Ecco un interessante testo pubblicato nel 2017, ma tuttora utilissimo, a cura dell’Associazione Teriologica Italiana (ATIt), con coordinamento e testi del GLAMM (Group for Large Mammal Conservation and Management – Gruppo per la Conservazione e Gestione dei Grandi mammiferi).

1) Il cinghiale è sempre esistito in Italia?

Il cinghiale è una specie tipica della fauna europea e italiana, originariamente diffusa in gran parte della penisola. A partire dalla fine del XVI secolo la caccia e le trasformazioni ambientali ne provocarono una progressiva diminuzione. All’inizio del XX secolo sopravviveva con nuclei isolati solo nelle regioni tirreniche del centro e del sud Italia, nel Gargano e in Sardegna. La specie è ricomparsa sull’arco alpino nel 1919, quando alcuni animali provenienti dalla Francia colonizzarono Liguria e Piemonte; agli Anni ’50 risalgono invece gli ingressi di cinghiali in Friuli, provenienti dalla Slovenia. Dal secondo dopoguerra l’espansione della specie fu causata dalle numerose immissioni a scopo venatorio. Oggi il cinghiale risulta distribuito dalla Calabria alle Alpi. (N.d.R. Pan: In realtà è presente anche in Sicilia. Dopo l’estinzione alla fine del XIX secolo, furono introdotti nel 1980 dall’Azienda foreste demaniali esemplari provenienti dalla Calabria della sottospecie dell’Est, probabilmente della Romania).

 

2) Quanti cinghiali ci sono oggi in Italia?

Non esistono dati certi. A partire dal numero di animali abbattuti è stata recentemente ricavata una stima approssimativa compresa tra 600.000 e 1.000.000 di cinghiali presenti sull’intero territorio nazionale (N.d.R. Pan: secondo l’Ispra nel 2020 hanno raggiunto il milione di esemplari, secondo Coldiretti oltre il doppio).

 

3) Quali sono i motivi dell’espansione e dell’incremento del cinghiale degli ultimi decenni?

Sono molteplici: massicce immissioni di cinghiali a scopo venatorio dagli Anni ’50 con soggetti catturati all’estero e proseguite con animali provenienti da allevamenti nazionali; progressivo spopolamento di vaste aree montane e rurali, con conseguente diminuzione della persecuzione diretta e recupero del bosco in zone precedentemente agricole pastorali; elevata capacità di colonizzare nuovi ambienti; enorme potenziale riproduttivo della specie; condizioni climatiche divenute mediamente più favorevoli e pertanto meno limitanti.

 

4) È vero che i cinghiali che attualmente vivono in Italia sono ormai geneticamente “inquinati” a causa delle introduzioni di razze dall’Europa centro-orientale?

Questa diffusa convinzione non trova conferma negli studi di genetica più recenti, il cinghiale nostrano presente in Italia conserva ancora una buona porzione del patrimonio genetico originario, sebbene i segni dell’incrocio con cinghiali di provenienza estera emergano in diverse aree del Paese. Le ricerche, inoltre, se da un lato confermano il netto differenziamento della popolazione sarda, dall’altro pongono seri dubbi circa l’esistenza del cosiddetto cinghiale maremmano, le cui piccole dimensioni e limitata capacità riproduttiva si potrebbero ricondurre alle condizioni climatiche e ambientali tipiche della Maremma toscana e laziale in cui la specie era sopravvissuta all’inizio del XX secolo.

 

5) È vero che molte popolazioni selvatiche di cinghiale sono ibridate col maiale?

Il maiale deriva da un processo di domesticazione del cinghiale avvenuto durante il Neolitico (circa tra 12.000 e 3.000 anni a.C.) e quindi è possibile l’accoppiamento e la nascita di ibridi fertili. L’ibridazione può avvenire in natura con maiali bradi o indotta dall’uomo in cattività. L’incrocio con i maiali incrementa il potenziale riproduttivo (maggiore numero di gravidanze e numerosità delle cucciolate) e le dimensioni dei cinghiali e appare come la causa primaria della diffusione di geni domestici nella popolazione selvatica. I segni dell’ibridazione sono spesso visibili nella morfologia,  ma meno evidenti a livello genetico a causa di una rapida diluizione dei geni domestici nella popolazione selvatica.

 

6) È vero che il cinghiale partorisce due volte all’anno e anche di più?

