L’orso M49 si era svegliato dal letargo forse a febbraio di quest’anno e ovviamente aveva cominciato a cibarsi. Legittimamente nelle sue intenzioni, il problema però è che da subito aveva ricominciato le sue razzie spostandosi per decine di chilometri tra Trentino e Veneto, facendo notevoli danni alle attività umane penetrando in malghe e rifugi sfondando persino porte in ferro, evidente dimostrazione di quel che può fare un orso di 167 kg nel pieno delle forze. Ricordiamo che quest’orso era stato dichiarato problematico e pericoloso anche a livello scientifico e che nel 2019 ne era stato decretato l’abbattimento nel caso non fosse possibile la cattura, che invece è avvenuta intorno alle 21,30 del 28 aprile scorso grazie a una trappola a tubo posta sui monti sopra Tione, nelle Giudicarie. Incredibilmente questo esemplare è entrato nello stesso tipo di trappola con cui era stato catturato in precedenza, mentre avrebbe dovuto da allora diffidarne. Il Servizio foreste di Trento ne neguiva gli spostamenti sulla base delle segnalazioni, notando che stava procedendo verso l’originaria zona, prima sul lago di Garda e da un paio di giorni sul Brenta.

M49 fotografato il 28 aprile nella trappola a tubo (foto Ufficio Stampa della Provincia autonoma di Trento)

Come scritto, M49 era stato avvistato per la prima volta del 2020 poco prima di mezzanotte tra lunedì 2 e martedì 3 marzo durante una fitta nevicata a Molina di Fiemme. La segnalazione dei residenti aveva fatto scattare immediatamente l’intervento della squadra d’emergenza del Corpo Forestale Trentino con i cani anti-orso, che colsero il plantigrado durante l’attacco a un asino, salvato appena in tempo. L’asino era stato preso in cura dai veterinari, mentre la squadra dei forestali seguiva l’allontanamento di M49, grazie all’utilizzo dei cani, fino ai boschi situati a monte delle frazioni di Carano e Daiano, comune di Ville di Fiemme. Purtroppo quest’orso non aveva il radiocollare, toltogli nel 2019 una volta rinchiuso nell’area faunistica dedicata del Casteller a Trento Sud, dalla quale era fuggito in un batter d’occhio nonostante l’alta recinzione fosse elettrificata con ben 7.000 volt.

Prima di attaccare l’asino, M49 aveva tentato di entrare in malghe del Vanoi e della Val Calamento, ovvero a diverse decine di chilometri da Fiemme, forzando porte e finestre e provocando danni all’interno. Il problema è che questo orso si lascia intimidire poco o nulla dalle normali procedure per fare allontanare gli orsi dai centri abitati e questo lo rende pericoloso, così come stabilito dal PACOBACE (Piano d’Azione interregionale per la conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi Centro-Orientali), ossia il documento di riferimento per la gestione dell’orso bruno (Ursus arctos) per le regioni e le provincie autonome delle Alpi Centro-Orientali. Il piano, redatto da un tavolo tecnico interregionale costituito da Provincia autonoma di Trento, Provincia autonoma di Bolzano, Regione Friuli Venezia Giulia, Regione Lombardia, Regione Veneto, ministero dell’Ambiente e ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), venne formalmente adottato dalle amministrazioni territoriali coinvolte e approvato dal ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare con decreto direttoriale n°1810 del 5 novembre 2008, aggiornato nel 2015. https://www.minambiente.it/pagina/piano-dazione-interregionale-la-conservazione-dellorso-bruno-sulle-alpi-centro-orientali

