L’aumento della pressione venatoria porta a una diminuzione del tasso di crescita della popolazione, e non il contrario, secondo il Prof. András Náhlik, dell’Istituto di gestione della fauna selvatica e zoologia dei vertebrati dell’Università di Sopron, Ungheria.

La predazione naturale potrebbe essere un fattore importante per le popolazioni di cinghiali, ma può verificarsi solo nei casi con basse densità e/o in regioni con habitat subottimali per cinghiali con basso reclutamento delle specie. In Polonia, Spagna e Italia la predazione del lupo causa solo una piccola limitazione della popolazione di cinghiali, intorno al 10%, quanto l’aumento del cinghiale è annualmente molto più alto.

Lupi predano un cinghiale.

Neppure là dove le specie di predatori sono diverse la situazione cambia: Nell’Estremo Oriente Russo il cinghiale – della grande sottospecie Sus scrofa ussuricus, che può superare i tre quintali –, pur nelle varie fasce d’età, viene predato sporadicamente o frequentemente dall’aquila, volpe, sciacallo, lince, dhole, lupo, orso nero tibetano, leopardo, tigre e orso bruno. https://www.youtube.com/watch?v=Y00vCIFmy1c La tigre preda non raramente anche i grandi esemplari maschi, seppure venendo a volte uccisa. In India il cinghiale (Sus scrofa cristatus) viene cacciato dalle stesse specie di predatori, con l’aggiunta del pitone per i giovani esemplari e del coccodrillo per qualsiasi dimensione. https://www.youtube.com/watch?v=0YMO1FYGde0  Tuttavia i numeri del cinghiale non calano. Difficile pensare che in Italia i soli lupi possano fare di più, neppure aggiungendovi la mortalità naturale e la mortalità su strada, che di solito hanno un basso impatto sulle popolazioni di cinghiali.

Inverni freddi con pesanti e persistenti nevicate possono invece indurre una densità di mortalità più alta. Conseguentemente, i recenti cambiamenti climatici con inverni più miti si traducono in una maggiore disponibilità di cibo e quindi in una più veloce crescita della popolazione di cinghiali. Comunque sia, appare chiaro che con questi vantaggi climatici e ambientali, anche l’attività venatoria non riesce a ridurre l’aumento annuale del numero di cinghiali, nonostante i prelievi di caccia siano il principale fattore di controllo della specie.

La sopravvivenza femminile giovanile è uno dei più importanti, se non il decisivo, fattore che aumenta il tasso di crescita della specie e pertanto il modo più efficace per ridurne la densità  sarebbe aumentare la caccia ai cinghialotti e alle femmine riproduttive, con un tasso di caccia all’80% per i giovani e un aumento del tasso di prelievo per le femmine adulte. In buone condizioni di habitat con una ricca produzione forestale, la caccia preferenziale degli adulti infatti non darebbe risultati per fermare la crescita della popolazione. L’unico caso in cui la riduzione della sopravvivenza degli adulti è efficace è quando l’habitat non è quello adatto alla specie.

Caccia al cinghiale.

Piero Genovesi, responsabile del coordinamento fauna selvatica dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), spiega: “L’aumento dei cinghiali e le problematiche connesse a questa espansione interessano tutta Europa e anche altre regioni del mondo, come il nord America e l’Asia. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Plos One (https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0238429) ha dettagliatamente analizzato la demografia del cinghiale per capire se la sterilizzazione possa effettivamente rappresentare un’alternativa alla rimozione. La ricerca ha utilizzato i dati di due popolazioni di cinghiali – una in Italia e una in Inghilterra – monitorate per oltre dieci anni con tecniche all’avanguardia, ossia censimenti con termocamere a infrarossi e fototrappole, e monitoraggi di cinghiali marcati. Le analisi sono state condotte da un team di ricercatori di Ispra, del Centre for Ecosystems, Society and Biosecurity, Forest Research, e del National Wildlife Management Centre, Animal and Plant Health Agency, agenzia britannica che da anni si occupa di sterilizzazione di fauna selvatica”.

