Ai pastori che tanto tempo passavano sui pascoli montani mancavano molte cose – e non ultime le comodità che altrove tanti davano (e danno…) per scontate – mentre altre le avevano a usura. Per esempio di tempo ne avevano molto a disposizione. Ma pure di pietre, che in molte zone sopra il limite degli alberi costellavano il terreno, lambite dalle erbe che alimentavano il bestiame. Lo stesso problema, ossia tante pietre e poca terra in cui cresceva stentata l’erba, l’avevano i contadini – che poi spesso erano gli stessi pastori – con la messa a coltura di ripidi pendii fino a 1700-1800 metri di quota e anche più. Per liberare faticosamente il terreno bisognava raccogliere, spesso scavando, il grosso pietrame e accatastarlo da qualche parte. Ciò accadeva, e accade, nelle colline e montagne di buona parte del mondo, con la creazione poi di terrazzamenti, una sopra l’altro, come avviene per esempio anche in India.

Terrazzamenti agricoli, India settentrionale.

Anche in Italia vi sono un po’ ovunque terrazzamenti, detti anche fasce, ronchi o gradoni, tutti in  zone coltivabili ma con notevole pendenza e sostenuti sempre con muri di pietra costruiti a secco e poggiati sulla roccia viva.

Terrazzamenti nelle Cinque Terre, Liguria.

I pastori, per ripararsi almeno quando si poteva dal maltempo, utilizzavano delle spelonche o incavi tra le rocce, che negli anni, grazie appunto alla gran massa di pietrame, potevano arrivare ad avere all’esterno dei recinti contigui in cui rinchiudere il bestiame insieme con i cani, al fine di cercare di evitare le predazioni di orsi e lupi. Recinti con muri a secco, si badi bene, con grossi sassi sapientemente sovrapposti, più larghi alla base e meno alla sommità, al fine di ottenerne una buona stabilità. In queste capanne, a causa della fredda pietra e degli spifferi, per il pastore era comunque necessario accendere e mantenere un bel fuoco.

Se non c’erano spelonche, il pastore si costruiva un riparo in pietra generalmente a base circolare, con la copertura di rami o frasche, oppure di sole pietre sapientemente poste a cupola, come le caciare abruzzesi e marchigiane e i trulli pugliesi. Ma erano identiche anche le caʃita dette anche kažun dell’Istria o i mrgàr della Croazia.

Una comitiva di turisti si ferma davanti a una caciara, 1925, Montagna dei Fiori, tra Marche e Abruzzo.

Queste costruzioni non erano ovviamente giornaliere, ma rimanevano lì. Magari erano solo di utilizzo stagionale, quando il bestiame era a monticare in primavera ed estate, però comunque davano al pastore o contadino una copertura e un riparo. Inoltre i recinti, sempre in sassi a secco, in cui di notte veniva rinchiuso il bestiame facevano sì che quest’ultimo, durante appunto la stabbiatura, depositasse feci a profusione, ossia il letame tanto basilare per l’erba da pascolo e le coltivazioni. Queste capanne potevano essere ridotte oppure divenire vere e proprie case, con la parte superiore adibita ad abitazione o fienile e quella sottostante a stalla e magazzino. La nascita di queste capanne e/o abitazioni avveniva in quelle zone in cui seppure a fatica si poteva coltivare, in genere piccoli pianori e depressioni carsiche, e provvedere al sostentamento degli animali stanziali.

La disponibilità di questi ricoveri estivi, in terreni coltivabili concentrati in zone molto lontane dal paese e spesso a quote elevate, faceva sì che vi si trasferissero numerose famiglie. Insomma, nascevano centri abitati, seppure solo finché il clima lo permetteva. Già, ma con cosa venivano costuite le capanne, le case, i recinti di muro a secco e così via? Semplice, con gli stessi sassi che erano stati tolti per avere pascoli o coltivi più redditizi. Il materiale da costruzione certo non mancava. Fare queste costruzioni era un’arte antica di migliaia di anni, e difatti l’arte dei muretti a secco nel 2018 fu dichiarata dall’Unesco Patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

E ripetiamo, non solo in Italia dalle Alpi alla Sicilia, ma in buona parte del mondo. Parrà strano ma la pietra da millenni è amica e nemica del pastore e del contadino, creandogli problemi ma anche dandogli una vita migliore. Bestiame, pastori, cani, pascoli, pietre e ricoveri. In montagna dove c’era uno c’erano gli altri. La pietra era, ed è, addirittura basilare per certe cose: si poteva anche costruire una casa in legno, ma il camino e la canna fumaria ovviamente dovevano essere in pietra; un recinto per il bestiame si può costruire col legno, ma dopo un po’ marcirà, mentre non accadrà se fatto con sassi quasi eterni; i muretti di contenimento basilari per rubare ai pendii appezzamenti piccoli o grandi di terra fertile, per durare dovevano essere fatti con spesse e grosse pietre; i ruscelli potevano essere indirizzati e contenuti con pareti di sasso; in luoghi molto ventosi si proteggevano con i muretti i terreni esposti; i confini venivano segnati con alti cumuli di pietre. E così via.

Confine segnalato con un cumulo di pietre.