Il PACOBACE prevede diciotto gradi di problematicità per l’orso, con i relativi interventi, come si vede nel grafico e che illustriamo: a) intensificazione del monitoraggio, nel caso di orso radiocollarato; b) informazione ai proprietari e/o custodi del bestiame domestico, ai proprietari e/o frequentatori abituali di baite isolate, ai possibili frequentatori dell’area (turisti, cercatori di funghi, ecc.); c) stabulazione notturna degli ovini, caprini, equini e bovini in stalla e altre misure di protezione; d) celere rimozione degli animali morti in alpeggio; e) gestione oculata dei rifiuti organici, con eventuale adeguamento dei contenitori e discariche; f) messa in opera di strutture idonee a prevenire i danni provocati dal plantigrado, ossia recinzioni elettriche; g) attivazione di un presidio permanente in zona della squadra d’emergenza orso; h) condizionamento allo scopo di ripristinare la diffidenza nei confronti dell’uomo e delle sue attività: s’intende l’intervento diretto sull’animale con il quale si provvede a condizionarlo, o almeno ci si tenta; i) cattura con rilascio allo scopo di spostamento e/o radiomarcaggio; j) cattura per captivazione permanente, ossia detenzione; k) abbattimento.

Purtroppo M49 non solo ha raggiunto il 13° grado di problematicità, ma è arrivato finora al 17°. Fin dal 13° livello il PACOBACE prevede anche la possibilità dell’abbattimento. Conseguentemente nel luglio 2019 fu emessa l’ordinanza del presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, con la quale si disponeva la cattura dell’orso definito “problematico”. Il tentativo merita di essere spiegato. M49 nel 2018 era già famoso poiché, nonostante allora avesse solo tre anni, con certezza (era stato catturato e radiocollarato nell’agosto del 2018) aveva causato la maggioranza dei danni da orso a bovini ed equini e fatto almeno due tentativi di intrusione nelle malghe. Nel 2019 è stato il responsabile del 30% di tali attacchi. Pertanto la Provincia di Trento chiese l’autorizzazione del ministro dell’Ambiente per la cattura e detenzione permanente di M49.

I gradi di problematicità previsti dal PACOBACE.

Richiesta si suppone mal gradita, poiché c’erano già stati casi spiacevoli, come quello di Daniza, l’orsa di 19 anni e di soli 90 kg con cuccioli al seguito che il 15 agosto 2014 aggredì un cercatore di funghi sulle montagne di Pinzolo (orsa poi morta durante un tentativo di cattura a settembre, a causa del narcotico iniettatole). La morte dell’animale portò a un’inchiesta giudiziaria, che si concluse con l’accettazione della richiesta di oblazione da parte del veterinario responsabile dell’uso dell’anestetico utilizzato per catturare l’animale.

Un’orsa con due giovani (foto Aurelio Pase)

Analoga la vicenda dell’orsa KJ2, il cui abbattimento anche qui suscitò un incredibile scontro, con  animalisti estremisti che addirittura augurarono la morte alle persone aggredite dall’animale e già che c’erano pure alla specie umana, come se loro non vi appartenessero. L’orsa KJ2, pesante quasi 140 kg, era già stata minacciosa verso l’uomo, e anzi ne aveva feriti gravemente due in altrettanti attacchi. Dopo le aggressioni era stata catturata agli inizi di agosto, ma era morta per un incidente, come riferì la Provincia. Sia Daniza sia KJ2 erano esemplari definiti pericolosi e problematici – così come l’attuale M49 – secondo il già citato PACOBACE. Da catturare se possibile, ma da abbattere se non ci si riusciva, come stabilisce la legge in virtù del fatto che l’incolumità pubblica è sempre prevalente, anche se la specie animale è protetta.

Torniamo ora a M49 e alla sua precedente cattura. Dal 22 marzo a giugno 2019 si rese responsabile di altri sedici tentativi di intrusione in malghe, caseifici di quota e abitazioni stagionali, tre dei quali riusciti, e questo nonostante il costante presidio messo in campo nella zona dell’alto Chiese e bassa Rendena dal personale forestale, intensificato nel mese di giugno con un servizio di pattuglie h24. La loro dissuasione ottenne successo solo in dieci casi su ventitre, ma senza riuscire a determinare alcun cambiamento nel comportamento dell’animale.

