Gli orsi, inclusi quelli bruni, sono stati cacciati dall’uomo fin dalla preistoria per la loro carne e pellicce, anche se tale attività non doveva essere frequente. L’orso bruno eurasiatico (Ursus arctos arctos) è una sottospecie – pur con differenze anche consistenti a seconda delle aree – che si trova dalla Spagna alla Russia e dalla Norvegia all’Italia e Grecia. La popolazione europea non è minacciata, anche se in molti stati viene legalmente cacciata. Nel medioevo gli orsi venivano cacciati ovunque ma sempre in numero limitato in quanto all’uopo  necessitavano gruppi nutriti di abili cacciatori, muniti di armi e soprattutto da cani adatti e in buon numero. Non era un’attività possibile o autorizzata per i popolani e conseguentemente, di norma, era riservata ai nobili. Il consumo di carne d’orso ben cotta esisteva e in particolare le zampe e le cosce dei giovani esemplari erano considerate le parti migliori.  Là dove quest’attività venatoria era consentita e possibile, come in Tirolo e Piemonte, le comunità del villaggio dovevano annualmente consegnare un numero prestabilito di zampe d’orso al nobile locale.

Tale attività, sempre molto difficoltosa a meno che non si usassero le trappole, era necessaria anche per limitare i danni che questi plantigradi facevano ai coltivi e al bestiame. Nel medioevo si usavano per la grossa selvaggina, orso incluso, lance dalla particolare punta avente in prossimità dell’inizio del manico una barra in ferro che serviva a non fare penetrare troppo la punta solitamente a forma di foglia affusolata e molto affilata. Difatti se si colpiva da cavallo e quindi in velocità, la forza dell’impatto non permetteva più, o difficilmente, di estrarre l’arma per infliggere altri colpi.

Punta di lancia da orso.

Un tempo l’impiego di cani era basilare, non solo per cercare l’orso, ma anche per raggiungerlo, tenerlo impegnato in attesa dell’arrivo dei cacciatori e persino affrontarlo fisicamente non tanto per ucciderlo – se l’orso è adulto e sano è impresa impossibile per qualsiasi muta anche numerosa di cani, seppure forti e aggressivi – ma per distrarlo. Era a questo punto che i cacciatori, con innegabile coraggio, si avvicinavano e lo colpivano con le lance, cercando nella confusione della lotta di non ferire i cani che gli stavano vicini o addosso. In queste battute era facile che diversi cani finissero uccisi o feriti dal’orso. Un cane con molte cicatrici da ferita di orso era tenuto in gran pregio in quanto evidentemente tanto aggressivo e coraggioso da lottare con l’animale, ma nel contempo sufficientemente agile e savio da evitare di farsi ammazzare.

In questa antica stampa si nota che l’orso cerca di togliersi dal petto la lancia, spezzatasi, del cacciatore.
(Bear Hunt, 1545, di Augustin Hirschvogel, 1503-1553, National Gallery of Art, Washington DC).

A differenza del lupo, pare che l’orso fosse pericoloso per l’uomo solo se provocato e, per quanto riguarda il Tirolo, non esistono menzioni di attacchi senza motivo. Vero è che anche allora i cacciatori si ferivano o uccidevano involontariamente tra loro, come accadde nel 1520 proprio durante una caccia all’orso. Nonostante il dardo della balestra che lo colpì, lo sventurato sopravvisse, ma fu considerato un miracolo (tanto che nella xilografia si nota la Madonna…).

L’orso (e ancor più il lupo) ha dato vita a molti toponimi e per quanto riguarda l’Italia sia sulle Alpi sia sugli Appennini. Lo stesso vale per stemmi e bandiere. Lo studio intitolato Nomen Omen, svolto dall’Università di Trento e condotto dalla ricercatrice Clara Tattoni, ha investigato in modo analitico il tema, dimostrando come i nomi dati a luoghi geografici siano un’eredità della passata distribuzione di queste specie animali. Sono stati trovati in tutta Italia 644 toponimi derivati dall’orso bruno (e 1.555 legati al lupo). Lo stesso vale ovunque, incluso il Tirolo, poiché il nome Bär (orso) ricorre in Bärental, Bärenbach, Bärenbadalm, Bärenkopf a Pertisau, Bärlahner nel Falzthurntal, Bärenwand a Eng nel Karwendel, Bäralpe e Bärnsteig nel Karwendel-Vereinsalpe, Bäreck e Bärlöcher nel Bächental e così via.