Il cinghiale è l’ungulato più prolifico e il suo periodo riproduttivo si distribuisce su vari mesi fino all’intero anno, con un picco delle nascite in primavera. Il periodo riproduttivo è legato al ciclo estrale che ha cadenza mensile e si interrompe solo durante la gestazione e l’allattamento. Gli incrementi annuali sono influenzati dalla disponibilità di alimento, dal clima e dalle caratteristiche della popolazione. La maturità sessuale delle femmine è condizionata dal raggiungimento di un peso-soglia di circa 30 kg e non dall’età, quindi in anni in cui la disponibilità alimentare è elevata e le condizioni ambientali sono favorevoli, un numero maggiore di femmine si riproduce e le cucciolate sono di dimensioni maggiori (in media 4-6 animali). Quando le condizioni ambientali o climatiche sono meno favorevoli, si riproducono solo le femmine adulte e in migliori condizioni fisiche. In alcune popolazioni si osserva un secondo picco annuale delle nascite, meno accentuato, in tarda estate-autunno dovuto alle femmine più giovani che raggiungono il peso-soglia solo in primavera. La possibilità che in condizioni ambientali favorevoli alcune femmine adulte in buone condizioni fisiche partoriscano due volte nello stesso anno è possibile, ma del tutto straordinario.

 

7) Quali sono gli ambienti preferiti dal cinghiale?

E’ estremamente adattabile e può occupare una grande varietà di ambienti, con popolazioni più o meno consistenti a seconda delle disponibilità di cibo e rifugio e delle condizioni climatiche. In Italia la miglior combinazione di questi fattori si può ritrovare nei  boschi cedui o nella macchia mediterranea, laddove non vi siano climi troppo siccitosi o con neve al suolo persistente. La specie può compiere spostamenti stagionali anche di alcuni chilometri, per sfruttare ambienti occasionalmente idonei come le aree agricole con coltivazioni appetite o addirittura le aree urbane con rifiuti disponibili.

 

8) Quanto si può spostare un cinghiale?

Anche di decine o, in casi eccezionali, di centinaia di chilometri. L’entità degli spostamenti è molto variabile e legata alle caratteristiche dell’ambiente, al sesso e all’età degli animali, alla densità di popolazione, alla disponibilità di cibo e al disturbo antropico, in particolare la caccia. Gli individui giovani, soprattutto i maschi, tendono a compiere grandi spostamenti allontanandosi dal sito di nascita anche di diverse decine di chilometri.

 

9) Cosa mangia il cinghiale?

Il cinghiale è un onnivoro opportunista con tendenza frugivora. La quota principale della dieta è costituita da vegetali, sia le parti aeree (gemme, frutti, bacche e semi, ma anche sistemi fogliari) sia le parti sotterranee (radici, rizomi, tuberi). Gli alimenti di origine animale, sono quantitativamente meno importanti ma sempre presenti in tutte le stagioni, come invertebrati presenti nel terreno (lombrichi, larve, ecc.), ma anche piccoli mammiferi, nidiacei, uova, anfibi, ecc. o carcasse di altri animali. Quando le risorse naturali sono scarse, le produzioni agricole risultano particolarmente attrattive.

 

10) È vero che la presenza del lupo è in grado di limitare il numero dei cinghiali?

Il lupo è il principale predatore del cinghiale in Italia, consuma anche le carcasse di cinghiali morti per altre cause. Data l’importanza della specie per il lupo, non è un caso se il cinghiale ha contribuito significativamente alla sua recente espansione. Sebbene in Italia non siano stati condotti studi specifici, i pochi dati disponibili stimano un impatto della predazione inferiore al 10%. Date le caratteristiche biologiche del cinghiale, la predazione del lupo non è ritenuta un fattore di regolazione (ovvero in grado di mantenere la densità del cinghiale a valori inferiori rispetto a quelli che si osserverebbero in assenza di predazione) e il suo effetto è considerato essenzialmente compensatorio (ovvero gli animali predati morirebbero comunque in assenza di predazione a causa di altri fattori di mortalità). Più che limitare il numero di cinghiali, si ritiene quindi che il lupo contribuisca a mantenere in buone condizioni le popolazioni, sottraendo gli individui più deboli o in peggior stato di salute.

 

11) Il cinghiale è in grado di provocare impatti sulla biodiversità?

E’ capace di provocare profondi cambiamenti, in particolare, agli ecosistemi forestali e prativi, scavando alla ricerca del cibo può alterare profondamente le caratteristiche del suolo e del manto vegetale, accelerando i processi di decomposizione della sostanza organica del suolo stesso. Non va tuttavia dimenticato che è stato l’uomo a rendere il cinghiale una presenza “problematica” anche per la biodiversità, gli impatti più significativi sulla biodiversità sono stati registrati in aree in cui il cinghiale è stato introdotto, in quanto specie non nativa, o dove è stato favorito l’innaturale aumento delle densità. Se da un lato costituisce una minaccia per la conservazione di determinate specie, dall’altro può avere, in alcuni contesti, un effetto positivo, ad esempio contribuendo all’aumento della biodiversità floristica.

 

12) Quali e quanti sono i danni che il cinghiale causa alle attività umane?