In questo periodo furono inviati al ministero e a ISPRA continui aggiornamenti sulla situazione, con richiesta di definitivo pronunciamento. Finalmente arrivò la risposta ufficiale, che per M49 era possibile la cattura o l’abbattimento. Lo stesso parere fu comunicato dalla prefettura. Intanto l’orso continuava con le predazioni e così la Provincia il 9 luglio 2019 emise l’ordinanza non di abbattimento, ma di cattura. I tentativi di opposizione da parte di associazioni ambientaliste furono rigettati dal tribunale competente. Furono posizionate diverse trappole a tubo – grandi contenitori che si chiudono a scatto quando l’animale vi entra – dotate di un sistema che avvisa gli operatori, nonché di telecamere che consentono di vedere le immagini da remoto. Intorno alle 22 del 14 luglio M49 fu catturato nei pressi di Malga Rosa, comune di Villa Rendena, con il fine di portarlo nel recinto di Casteller, e monitorato da una squadra di forestali e di veterinari i quali decisero che era inutile narcotizzarlo (infatti potenzialmente è cosa pericolosa per l’animale), tanto dalla trappola non poteva certamente uscire. Il tutto in osservanza del “Protocollo catture” redatto in base alle disposizioni contenute nel PACOBACE.

La trappola con l’orso fu caricata su un pickup utilizzato per il trasporto e M49, dopo una certa agitazione iniziale, sembrava tranquillo. La squadra, dopo alcune soste per verificare lo stato dell’orso, arrivò alle ore 2,30 al recinto di Casteller, circa 8.000 metri quadrati sito sulla collina di Trento. Fu disattivata l’elettricità del recinto (appositamente realizzato e testato per contenere orsi, tanto che in uno dei diversi e separati settori in quel momento ne era presente uno, la femmina DJ3), scaricata la gabbia e aperta alle 3,20 con un comando a distanza dopo che l’elettricità era stata riattivata. M49 ne uscì un po’ frastornato e si rifugiò in un punto fitto del settore 1. https://www.youtube.com/watch?v=T1t2tltqfd0&feature=youtu.be

Dopo un po’ tuttavia si udirono rumori sospetti e si scoprì che si trattava di M49 che stava scavando sotto una prima recinzione elettrificata. Ma la base era in cemento e allora l’orso, pur avendo sentito subito la tensione elettrica dei fili, decise semplicemente di usare la sua forza e resistenza. Risultato, recinzione danneggiata e subito superata. Idem per quella successiva. Arrivò all’ultima recinzione, alta ben 4,5 metri e percorsa anch’essa dalla corrente elettrica. Bisogna dire che la recinzione aveva e ha un muretto e sopra un’alta recinzione metallica elettrosaldata a quadri sormontata da sette fili in acciaio, anch’essi elettrificati. A parere dei costruttori nessun orso avrebbe mai potuto resistere a ben 7.000 volt. https://www.youtube.com/watch?v=vcun0JsNbI0

Però a M49, anche sapendolo, con ogni probabilità del parere degli esperti non sarebbe importato proprio nulla e così lo fece, e pure in scioltezza, atterrando all’esterno tra il fuggi fuggi dei forestali e dei relativi cani che presidiavano l’esterno per ogni eventualità. Eventualità prontamente verificatasi, con l’aggravante che il collare GPS di cui era stato dotato l’orso gli era appena stato tolto in quanto ormai scarico. Pertanto l’orso sparì nella notte nel bosco come una saetta, visto che un orso in corsa copre 13 metri al secondo, circa 50 km/h, ossia più veloce del pluricampione mondiale Usain Bolt definito il miglior velocista di tutti i tempi. Bene, anche Bolt rimarrebbe indietro.

Il recinto di Casteller.