Continua il dr. Genovesi: “Purtroppo i risultati indicano che la sterilizzazione attualmente non può sostituire le rimozioni per ridurre il numero di cinghiali. Al massimo, se applicata molto estesamente nelle popolazioni insieme agli abbattimenti, potrebbe concorrere ad aumentare l’efficienza delle rimozioni accelerandone gli effetti. Il team di ricercatori italiani e inglesi, che comprende Barbara Franzetti di Ispra la quale da anni studia la popolazione di cinghiali della tenuta di Castelporziano, ha in particolare analizzato i vaccini immunocontraccettivi che riducono la fertilità, stimando in quanto tempo e con quale probabilità si sarebbe potuto ridurre la densità delle due popolazioni studiate sterilizzando e  rimuovendo percentuali crescenti di animali. Anche garantendo il mantenimento costante dell’80% di femmine sterilizzate, non si osserverebbero riduzioni, neppure in oltre 10 anni. Invece, se ogni anno si rimuovesse l’80% dei cinghiali presenti, si otterrebbe rapidamente un drastico calo delle popolazioni”.

Per fare capire meglio quanto evidenziato dall’esperto: in Italia l’Ispra stima vi siano oltre un milione di cinghiali, mentre secondo Coldiretti sarebbero almeno 2,2 milioni. Quindi nel primo anno si dovrebbero abbattere 800.000 cinghiali oppure almeno 1.700.000.

A proposito delle sterilizzazioni spiega il dr. Genovesi: “Non solo la sterilizzazione non può sostituire gli abbattimenti, ma va anche detto che l’utilizzo di questa tecnica resta al momento solo teorica, perché non esistono ancora vaccini contraccettivi che possano essere somministrati per via orale, quindi per sterilizzare gli animali oggi sarebbe necessario catturarli e iniettare il vaccino per via intramuscolare ad ogni individuo, un obiettivo impossibile da raggiungere nella pratica su numeri ampi, rendendo la tecnica di fatto inapplicabile. Inoltre l’utilizzo in Italia di questi vaccini non è permesso perché non sono stati ancora approvati dalle autorità sanitarie. E poi anche se sterilizzati, se si lasciano i cinghiali liberi continuano a esserci rischi di danni e di incidenti. È comunque importante proseguire le ricerche di nuove tecniche di controllo delle popolazioni selvatiche, perché i numeri non solo di cinghiali, ma anche di molti altri ungulati sono in crescita ed è prevedibile che nei prossimi decenni sarà sempre più spesso necessario gestirne le popolazioni per contenerne gli impatti”. https://www.youtube.com/watch?v=fsGdc-6muZI

Questo scrive Jurgen Tack, Scientific Director European Landowners’ Organization (ELO) in Le popolazioni di cinghiale (Sus scrofa) in Europa: Un’analisi scientifica sulle tendenze della popolazione e le conseguenze sulla gestione: “La caccia può ridurre significativamente la densità di popolazione (Sweitzer et al., 2000; Geisser & Reyer, 2004) e la frequenza dei danni (Mazzoni della Stella et al., 1995; Geisser & Reyer, 2004). Il danno è ridotto solo quando gli animali sono abbattuti. Le battute di caccia sono il miglior modo di abbattimento (Geisser & Reyer, 2004). L’effetto è comunque ridotto a causa dell’alto potenziale riproduttivo del cinghiale (Jezierski, 1977). In una singola stagione si può riprodurre fino al 90% di femmine di cinghiale (Massei et al., 1996). Il prelievo selettivo delle femmine potrebbe effettivamente ridurre la dimensione della popolazione (Briedermann, 1990).