Gli orsi davano i nomi anche alle persone: per esempio, pare che il duca Berchtold V di Zähringen abbia preso il nome da un orso (appunto bär in tedesco) da lui stesso ucciso nel punto in cui poi decise di fondare nel 1191 la città di Berna, in Svizzera. L’orso infatti è l’animale araldico del sigillo e dello stemma di Berna almeno dal 1220. Ironia della sorte, proprio a Berna il 19 settembre 1979 (entrata in vigore l’1 giugno 1982) fu firmata appunto la Convenzione di Berna, strumento giuridico internazionale vincolante in materia di conservazione della natura, che copre gran parte del patrimonio naturale del continente europeo e si estende ad alcuni stati dell’Africa. Perché ironia della sorte? Perché proprio in Svizzera i predatori vengono invece fucilati legalmente appena fanno qualche razzia di bestiame, senza sè e senza ma…

Il duca Berchtold V di Zähringen uccide l’orso, dal Tschachtlanchronik, 1470
(Biblioteca centrale di Zurigo)

Nonostante l’avvento delle armi da fuoco, in Italia settentrionale la situazione dell’orso pare essere stata buona ancora nel ‘700, visto che i paesani della Garfagnana dovevano ogni anno portare in dono un orso vivo al granduca di Modena. Che si trattasse dell’orso bruno marsicano allora magari presente anche più a nord, oppure dell’orso alpino esistente pure più a sud non lo sappiamo. Comunque sia, l’orso era cacciato non solo per la carne e la pelliccia, ma pure per i danni ai coltivi e al bestiame, cosa che attivò tutta una serie di taglie in denaro per ogni esemplare ucciso. L’azione fu tale che in Val d’Aosta scomparve intorno al 1815, almeno secondo quanto riportato nel 1915 dal canonico Vescoz di Aosta: Esisteva un tempo nelle foreste della Val d’Aosta ma da mezzo secolo la sua razza è completamente scomparsa. Tuttavia non era così e le ultime uccisioni risalgono al 1840 nella foresta di Chalverina e Gressoney e nel 1859 ai piedi del Gran San Bernardo.

Nelle Alpi centrali la scomparsa fu successiva, anche se la persecuzione era la stessa. Vediamo ad esempio quanto scritto il 2 agosto 1771 nell’archivio comunale di Vilminore di Scalve, in provincia di Bergamo, Valle di Scalve: Retrovasi in Vale un Orso con due figli che fa molto male come si sa et però seria bene far una taglia a chi ammazzasse detto animale, il che intenso fu ballottato se si deve dare L.60 per ogni orso che sarà ammazzato in questa vale… L’ultimo orso abbattuto della provincia di Bergamo fu un giovane esemplare, ucciso nel 1891 nell’alta Val Carona, le cui spoglie sono conservate nel locale Museo di storia naturale. Tuttavia nel 1914 c’erano ancora dei sopravvissuti, visto che nel marzo di quell’anno a Foppolo, alle falde del Corno Stella, fu avvistata un’orsa con i cuccioli, di cui uno fu catturato e regalato poi al Museo zoologico di Milano. La Val Brembana  – grazie anche al fatto di essere contigua alla vitale popolazione ancora ampiamente diffusa sul versante valtellinese delle Orobie  – era la zona bergamasca con maggiore presenza dell’orso.