Come riuscì M49 a superare questa recinzione? Grazie a una ditta specializzata che fornì il materiale per realizzare la struttura del Casteller e che ha collaborato con vari zoo italiani per la costruzione di recinti elettrici possiamo capirne di più: “La corrente nelle barriere ha un alto voltaggio, 7.000 volt, con scariche della durata di 100-300 milionesimi di secondo ogni 1,2 secondi. Queste scariche al contatto provocano dolore, ma sono limitate secondo le norme di legge e pertanto non provocano lesioni né scottature. La tensione è monitorata da un sofisticato sistema di allarme e da una serie di sensori che verificano continuamente la funzionalità della recinzione. Probabilmente l’orso sotto stress e determinato a fuggire ha semplicemente deciso di ignorare le scariche, incurante del dolore. Magari non ha neppure collegato le scariche elettriche ai fili e alla recinzione stessa e quindi ha agito d’istinto”. Per via della sua determinazione nelle fughe, M49 fu soprannominato “Papillon”, come il detenuto magistralmente interpretato da Steve McQueen nell’omonimo film del 1973. https://www.youtube.com/watch?v=vcun0JsNbI0

Nella mattinata del 16, alle 9,29, M49 fu immortalato da una fototrappola in zona Marzola, a Susà di Pergine, e la sera alle 22,54 da una fototrappola sul versante est della Marzola, a Bosentino. Poi sparì, passando beatamente l’inverno in letargo. E svegliandosi quest’anno in ottima salute e con un gagliardo appetito. Ma con sulla testa una condanna, che dopo la sua fuga e il relativo smacco era divenuta, il 22 luglio 2019, una sentenza di cattura se possibile, ma di morte se troppo rischiosa per l’incolumità di terzi. Anche in virtù del fatto che gli orsi del Trentino discendono da quelli della Slovenia, meno mansueti di quelli marsicani dell’Abruzzo.

Purtroppo, M49 aveva il destino segnato. La natura l’ha fatto così, e l’orso è una forza della natura, e forse M49 lo è ancor più di altri orsi. Ora è stato catturato e – se non riuscirà a fuggire ancora –   finirà la sua vita nel recinto di Casteller, appositamente rinforzato con pannelli in plexiglas sui quali l’orso non può (si spera…) arrampicarsi. E non è detto che un simile animale, se potesse, preferirebbe morire da prigioniero in poche migliaia di metri quadrati oppure finire ucciso nei suoi boschi, da libero. Tuttavia neppure poteva continuare con la sua attività potenzialmente pericolosa per gli esseri umani, visto che penetra pure nelle malghe. Bisogna inoltre considerare, però molti non lo fanno, che un orso problematico può indurre – anzi induce – per rivalsa alcune persone ad atti di bracconaggio che vanno a colpire tutta la popolazione animale di quella zona, inclusi gli esemplari (quasi tutti gli altri) di orso che si sono rivelati elusivi e innocui persino per il bestiame. Sarebbe ingenuo pensare che tutte le persone della zona non reagiscano, pur illegalmente, a una situazione di potenziale rischio quotidiano. Inoltre non sarebbe rispettoso verso la popolazione locale – nonché per i loro diritti che sono sacrosanti quanto quelli dei cittadini – lasciarli in una situazione a rischio di spiacevoli incontri che potrebbero avvenire in qualsiasi momento anche in prossimità di luoghi abitati.

La trappola a tubo contenente M49 arriva al Casteller, 28 aprile 2020.
(foto Ufficio Stampa della Provincia autonoma di Trento)

Nel 2013 era stato abbattuto con una fucilata da un bracconiere l’orso M2 in Val di Rabbi e che si ipotizza ucciso a causa delle predazioni di bestiame. Ma dopo l’attacco di Daniza del 2014 furono trovati, il 28 marzo 2015 nei boschi di Campodenno/Lover in Val di Non, i resti di M6, maschio di 8 anni morto per avvelenamento. Nel 2016 gli orsi avvelenati, almeno quelli rinvenuti, furono il doppio e cioè il maschio di quasi 5 anni M21 e la femmina F5 di quasi 8. Entrambi furono trovati nei pressi di Lover (TN). Purtroppo l’attività di M49 creava problemi a tutti gli orsi trentini, e doveva cessare. Fortunatamente la Provincia di Trento è riuscita a evitarne l’abbattimento. https://www.k9uominiecani.com/n7-settembre-ottobre-2017/kj2-e-gli-orsi-problematici/

