di Marco Galaverni*

Sulla questione abbiamo chiesto un articolo al dr. Marco Galaverni, naturalista con un lungo passato di ricerca sul lupo, e ora direttore scientifico di WWF Italia. Eccolo qui.

Facciamo una metafora: immaginiamo che i cani siano il latte, e i lupi il caffè. Se incrocio un cane e un lupo (prima generazione di incrocio, in termini tecnici F1), otterrò un caffelatte composto da metà latte e metà caffè. Se mischio due caffelatte di questo tipo (corrispondente, sempre in termini tecnici, a un incrocio di seconda generazione, o F2), la percentuale di latte e caffè non varierà, ma rimarrà pressoché costante attorno a metà latte e metà caffè, con piccole variazioni dovute al caso.

Se invece mescolo il mio caffelatte con un latte puro (ovvero un altro cane; in termini tecnici reincrocio 1, in inglese back-cross 1, o BC1), la percentuale di caffè scenderà a circa il 25% a fronte di un 75% di latte, ottenendo quindi un latte macchiato con una buona intensità di caffè. Via via, se procedo con mescolamenti successivi con il latte (BC2, BC3), ovvero se generazione dopo generazione il mio ibrido iniziale viene incrociato solo con cani, la percentuale di latte aumenterà a scapito del caffè. Viceversa, se il mio caffelatte iniziale (F1) viene mescolato con altro caffè (reincrocio BC1 con il lupo), otterrò un caffè macchiato con un quarto di latte, via via più intenso a mano a mano che procedo a incroci successivi, fino ad ottenere un caffè minimamente macchiato di latte.

Ibridi: caffelatte o latte macchiato.

Ora, la normativa internazionale di riferimento, la Convenzione sul Commercio Internazionale di Specie di flora e fauna in Pericolo (CITES, anche nota come Convenzione di Washington), prevede che non sia possibile commercializzare individui ibridi tra specie (o sottospecie) domestiche, come il cane, e specie presenti in Allegato I, come il lupo, fino alla terza generazione di incrocio. Ovvero, posso commercializzare cani con tracce di DNA di lupo solo se queste risalgono almeno alla quarta generazione precedente, ovvero se solo uno dei bis-bis-nonni era lupo. Quindi, rimanendo nella metafora, staremmo parlando di un “latte macchiato” in cui il caffè è già stato diluito da almeno tre mescolamenti successivi. Nei casi esaminati in passato, invece, si trattava di un caffè con appena un goccio di latte. La differenza, sia in termini sostanziali che legali, è chiaramente notevole.

Ma la questione è complicata da altri due fattori. Purtroppo, con i metodi di analisi applicati di routine fino a qualche anno fa, non era possibile stabilire con esattezza a quante generazioni addietro risalisse la componente di lupo, sebbene se ne potesse ricavare una stima probabilistica. Un ulteriore fattore di complicazione è che l’Italia non si è ancora dotata di una normativa ad hoc per regolare questi casi, per cui l’unico riferimento normativo specifico è quello sopra citato. In ogni caso, non si può certo confondere un latte macchiato di caffè con un caffè macchiato di latte, e spero che questa differenza sia ben chiara in futuro ai giudici che valuteranno gli eventuali prossimi e diversi casi sospetti.

Faito, ibrido di lupo e Cane Lupo Cecoslovacco. Fu investito nel 2016. Aveva ancora un collare antipulci, quindi era stato detenuto da qualcuno (foto Stefano Fagiolo).

Infine, ultimo fattore di confusione è dato dalla diffusione in altri Paesi (come in parte degli Stati Uniti, dov’è considerata legale la detenzione di esemplari con addirittura il 95% di lupo e appena il 5% di cane), dei cosiddetti American Wolfdog, ovvero incroci che possono arrivare a queste percentuali assurde di DNA di lupo, con conseguenti caratteristiche comportamentali prettamente lupine.

American Wolfdog.

Ma l’Italia non è il Nord America con i suoi immensi ranch. Da noi, molti esemplari delle varie razze ibridogenetiche, come i Cani Lupo Cecoslovacchi (CLC) o i Cani Lupo di Saarloos (CLS), vengono abitualmente tenuti in appartamento, o portati a spasso in città con migliaia di abitanti per km². Anche per cani di questo tipo la gestione non è affatto semplice, figuriamoci quella di lupi solo lievemente “macchiati” di cane.

Per fortuna, le ultime ricerche scientifiche hanno consentito di fare un po’ di chiarezza su queste razze. Insieme ai colleghi cechi, di ISPRA e dell’Università di Padova, abbiamo portato a termine lo studio genetico più avanzato mai realizzato sinora sui Cani Lupo Cecoslovacchi (Galaverni et al., 2017). Grazie all’analisi di ben 170.000 marcatori molecolari (a fronte delle poche decine solitamente analizzate negli studi sull’ibridazione in natura) in un gruppo di CLC provenienti dal nucleo originale della razza, abbiamo potuto confermare che il loro corredo genetico ammonta a circa il 70% di DNA di pastore tedesco e il restante 30% a DNA di lupo dei Carpazi, mostrando un’ottima corrispondenza con le stime elaborate sulla base dei pedigree ufficiali. Anche la stima delle generazioni a cui risalgono gli incroci, resa possibile dalle nuove tecniche di analisi, corrisponde perfettamente con quella dedotta dalla storia della razza, con i primi incroci iniziati alla fine degli anni ’50 e un numero estremante limitato di lupi utilizzati negli incroci iniziali, poi seguiti da reincroci tra esemplari della progenie ottenuta.

