Un racconto sincero e a cuore aperto da parte di una donna che ama la sua terra con la stessa forza di quando era bambina

di Guendalina Amati*

Ricordo ancora gli odori portati dal vento, l’intenso profumo delle viole e dei campi ricoperti dai narcisi ormai scomparsi, la dolce brezza che in estate accarezza i capelli e il vento che nei freddi mesi invernali lassù soffia forte e sferza le guance, rendendole rubiconde. Una natura selvaggia che ti abbraccia e ti culla, lo sguardo che si perde all’infinito nei giorni in cui la tramontana spira maestosa e il cielo è terso, come d’incanto ecco apparire laggiù lontana la Corsica con le sue vette impervie. Ognuno di noi ha un luogo del cuore di cui ricorda i profumi ed i suoni, i giorni trascorsi tra avventure, scoperte ed affetti, il mio è quassù tra il Monte Labbro, il Monte Buceto e il Monte Aquilaia.

Arcidosso e, dietro, il Monte Amiata.

Fin da piccola ho trascorso intere giornate inerpicata tra i bianchi sassi cari al predicatore Davide Lazzaretti, immersa nelle campagne ad osservare senza fiatare la vita degli animali che vi dimorano, rapita dal volo ovattato di falchi e poiane in compagnia di mio padre, che con cura ed affetto mi ha fatto scoprire, conoscere e amare questi brulli paesaggi fatti di poco ma allo stesso tempo ricchi di tanto, perché qui c’è la ricchezza più grande: una natura indomita, un silenzio che avvolge e rasserena, una storia fatta di persone che con cura hanno vissuto e difeso questo territorio.

Proprio qui negli anni della mia infanzia nacque il Parco Faunistico del Monte Amiata, giubilo e polemiche hanno accompagnato questa riserva durante gli anni, ma non voglio parlare di questo, bensì di ciò che mi ha regalato quest’area faunistica protetta. Passeggiate tra i sentieri che si snodavano tra paesaggi unici, daini, cervi e mufloni accompagnavano il cammino, l’antico podere abitato da sempre da Alberto e dalla sua famiglia, il pozzo da cui sgorga ancora oggi acqua cristallina, i simpatici asini crociati amiatini che sembravano sorridere ai visitatori.

Ricordo ancora i pavoni che salutavano, facendo la ruota, le numerose scolaresche provenienti da tutta Italia. E poi camminando tra i verdi campi ecco stagliarsi in cima alla collina una torretta di legno, che di primo acchito poteva sembrare un piccolo fortino. La prima volta che salii quegli scalini, che apparivano ripidi ad una bambina della mia età, il mio cuore batteva all’impazzata perché sapevo che da lassù avrei avuto la possibilità di vedere i lupi, esseri maestosi e misteriosi, amati da alcuni e temuti da altri. Serbo gelosamente memoria di quell’unica volta in cui ho potuto udire dopo il tramonto ergersi inconfondibile l’ululato dei lupi, ancora oggi mi emoziono al pensiero e quel brivido che percorse allora tutto il mio corpo, lo sento ancora travolgente e vibrante, in quell’attimo tutto si era fermato, il mio respiro era come azzerato e il sangue lo sentivo pulsare veloce dentro di me.

Guendalina Amati.

Sono passati gli anni, sono cresciuta e ho visto l’abbandono, la noncuranza, il rigetto per ciò che era stato il Parco Faunistico del Monte Amiata, anni di lavoro, investimenti, progetti, studi scientifici, ricordi, fatiche, gioie e anche dolori di chi ha speso energie in questo luogo quasi completamente annullati, come a voler cancellare per sempre tutto quello che era stato fatto. Di ciò che era, di ciò che è stato non è rimasto che una lontana traccia, ma i miei ricordi di bambina e di ragazza che ha amato ed ama a dismisura questi luoghi permangono forti ed indelebili.

Ed è per questo che ho chiesto e mi batto per far sì che nuove idee e soprattutto progetti possano far rivivere questo luogo ameno, farlo conoscere a tanti, far sì che diventi un polo di attrazione turistica, da cui poter dipanare una rete sentieristica che abbracci le aree naturalistiche limitrofe, il centro nevralgico di un’Amiata fatta di realtà amministrative diverse ma finalmente unita. Perché l’Amiata è una e come tale va vissuta, pensata, progettata e promossa. Un polo di unione tra natura, cultura e popolazioni che qui vivono e vogliono continuare a vivere e a lavorare, dando la giusta attenzione a tutte le voci che in questo momento si ergono le une contro le altre, cercando di trovare una mediazione che porti ad una convivenza sinergica, pacifica e costruttiva tra Parco e tessuto sociale e produttivo che in questo territorio ancora permane.

E allora vedo con favore il nuovo interesse intorno a questa parte di terra montana, lontana dalle mete turistiche più conosciute, lontana dalla frenesia della vita quotidiana che attanaglia le città. Nutro una sincera speranza quando sento finalmente parlare di piani e progetti da parte della nuova direttrice del Parco e dall’Unione dei Comuni dell’Amiata grossetana, ma questa mia fiducia non è incondizionata perché in passato troppi errori sono stati commessi. Non si è trattato di piccole sviste ma di sbagli enormi, non so se consapevolmente voluti oppure involontariamente creati per indifferenza e incuranza, di cui però oggi ne vediamo e ne viviamo chiaramente le conseguenze rovinose. Cerchiamo quindi d’imparare dal passato e agiamo per un futuro diverso da quel presente che è stato creato.

 


*Guendalina Amati, classe 1981, psicologa, Ctu e Ctp, docente. Dal 2014 ricopre il ruolo di consigliere di minoranza nel Comune di Arcidosso e dal 2019 quello di consigliere all’Unione dei comuni dell’Amiata grossetana.