All’inizio degli anni ’90 la situazione dell’orso nelle Alpi era disastrosa, visto che solo nel Trentino occidentale ne rimanevano pochissimi esemplari e vecchi: nel 1998 ne furono censiti appena tre per mezzo delle analisi genetiche. Tale rischio indusse il Parco naturale Adamello Brenta, la Provincia autonoma di Trento e l’Istituto nazionale per la fauna selvatica (oggi ISPRA), con il supporto di diversi enti, ad avviare nel 1996 il Progetto LIFE Ursus – Tutela della popolazione di orso bruno del Brenta (1996-2000). Il meritorio progetto, coronato da successo, costò 1.020.408.700 lire (in euro, 526.997,11), di cui 612.245.220 lire (in euro, 316.198,27) finanziati dall’Unione Europea. Un successivo Progetto LIFE Ursus II (2001-2004) continuò quanto fatto, al costo di 1.032.914 euro (pari a poco più di 2 miliardi di lire), di cui 506.127.86 euro (quasi un miliardo di lire) finanziato dall’Unione Europea. Questa seconda fase comportò un costo del personale doppio rispetto alla precedente fase – prima 186.406 euro, poi 374.948 euro, a cui si aggiunsero tra l’altro ben 193.155 euro in borse di studio per ricerca e divulgazione. https://www.pnab.it/wp-content/uploads/2018/02/parco_documenti18_orso.pdf  Tali cifre non collimano però con quanto riferito dal M5S Trentino con un comunicato stampa del 25 agosto 2014 che dice: “Il Parco Adamello Brenta ha preso parte al Progetto Life Ursus ottenendo dall’UE finanziamenti tra il 1996 e il 2000 per un totale di oltre 3 milioni e 600 mila euro”. https://www.trentino5stelle.it/i-comunicati-stampa-m5s-sul-progetto-life-ursus/

Tra il 1999 e il 2002 vennero rilasciati dieci orsi (tre maschi e sette femmine, tra cui la citata prima Daniza) provenienti dalla Slovenia, di età compresa tra i 3 e i 6 anni. Nel 2002 si ebbe la prima riproduzione accertata dall’inizio del progetto, seguita da molte altre. Poi sempre in favore dell’orso (anche in Abruzzo) fu la volta del progetto Brown Bear Coop (2004-2005) costato 100.000 euro (interamente provenienti da LIFE), del progetto LIFE Arctos – Conservazione dell’orso bruno: Azioni coordinate per l’areale alpino e appenninico (2010-2014) costato 3.984.820 euro (di cui 2.694.934 euro finanziati dalla UE) e infine di LIFE Dinalp Bear (2014-2019) costato 5.987.478 euro (di cui 4.149.202 finanziati dalla UE). Uno sforzo adeguato a un intervento complesso. https://ec.europa.eu/environment/life/project/Projects/index.cfmfuseaction=search.dspPage&n_proj_id=4958#BENEF
Insomma, la progressione esponenziale delle somme incassate e spese fanno ben sperare nel futuro dell’orso bruno in Italia e Slovenia.  http://www.lav.it/uploads/home/15409ad9ccf624.pdf
Gli orsi, nelle intenzioni del progetto LIFE Ursus, dal luogo di liberazione – non di reintroduzione come si dice, perché lì in effetti non sono mai scomparsi e più volte sono giunti lì dalla ex Jugoslavia con le loro zampe – avrebbero dovuto irradiarsi nel resto della zona alpina, cosa che finora hanno fatto in pochissimi casi. Almeno, a quanto ne sappiamo, perché data la loro natura non li vediamo tutti, non sappiamo quanti siano realmente e quali siano già in altre zone. Del resto anche in altri stati le femmine sono relativamente stanziali, fino a una certa densità.