In praticamente tutti gli impieghi la base era più  larga della sommità, per avere migliore stabilità. Alcune costruzioni, come le tradizionali case nere delle Highland scozzesi, non temono spifferi d’aria in quanto i muri sono doppi, distanziati tra loro, e l’incavo riempito con terra o sabbia, mentre il tetto è pure ricoperto di erba pressata. Con le pietre abilmente scelte, spaccate, sagomate e incastrate una all’altra, un tempo si costruivano i limes, ossia i muri come il Vallo di Adriano costruito dai romani nel II secolo e lungo 117 km, spesso 3 metri e alto 5, che tagliava in due l’attuale Inghilterra da mare a mare. Ma si costruivano anche grandi e alti recinti per contenere pecore e bestiame, e per proteggerlo dagli attacchi degli animali predatori.

Inisheer, Irlanda.

I muretti a secco venivano costruiti anche per proteggere gli alveari delle api, soprattutto dagli orsi notoriamente ghiotti di miele. Queste particolari recinzioni dovevano essere molto robusti, alti e ben fatti, poiché si sa che l’orso quando è determinato è difficile da fermare. Questi particolari recinti, costruiti affinché gli alveari fossero rivolti verso sud e potessero ricevere la massima quantità di luce solare, in Spagna potevano avere nomi diversi, come alveriza in Galizia e cortines in Asturia.

Queste alveriza, o almeno quelle meglio costruite, avevano sulla sommità lunghe pietre, ben solidali col muro, che sporgevano verso l’esterno al fine di non permettere oltre la scalata all’orso. In pratica, lo stesso stratagemma messo in campo in buona parte d’Europa e non solo, utile per non fare passare i lupi. Queste pietre così disposte in Sicilia o Puglia  venivano chiamate paralupi. Ma si usavano ovunque, a volte potenziate con rami spinosi e molti rami appuntiti e incastrati nelle pietre, rivolti verso il basso. Insomma, una sorta di filo spinato ante litteram.

Recinto a secco per bestiame con lastre di pietra antilupo, Alta Murgia, Puglia
(foto dott.ssa Francesca Casella, CNR-ISPA di Bari)

Recinto a secco per bestiame con lastre di pietra antilupo, Monti Iblei, Sicilia.

Era comunque fondamentale che di notte all’interno del recinto, insieme col bestiame, fossero presenti i cani custodi, gli stessi che di giorno proteggevano al pascolo gli armenti. Inoltre il pastore era sempre vicino, nella capanna di pietra o all’aperto. Da sempre, infatti, quel che funziona è il binomio pastore e cani, insieme e mai separato.

Cani da montagna dei Pirenei, Francia.

Pastori e contadini usavano la pietra anche per catturare e uccidere i lupi, foderando le pareti di profonde buche. Queste trappole, chiamate con vari nomi in tutta Italia – fossa lupaia, lovera e così via – in realtà risalgono fin alla preistoria e furono usate in buona parte del mondo per catturare qualsiasi animale ci finisse dentro. Profonde sempre alcuni metri, erano praticamente eterne e dovevano essere solo svuotate ogni tanto da rami, foglie e altro cadutovi e che rischiavano di alzarne il fondo permettendo così all’animale intrappolato di uscirne. Scavate in posizioni ritenute ottimali, fin dall’antichità dovevano essere segnalate con evidenza affinché qualcuno non vi cadesse ignorandone l’esistenza. Ma a dire il vero ogni tanto qualcuno ci finiva comunque dentro.

Fossa lupaia.

Foderarle all’interno di pietre, in pratica costuendo un alto muretto a secco, serviva a evitare che determinati animali potessero uscirne semplicemente scavando la base e facendone alla lunga crollare le pareti. Il cinghiale e l’orso erano (e sono, visto che queste trappole esistono ancora nel mondo) in particolare perfettamente in grado di farlo, anche perché queste fosse non venivano costantemente controllate. Alcune avevano la forma di una bottiglia – larghe alla base ma relativamente strette in alto – proprio per renderne comunque impossibile la fuga. Le fosse erano abilmente nascoste da un leggero strato di rami, foglie e terra che cedeva però sotto il peso dell’animale, mentre reggeva il peso di un piccolo animale legatovi come esca, vivo o morto. In certi casi la fossa aveva al centro un solido supporto in grado di sorreggere senza alcun problema anche pecore e capre, legate a un paletto con una fune molto corta. In tal caso i movimenti e i belati dell’esca viva esercitavano una potente attrattiva nei predatori.

Rilievo e ricostruzione grafica di una fossa lupaia di Porto Cesareo (disegno di Fabrizio Suppressa).

Il supporto centrale di queste fosse poteva essere composto da uno stretto piano in legno sorretto da un alto palo oppure da una sorta di colonna in pietre, di maggiore diametro nella parte bassa rispetto a quella alta, per avere maggiore stabilità. E difatti molte erano tanto stabili da essere arrivati fino a oggi.

Fossa lupaia, Masseria Terenzano, comune di Ugento, Lecce
(Fondazione Terra d’Otranto, foto di Fabrizio Suppressa).

Quanta fatica e sacrifici per campare, oggi impensabili per molti ma allora normali, perché portare “a casa la pagnotta” non era affatto scontato. Pastori e contadini ci mettevano la mano d’opera, la natura metteva a disposizione il materiale. Tutto era concatenato, nel bene e nel male. Come dicevamo, “bestiame, pastori, cani, pascoli, pietre e ricoveri”.