(Segue dalla prima) L’Enpa, in occasione dei suoi 150 anni di vita, sul suo sito pubblicò Una contessa, un generale e un medico: così nasce la Società torinese, spiegando che “nel 1871 Garibaldi era stato sollecitato esplicitamente da una nobildonna inglese, lady Anna Winter, contessa di Southerland, membro della RSPCA (N.d.R. Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals) e studiosa italianista a costituire una Società di protezione degli animali in Italia”. Ora, va bene che Garibaldi veramente in una lettera citò la donna come Anna Winter, ma solo lui sapeva perché. Ricordiamo a tutti che Giuseppe Garibaldi conosceva personalmente la donna da ben prima, visto che nel 1864 era stato ospite suo e del marito, proprio a casa loro alla Stafford House di Londra, durante una trionfale visita in Inghilterra, accolto addirittura con quindici colpi di cannone a salve. Anzi, in seguito marito e moglie lo accompagnarono  nel suo ritorno in Italia portandolo a Caprera sul loro yacht personale.

Giuseppe Garibaldi a Roma nel 1849, quadro di E. Hauser (Museo centrale del Risorgimento, Roma)

Ricordiamo anche che Giuseppe Garibaldi era un eroe internazionale, bello e ardimentoso, un noto sciupafemmine – il quale non andava troppo per il sottile, purché fossero donne… – e che riceveva da tutto il mondo centinaia di lettere al mese da sconosciiute spasimanti invaghite che addirittura gli chiedevano una ciocca di capelli, tanto che ad un certo punto lui fece sapere che se avesse mandato pochi capelli a ognuna sarebbe rimasto calvo. E sarebbe rimasto pure senza soldi se avesse comprato un francobollo per rispondere a ognuna, tanto che chiese che ogni spasimante mettesse nella busta un francobollo. Quindi, perché chiamasse Winter la donna ognuno può fare le ipotesi che vuole. Però l’Enpa, in occasione di un genetliaco importante come il 150°, magari un controllo avrebbe dovuto farlo – anche in considerazione che l’Enpa nacque grazie all’input di costei –, visto che non esisteva nessun conte di Southerland, ma di Sutherland. Anzi, neanche, perché si trattava di un duca e non di un conte, esattamente George Leveson-Gower, III duca di Sutherland. E la moglie (la citata Anna Winter) in realtà era lady Anne Hay-Mackenzie, duchessa di Sutherland. Insomma, un po’ di svarioni.

Lady Anne Hay-Mackenzie, duchessa di Sutherland.

Anne Hay-Mackenzie era preoccupata soprattutto per il maltrattamento dei cavalli, asini e altri animali da soma e traino (inclusi allora anche i cani), sovente trattati in modo terribile. Basti considerare che appena 44 anni dopo, nella Grande Guerra, vi morirono soprattutto di stenti oltre 10 milioni di cavalli, anche se le vittime umane furono enormemente di più.

Garibaldi era affezionatissimo alla sua cavalla ricevuta in dono in Sicilia l’11 maggio 1860, quando il marchese Sebastiano Giacalone Angileri raggiunse Garibaldi sulla spiaggia nei dintorni di Marsala tenendo per le briglie una giumenta grigio chiarissimo, di 14 anni: Generale, questo è un dono per voi, disse porgendogli le briglie. E così, in sella alla cavalla che fu ribattezzata Marsala in onore della località in cui era avvenuto l’incontro, Garibaldi affrontò l’intera campagna militare nel Regno delle Due Sicilie. Quando Garibaldi ripartì per la sua isola di Caprera (ne aveva acquistata buona parte), a nord-est della Sardegna, aveva con sè Marsala e un altro cavallo, uno stallone sottratto ai soldati napoletani e che lui aveva ribattezzato Borbone. Arrivata a 30 anni di età, ormai vecchia, la giumenta si ammalò e Garibaldi non sapeva darsi pace. Sperando le desse forza, lui che beveva poco vino, le fece bere persino del vino Marsala.

Clelia, una delle figlie, scrisse: Egli non poteva rassegnarsi e fece di tutto per salvarla, ma purtroppo inutilmente. Quando temette che non ci fosse ormai più rimedio, volle fare un ultimo, disperato tentativo per cercare di ridarle un po’ di forza. Era d’estate. Fece prendere un grosso cocomero e lo spaccò. Nel mezzo fece un incavo che riempì di marsala e andammo insieme a farlo trangugiare alla moribonda. Pensava che, essendo vino del suo paese, la povera bestia ne potesse trarre giovamento. La cavalla bevve e parve un po’ sollevata. Ma solo per alcune ore. Purtroppo era giunta alla fine. Dopo un lungo nitrito, quasi a voler dire addio al suo amato padrone, morì. Marsala è tuttora sepolta a pochi metri dalla tomba dell’eroe dei due mondi a Caprera, con l’epigrafe: “Qui giace la Marsala che portò Garibaldi in Palermo, nel 1860”.

