo, tra l’altro, a suo cugino Augusto – nell’ultima mia caccia ammazzai un cinghiale e sono divenuto il terrore dei conigli.

Aveva un cane da caccia, amatissimo, Castore, che però non potè portare con sè da Tangeri a New York e allora lo lasciò lì, chiedendo a un amico inglese di averne cura. L’affranto Castore pianse per diversi giorni, non volle più mangiare e bere e morì di crepacuore. Nelle sue memorie Garibaldi scrisse a proposito di Castore: Ebbene io amo e ricordo il mio cane, commosso. Garibaldi nella vita ebbe altri cani da caccia: Aspromonte, Foin, Tho e Bixio.

Garibaldi con uno dei suoi cani.

La dieta vegetariana consiste nell’escludere gli alimenti animali, ovvero sia carne che pesce, anche se esistono differenti approcci alla dieta. Ad esempio, la dieta latto-ovo vegetariana ammette anche il latte, miele, formaggi e uova, mentre la dieta latto-vegetariana ammette il consumo del latte, ma esclude le uova. Esistono poi le diete vegane che invece escludono qualsiasi cibo di originale animale – niente carne, pesce, uova, latte, formaggi ecc. – e in alcuni casi potrebbe avere la necessità di vitamine e ferro sotto forma di integratori.

Bene, Giuseppe Garibaldi non era neppure vegetariano né vegano, tanto che, come documentò il giornalista Achille Cagnoni il quale visitò l’isola nel 1865, a Caprera allevò centinaia di vacche,  buoi, pecore, capre, polli, cavalli, asini, oltre a cani e gatti. Vero che Garibaldi preferiva il cibo semplice e soprattutto pane, pecorino e fave (e il caffè!), ma sappiamo con certezza che gustava parecchio lo stoccafisso, baccalà, altro pesce persino crudo, uova e il brodo di carne. Anzi, dopo essere rimasto ferito sull’Aspromonte bevve spesso del brodo di capra che lo ristorò. Del resto lo stesso fido Stefano Canzio, a Caprera, raccontò che mangiava spesso solo brodo e carne di capra. La figlia Teresita curava un ben fornito pollaio, e anche da lì provenivano uova e carne. E spesso Teresita, bravissima amazzone, andava a caccia in Gallura tornando con qualche cervo o cinghiale. Lo stesso Garibaldi cucinava la carne alla sudamericana, mettendone un blocco crudo sui carboni ardenti, mangiandone le fette e rimettendola ad arrostire.

Quando l’amico, patriota e militare Candido Augusto Vecchi, che tante battaglie aveva combattuto insieme a Garibaldi, nel 1861 si trasferì a Caprera suo ospite per alcuni anni, fu ricevuto con un pranzo a base di maccheroni, pesce, pernici e cinghiale arrosto, frutti secchi di Calabria e vino di Capri. Vero è che col passare degli anni Garibaldi limitò (ma non cessò) il consumo di carne, ma era ormai vecchio ed è comprensibile. Tuttavia, quando il 26 gennaio 1880 sposò la piemontese Francesca Armosino, sua compagna da 14 anni e dalla quale ebbe tre figli, Garibaldi (che aveva 73 anni) a pranzo ebbe l’abbacchio al forno. Ma lo sposo, rincantucciato nella sua carrozzella dalla quale ormai non scendeva più, non si sentiva bene e mangiò solamente un piatto di lenticchie. Morì il 2 giugno 1882, all’età di quasi 75 anni.