Quando le risorse naturali sono insufficienti o più difficilmente accessibili, il cinghiale causa danni diretti e indiretti ad agricoltura e zootecnia. I danni all’agricoltura, provocati da consumo diretto, attività di scavo e calpestio, sono molto variabili. Può danneggiare, anche gravemente, praticamente tutte le tipologie colturali. In Italia le stime indicano la specie quale responsabile del 90% dei danni causati all’anno dagli ungulati. La zootecnia, oltre a risentire del deterioramento delle aree pascolive e sottrazione di foraggi, può essere interessata da infezioni in grado di ridurre la produttività zootecnica o, nei casi più critici, determinare l’applicazione di misure quali l’abbattimento di tutti gli animali presenti negli allevamenti infetti o il blocco delle movimentazioni di animali e loro derivati dall’area interessata dall’infezione.

 

13) Si possono prevenire i danni causati dal cinghiale?

I vari sistemi di prevenzione ricorrono a dissuasori di tipo chimico (olfattivi o gustativi), acustico (i cosiddetti “cannoncini” o altre fonti sonore più diversificate) o a barriere meccaniche o elettriche. L’efficacia e il costo di applicazione dei diversi sistemi variano in relazione alle modalità di applicazione e alle caratteristiche delle colture da proteggere. Il sistema più diffuso e meno impattante sull’ambiente sono le recinzioni elettrificate, attive tutto l’anno o nei periodi di effettivo pericolo. Dato che la specie non corre rischi dal punto di vista conservazionistico, i danni alle attività antropiche possono essere limitati anche attraverso una programmazione del prelievo venatorio finalizzata a tale obiettivo.

 

14) Si può limitare il numero di cinghiali tramite il controllo della fertilità?

Può essere attuato mediante sterilizzazione chirurgica o vaccini contraccettivi. La sterilizzazione chirurgica, implicando cattura, intervento chirurgico e decorso post-operatorio degli animali, determina elevati sforzi economici e logistici. Allo stato attuale sono disponibili solo vaccini contraccettivi la cui somministrazione può avvenire tramite iniezione, rendendo necessaria la cattura degli animali. Inoltre i vaccini attualmente disponibili non garantiscono un’efficacia illimitata nel tempo ed è possibile che gli animali trattati riprendano a riprodursi. Indipendentemente dalla tecnica e dai vaccini utilizzati, per garantire una riduzione rilevante della capacità riproduttiva del cinghiale, è necessario sterilizzare in poco tempo la stragrande maggioranza delle femmine di una popolazione. Tale obiettivo è ad oggi impossibile da raggiungere nelle popolazioni a vita libera per evidenti motivi di ordine pratico ed economico.

 

15) Qual è l’effetto della caccia sulle popolazioni di cinghiale?

La caccia al cinghiale in Italia si svolge prevalentemente con il metodo della “braccata”, in cui una muta di cani spesso molto numerosa e condotta da pochi cacciatori spinge i cinghiali verso i tiratori posizionati tutto attorno all’area di caccia. La caccia in braccata, a differenza della mortalità naturale, si concentra sugli individui adulti (in particolare maschi e giovani), e provoca un’alterazione della struttura naturale delle popolazioni, abbassando progressivamente l’età media degli animali. Il disturbo provocato da questa forma di caccia altera il comportamento dei cinghiali che, oltre a diventare più schivi e attivi quasi solo di notte, possono arrivare a spostarsi anche per decine di chilometri. L’aumentata mobilità degli individui e la destrutturazione delle popolazioni possono influenzare la dinamica di trasmissione delle infezioni, favorendone il mantenimento nelle popolazioni di cinghiale o incrementandone la diffusione (anche ai domestici e all’uomo).

 

16) Il cinghiale è un pericolo per l’uomo?

Generalmente no. Gli attacchi diretti sono rari ma talvolta in grado di causare ferite anche letali, e sono provocati per lo più dalla reazione di animali feriti nel corso di un’azione di caccia. Attacchi si possono verificare anche nel periodo riproduttivo o di allevamento della prole, come risposta aggressiva a una situazione che l’animale percepisce come pericolosa. Anche l’interazione tra cinghiale e cani padronali non tenuti al guinzaglio può rivelarsi pericolosa nel caso in cui il padrone intervenga a protezione del proprio cane. Il pericolo più consistente per l’uomo deriva tuttavia dalle malattie che il cinghiale è in grado di trasmettere, tra le principali troviamo la trichinellosi (contratta consumando carni crude o poco cotte di soggetti infestati), brucellosi, epatite E e tubercolosi, il cui rischio di trasmissione si limita mediante un’adeguata formazione dei cacciatori al trattamento dei capi abbattuti e al rispetto delle norme ispettive e igieniche.