Garibaldi in groppa a Marsala.

Insomma, l’esortazione di Anne Hay-Mackenzie a Garibaldi non poteva cadere nel vuoto, e in effetti il generale il 1° aprile 1871 così scrisse al medico frenologo Timoteo Riboli: Mio caro Riboli, vi invio una lettera della signora Winter. Vi prego di istituire tale Società annoverando la signora come presidente ed io come socio. Vostro G. Garibaldi. Caprera, 1° aprile 1871. Così fu, e arrivarono subito le prime adesioni.

Era nata la Società Protettrice degli Animali contro i mali trattamenti, in seguito rinominata Società Torinese Protettrice degli Animali e che ebbe il supporto della Gazzetta Piemontese, della Gazzetta di Torino e del conte di Cavour, con una divulgazione che includeva un calendario distribuito gratuitamente a tutti i conduttori di veicoli, con notizie utili alla cura degli animali e sugli scopi della Società. Finalità era la sensibilizzazione, ma anche la repressione portando seco un distintivo per farsi conoscere e rispettare dai conduttori genti municipali e dalla forza pubblica, onde aver diritto di ammonire i trasgressori e mano forte contro di essi a denunziare alle rispettive autorità i trasgressori punibili con: a) Multe; b) Sequestri dei veicoli c) Arresto personale. La Società fu costituita in Ente morale con Regio Decreto del 28 settembre 1889. Nel 1938 divenne l’Ente Nazionale Fascista per la Protezione degli Animali, pubblico, sotto la vigilanza del ministero dell’Interno, autorizzato a fregiarsi del fascio littorio e a dotarsi di guardie zoofile.

Venne successivamente costituito come ente morale. Il 19 maggio del 1954 ottenne il riconoscimento della personalità giuridica di diritto pubblico, operando in stretta collaborazione con il ministero dell’Interno. Bisognerà però aspettare il 1913 perché venisse presentata nel Paese una legge sulla tutela degli animali da parte dell’allora senatore Luigi Luzzatti, già presidente del Consiglio dei Ministri. Nel 1979, quando si decise di chiudere gli enti pubblici considerati inutili, ci finì anche l’Enpa ma l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini decise di trasformare l’Enpa in ente morale di diritto privato, permettendogli di continuare l’attività.

Attività appunto protezionistica (su cui grandissima parte degli italiani è d’accordo) e non animalista (su cui è d’accordo solo una piccola parte). Crediamo sia meglio chiarire, anche perché in caso di chiusura – non sia mai! – dell’Enpa, che ha un bilancio annuale di decine di milioni di euro, lo statuto all’art. 3 – Scopo solidaristico al punto 2 prevede: “In caso di scioglimento per qualunque causa, esaurita la fase di liquidazione, l’Ente ha l’obbligo di devolvere il proprio patrimonio ad altre Organizzazioni Non Lucrative di Utilità Sociale aventi finalità analoghe o fini di pubblica utilità, sentito l’organo di controllo di cui all’art. 3, comma 190, della legge 26 dicembre 1996 n. 662, salvo diversa destinazione imposta per legge”. Chiediamo questo per curiosità, visto che non sono poche le Onlus animaliste aventi finalità analoghe.

Chiudiamo qui con una semplice considerazione: visto che Giuseppe Garibaldi non era affatto animalista, contro la caccia, vegano o vegetariano, e neppure ci risulta lo fosse lady Anne Hay-Mackenzie, quando, come e chi ha deciso che l’Enpa doveva discostarsi da quanto previsto fin dagli albori dalla Società Protettrice degli Animali contro i mali trattamenti, addirittura stravolgendolo? Lo riportiamo affinché sia chiaro: proprio perché le bestie sono destinate a recar servigi, questi (N.d.R. l’uomo) non deve infliggere loro tormenti inutili, i quali riuscirebbero ad una diminuzione di questi servigi. La Società non puniva neppure gli esperimenti sugli animali né la macellazione a fini alimentari. Si raccomandava, giustamente, solo di limitarne le sofferenze, anche nell’interesse medesimo di chi deve cibarsene, perché le carni riuscirebbero dannose alla salute. Quindi, protezione degli animali (dalle sofferenze) sì, ma animalismo, vegetarianismo e veganismo no!

E conseguentemente, i beni mobili e immobili raccolti in 150 anni da quella finalità originaria, sono stati devoluti ad altri, o rimangono in possesso di un Enpa che però ha cambiato totalmente le finalità?