Pertanto, basta con queste false storielle propagandistiche su Garibaldi, che tanto l’essere animalista e vegetariano non avrebbe potuto dargli più fama e onore, come uomo e come eroe. Non è l’amore verso gli animali che contraddistingue come buone le persone: il primo stato al mondo a vietare la vivisezione fu la Germania e la scelta fu annunciata così alla radio: Un divieto assoluto e permanente alla vivisezione non è solo una legge necessaria per proteggere gli animali e per mostrare simpatia per il loro dolore, ma è anche una legge per l’umanità stessa. Ho quindi annunciato il divieto immediato della vivisezione, e il praticarla è un reato. Fino a quando la punizione non sarà pronunciata, il colpevole sarà alloggiato in un campo di concentramento. Sapete chi pronunciò quel discorso e chi fu a proporre e spingere la legge? Hermann Göring, appassionato cacciatore, creatore della Gestapo e personalità politica nazista seconda solo al Fuhrer. E nella protezione degli animali era spalleggiato pure da Heinrich Himmler, capo delle SS e responsabile dello sterminio nei lager di ebrei e altri. Non precisamente persone buone.

E sapete, a proposito della passione per la caccia di Göring, chi diceva quanto segue? Come può mai un uomo entusiasmarsi per una cosa simile?! Uccidere animali quando é necessario è roba da macellai. Ma spenderci, per giunta, un sacco di quattrini! Potrei magari capire la caccia se implicasse ancora un pericolo, come ai tempi in cui si affrontavano gli animali selvaggi con la lancia. Ma oggi, che un qualsiasi pancione può sparare su un animale a distanza di sicurezza…Bene, lo diceva Adolf Hitler, che era persino peggio di  Göring, era vegetariano e patito dei cani e degli animali, tanto che nel 1933 dichiarò: Nel nuovo Reich non può esserci più posto per la crudeltà verso gli animali. Insomma, il vecchio detto “l’abito non fa il monaco” è sempre valido e senza tempo.

Garibaldi, tra i tanti cani avuti, non dimenticò mai Guerrillo. Nel 1846, durante la Guerra civile uruguayana, adottò e curò questo cane delle truppe nemiche argentine, ferito da una fucilata a una zampa (che si dovette amputare) durante la battaglia di San Antonio. Garibaldi lo chiamò Guerrillo e il cane, nonostante l’amputazione, fu al suo fianco durante le battaglie anche in Italia. Guerrillo lo si cita anche in questa cronaca, sempre di Candido Augusto Vecchi: Tra gli eventi accaduti nel paese di Arquata del Tronto vanno ricordati l’arrivo e il pernottamento di Giuseppe Garibaldi, nell’anno 1849, che qui si fermò quando partì alla volta di Roma. Garibaldi era già accompagnato da Nino Bixio, quale ufficiale d’ordinanza, Gaetano Sacchi, Marocchetti, Andrea d’Aguyar, servitore, e Guerrillo il suo piccolo cane, azzoppato da una ferita, che aveva l’abitudine di seguire il suo padrone camminando tra le zampe del suo cavallo. Guerrillo morì probabilmente nel 1849, durante l’assedio di Roma.

Garibaldi e l’adorata moglie Anita amavano gli animali. Difatti Giuseppe Garibaldi fu il fondatore di quello che poi divenne l’Ente Nazionale Protezione Animali (Enpa) ed era solito affermare: Proteggere gli animali contro la crudeltà degli uomini, dar loro da mangiare se hanno fame, da bere se hanno sete, correre in loro aiuto se estenuati da fatica o malattia, questa è la più bella virtù del forte verso il debole. Anita Garibaldi, incinta di sei mesi,  morì il 4 agosto 1849 mentre con il marito fuggiva attraverso zone paludose delle valli di Comacchio. Non morì strangolata dal marito, come vergognose e false notizie vengono diffuse in ambiti meridionalisti (smentite dagli stessi chirurghi borbonici che fecero l’autopsia alla salma), ma di malaria. Allora non si sapeva che il vettore di questa malattia, che faceva strage, fossero le zanzare anofele, sennò forse Garibaldi non si sarebbe espresso così a favore di tutti gli animali. (Segue nella seconda parte)

Anita, morente, viene trasportata a braccia nelle paludi, quadro di Pietro Bouvier (1839-1927), Museo del Risorgimento, Milano