In Italia settentrionale, considerando anche gli spostamenti più lunghi effettuati dai giovani maschi, in base ai dati acquisiti la popolazione di orso delle Alpi centrali si è distribuita su un’area teorica di quasi 21.000 km² (ma vaste aree di questi non sono idonee o non realmente utilizzate, considerando che ci sono anche frazioni, paesi, strade e quant’altro), e all’interno di questa il territorio stabilmente occupato dalle femmine è di soli 1.200 km² circa e situato interamente all’interno del territorio provinciale (Trentino occidentale). La densità nell’area occupata dalle femmine è pari a 3,2 orsi/100 km² (35 esemplari circa, esclusi i cuccioli dell’anno). Per capire meglio quest’ultimo dato, significa oltre tre orsi adulti in uno spazio di 10 km x 10. Che, ben inteso, quanto a densità di orsi è nulla se confrontato con la Slovenia, che con una superficie di 20.273 km² (il 60% coperto di boschi) è non molto più grande del solo Trentino Alto Adige, di 13.605 km². Solo che in Slovenia – principalmente nella parte meridionale, ossia nelle regioni Notranjska e Kočevsko – vi sono circa 750 orsi (e almeno 70 lupi, in aumento), nonostante ne siano stati abbattuti legalmente 93 esemplari nel 2018 e per il 2019 ne sia stato deciso l’abbattimento di circa 200 (e 11 lupi).

Fonte Servizio forestale sloveno, 2019

Il fatto è che in Slovenia la caccia rappresenta un notevole flusso economico, e il turismo venatorio è importante: ogni anno i cacciatori abbattono – solo per citare alcune specie – circa 35.000 caprioli, 8.000 cervi, 10.000 cinghiali e un buon numero di orsi. Il permesso di caccia per un orso di piccola taglia si aggira attorno ai 1.000 euro, mentre per un grande esemplare si arriva a diverse migliaia di euro.  Nonostante questo la Slovenia ha la più alta densità di popolazione di orsi in Europa, il che significa che umani e orsi condividono lo stesso spazio e coesistono tra loro. Solo che in Slovenia la popolazione delle aree interessate non ha mai dimenticato cosa fare o non fare in zone di orsi, mentre in Trentino lo stanno imparando nuovamente. Non solo, gli eventuali orsi problematici finiscono direttamente e celermente nella quota degli abbattimenti programmati.

Per i trentini che vivono in quelle zone certamente le abitudini di vita sono cambiate e dovranno cambiare ancora, basti pensare a chi va a caccia o in cerca di funghi. Vale anche per i turisti, perché l’orso merita rispetto e anche, è il caso di dirlo, pazienza. Ma gli enti preposti dovranno fare ancor più di quello fatto – comunque bene – fino a oggi. Considerando che ormai anche i lupi sono tornati in tutto il Trentino Alto Adige, seppure autonomamente, e faranno sentire il loro fascino ma anche l’antico timore tuttora percepito in parte della popolazione, nonché la loro attività predatoria sul bestiame. A coloro che a causa della morte di Daniza e Kj2 propongono assurdamente con astio e persino odio di boicottare questa bellissima regione, basterà ricordare che fortunatamente la gente pensa con la propria testa e difatti il numero di turisti dal 2014  non è in calo ma addirittura in forte aumento.

Del resto il Trentino Alto Adige non solo ha, fra l’altro, tutti gli ungulati selvatici ma pure l’orso, l’aquila, il lupo, la lince e persino lo sciacallo dorato e il cane viverrino, questi ultimi due arrivati autonomamente con le proprie zampe. Poche regioni italiane possono vantare presenze faunistiche di tale importanza.

Spettacolare panorama in Trentino Alto Adige