Un’unica deviazione rispetto all’atteso è stata osservata a metà degli anni ’90, quando risulta un aumento della variabilità genetica compatibile con ulteriore apporto di DNA di lupo, oppure dall’incrocio tra linee di sangue piuttosto differenziate tra loro. In ogni caso, sempre per restare nella metafora, quando parliamo di veri CLC siamo di fronte ad un latte macchiato con una quota di circa un terzo di caffè: ogni scostamento significativo che veda la presenza di una maggiore quota di caffè significa quindi che non siamo davanti ad un vero CLC.

Quindi dove sta la differenza? Per produrre animali con maggiore DNA di lupo, le strade sono solo due: esso può essere ricavato da incroci con lupi detenuti illegalmente, oppure da incroci con American Wolfdogs con alto contenuto di DNA di lupo. Considerando che questi ultimi dovrebbero derivare in origine da incroci con lupi nordamericani, se il DNA di lupo presente negli incroci in questione venisse da altre zone del mondo, dovremmo propendere per la prima possibilità. E le implicazioni gestionali di questa differenza sono tutt’altro che scontate. Nel primo caso, potremmo essere davanti ad un traffico internazionale di specie protette, nel secondo ad una “semplice” frode in commercio, in quanto i CLC sono una razza ufficialmente riconosciuta dall’ENCI con caratteristiche ben definite e certificate da dettagliati pedigree, in cui da molti anni ormai non è prevista alcuna componente aggiuntiva di lupo. Come WWF abbiamo già fatto esposti – che ho firmato di mio pugno – per segnalare alle autorità alcune situazioni che ancora oggi non ci paiono chiare. Ma ci tengo anche a specificare che incroci di questo tipo riguardano esemplati creati e detenuti in cattività.

Recente operazione dei Carabinieri Forestali in un allevamento a Viterbo.

Il lupo italiano (Canis lupus italicus) è una sottospecie unica al mondo, ben distinta da ogni altra popolazione sia a livello genetico che morfologico. Ad oggi, sul territorio italiano non c’è alcuna prova della presenza di lupi stranieri rilasciati a scopo di ripopolamento, nonostante gli oltre 15.000 campioni analizzati da ISPRA su tutto il territorio nazionale. L’unica eccezione è rappresentata dai pochi lupi che negli ultimi anni sono arrivati spontaneamente dai Balcani, come il lupo Slavch, proveniente dalla popolazione dinarica (il cui viaggio è stato fortunosamente seguito in diretta grazie ad un radiocollare di cui lo avevano dotato i colleghi sloveni), che con la lupa italica denominata Giulietta dal 2013 diede origine ai lupi che oggi popolano Trentino e Veneto. Altra triste eccezione è rappresentata dagli ibridi tra lupi selvatici e cani domestici (siano essi randagi, vaganti o non controllati dai proprietari), le cui tracce genetiche – seppur solitamente lievi – sono state riscontrate in circa il 15% degli esemplari analizzati, arrivando a sfiorare percentuali del 30-40% in alcune zone d’Italia, come la Maremma toscana e alcune vallate dell’Appennino Tosco-Emiliano.

Marco Galaverni sul campo.

Analizzando a quali razze fosse ascrivibile la quota di DNA di cane negli ibridi analizzati, le tracce più frequenti sono risultate ascrivibili al gruppo dei Pastori Tedeschi, fatto non sorprendente se si considera la loro compatibilità dimensionale con i lupi e la loro presenza stabile tra le razze più diffuse in Italia. Ciò non significa che negli ultimi anni non ci possano essere stati incroci anche con esemplari di razze lupoidi come i sempre più diffusi CLC, che talvolta (forse fuggiti o abbandonati dai proprietari) sono stati ripresi dalle fototrappole vagare all’interno di territori frequentati dai lupi. Insomma, il problema è complesso e non si può né banalizzare, né tantomeno ignorare: ne va della conservazione di una specie fondamentale per i nostri ecosistemi come il lupo, ma anche della sicurezza di proprietari che, affascinati dalla bellezza di razze come il CLC, si dovessero invece ritrovare in casa esemplari più simili a lupi che a cani, la cui gestione sarebbe ancora più complessa, oltre che presentare un profilo legale incerto.

Faccio quindi un appello a tutti gli allevatori di queste razze ad evitare ogni forma di incroci per rendere gli esemplari ancora più lupini di quanto già non siano, agli aspiranti proprietari ad informarsi accuratamente sull’origine degli animali, e ai proprietari a fare estrema attenzione a che i loro animali non fuggano in natura, nonché a dotarli di adeguati segnali di riconoscimento (es. collari o pettorine colorati) al fine di non creare allarme sociale se avvistati nei pressi di abitazioni.

 

* Marco Galaverni, dottore di ricerca in Biodiversità ed Evoluzione all’Università di Bologna, per oltre dieci anni si è occupato di studio e ricerca sul lupo in Italia e nel mondo, ha al suo attivo decine di articoli scientifici per riviste internazionali. E’ direttore scientifico di WWF Italia.