Bieber & Ruf (2005) indicano che una forte pressione venatoria sulle femmine adulte porterebbe ad un controllo più efficace della popolazione negli anni con condizioni sfavorevoli, comunque la determinazione del sesso sul campo è complicata per i giovani cinghiali. Lo studio di Bieber & Ruf (2005) indica che, in ambienti favorevoli, ridurre la sopravvivenza giovanile ha notevoli effetti sui numeri della popolazione. Solo un approccio accurato facendo uso di battute di caccia sembra essere efficace (Geisser & Reyer, 2004; ELO, 2012). Comunque, le battute di caccia sono molto più ridotte nel tempo rispetto alla caccia regolare. La caccia non è stata sufficiente a prevenire la crescita delle popolazioni di cinghiali. Comunque, è probabile che senza la caccia il problema sarebbe maggiore”. https://www.europeanlandowners.org/images/Wild_Boar_Report_2018/122193_WILD_BOAR_ITA.pdf

Uno dei problemi della questione sono i numeri della popolazione di cinghiale, visto che ogni ente o associazione ne indica di diversi, o molto diversi. Per fare solo un esempio relativo alla Toscana, la Coldiretti nel febbraio 2020 divulgò che sarebbero in spaventoso aumento con ben 450 mila esemplari, ossia almeno 20 cinghiali per ogni 100 ettari di territorio, uno per ogni pecora, 4 per ogni maiale e 6 per ciascun bovino.

Ci spiega  Angelo Corsetti, direttore di Coldiretti Toscana: “Tanti nostri iscritti sono anche cacciatori, ma la caccia è un passatempo, mentre l’attività agricola è un lavoro. Diciamo che la Regione era molto attenta a questi ultimi… con la nuova giunta speriamo che le cose vadano diversamente. I cinghiali sono tantissimi e la nostra stima è molto superiore a quella della Regione semplicemente perché i loro dati continuano a essere non reali, visto che il loro conteggio si basa solo sugli esemplari abbattuti e non include i cinghiali presenti nelle tante aree protette, in cui non si caccia. Di fatto, appena i contadini hanno un raccolto vengono danneggiati, se già non prima in tempo di semina. Chiedevamo, e chiediamo tuttora, di consentire agli agricoltori in possesso di licenza di caccia, trascorse 36 ore dalla richiesta d’intervento, di poter intervenire direttamente sul proprio fondo con tutti i mezzi previsti dalle azioni di controllo oppure, per chi non avesse la licenza, di potere delegare una guardia volontaria o un cacciatore abilitato. Si tratta di una procedura prevista fin dal 1992 dalla Legge Quadro sulla caccia, la 157, a tutela delle produzioni agricole. Un provvedimento simile era stato adottato sempre nel 2020 dalla Regione Umbria”. Insomma, troppi cinghiali, troppi danni, iter lento, lobbies e risultati insufficienti dalla caccia. https://www.youtube.com/watch?v=Wca48nf4Rt0

Danni da cinghiale in un campo di granturco.

Gli rispose l’allora assessore regionale all’Agricoltura Marco Remaschi: “Mi dispiace per le cifre fornite da presidente e direttore di Coldiretti Toscana, ma i nostri sono i risultati ufficiali, ci arrivano direttamente dagli Atc. Negli ultimi tre anni la popolazione di cinghiali in Toscana si è fortemente ridotta, sono circa 160.000 unità (e non 450.000 come evidenzia Coldiretti) su un totale di circa 400.000 ungulati (N.d.R. quindi inclusi anche cervi e caprioli); e questo anche grazie agli abbattimenti attuati a seguito degli interventi di controllo regionale oltre che a quelli dovuti alla caccia ordinaria (332.000 cinghiali abbattuti in un triennio). Un segnale evidente di questo ridimensionamento arriva dalla stima dei danni provocati da ungulati (quindi non solo dai cinghiali): nel 2017 si era arrivati a 3,2 milioni di euro, scesi nel 2019  a 1,8 milioni di euro. Si tratta di numeri ben diversi da quelli indicati da Coldiretti (4,5 milioni annui solo per i cinghiali) e che, ripeto, provengono direttamente dagli Atc. Le denunce di incidenti stradali legati alla presenza di fauna selvatica, che erano arrivate a 430 nel 2016, sono scese a 100 nel 2019”.

Se non si è d’accordo neppure a livello regionale sul numero di cinghiali, con differenze addirittura di quasi tre volte di più o meno, com’è possibile fare una serie ed efficace gestione a livello nazionale?