Attenzione, gli orsi si trovavano pure nelle foreste di pianura, non solo in collina e montagna. L’Archivio storico per la città e comuni del circondario di Lodi (del 1888, anno VII, I-II-III Dispensa) riporta che l’anno 1766 è ordinata una caccia ai lupi ed agli orsi che infestavano la Gerra d’Adda ed il basso Lodigiano nei pressi di Orio e di Corte S. Andrea. Ancora neI 1866 gli orsi giungevano fin verso la pianura lombarda. Lo zoologo prof. Emilio Cornalia nel 1872 scrisse che sui monti che avvicinano il Lago di Como nella Valle Sassina se ne videro due giovani scendere non lungi da Tartavalle ed uno fu preso nel 1867 sulle falde della Grigna.

La Valtellina era ricca di orsi e una circolare della Polizia di Milano del 9 febbraio 1812, in corso fino ai primi del ‘900, offriva un premio di 73,80 lire a chi uccidesse un orso maschio, 98,76 per una femmina e 25 lire per i piccoli. Ci si domanderà che c’entrasse Milano con la Valtellina: bene. Milano era la capitale del Regno d’Italia napoleonico, noto comunemente come Regno Italico, fondato da Napoleone Bonaparte nel 1805 e disciolto nel 1814. Comprendeva buona parte del settentrione e il Centro Italia orientale. Ancora nel periodo 1873-1886 secondo i registri dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza di Sondrio furono uccisi una cinquantina di orsi maschi e femmine.

Il 27 settembre 1902 nel bosco del Monte Zandila, comune di Valdisotto, presso Bormio, fu ucciso l’ultimo orso della Valtellina e chi lo uccise non solo riscosse la taglia di 100 lire stabilita dalle autorità, ma ne guadagnò altre 375 vendendo pure la carne e il grasso. Considerando che un contadino salariato percepiva in un anno circa 500 lire e anche meno, si può ben capire come un singolo orso rappresentasse l’introito di un anno o quasi. Il Bollettino del Naturalista del 1894 spiega: La carne dell’orso si mangia, ed i macellai la smerciano a circa 2 lire il chilogrammo. I ghiottoni osservano che la parte migliore è la zampa; trattasi però di una carne molto untuosa e di sapore non confacentesi a tutti i palati. Col grasso dell’orso si fanno cosmetici molto in uso per la conservazione dei capelli e come rimedio per la calvizie. Graziosissime signorine non disdegnano di curarsi le morbide chiome con siffatta pomata. Il prezzo di una pelle con la testa e le estremità degli arti intatte è dalle 30 alle 50 lire.

Uno scorcio delle montagne della zona di Bormio.

L’orso in Europa non è di norma aggressivo verso l’uomo, se non provocato. Tuttavia buona norma è starne lontano e non disturbarlo, semplicemente perché è un orso e non una capretta. Naturalmente il carattere di ogni esemplare fa storia a sé e quindi il comportamento istintivo può variare. Questo vale anche per l’orso marsicano (Ursus arctos marsicanus), descritto di solito ed erroneamente come del tutto inoffensivo, a prescindere. Non è così. Di sicuro l’orso marsicano non ha alcun interesse verso l’uomo, ma incontri improvvisi e a breve distanza, in particolare con le orse con cuccioli, sono eventi rischiosi, almeno potenzialmente. Nel caso dell’orso alpino, che è la sottospecie europea (Ursus arctos arctos), tali esemplari erano e sono non solo più grandi ma in determinate situazioni caratterizzati da maggiore aggressività. Comunque anche per questi orsi l’uomo è semplicemente qualcosa da evitare il più possibile.

In passato si sono verificati attacchi di orsi alpini all’uomo, caccia a parte, dovuti praticamente alla sfortuna. Per quanto riguarda la Valtellina, nel 1650 una donna delle Teggie, località della Val Lunga (Val Tartano), si trovò inavvertitamente vicina a un’orsa con i cuccioli e fu colpita al volto da una zampata. Forse il plantigrado non avrebbe infierito oltre, ma purtroppo la donna cadde in un dirupo, dove fu poi trovata agonizzante. Un uomo invece fu trovato probabilmente ucciso e parzialmente divorato da un orso nel 1738 nel bosco di Fora, in alta Valmalenco (nella zona oggi attraversata dalla strada che da San Giuseppe sale a Chiareggio). In Valtellina c’è, o c’era, il detto “mangiàt da l’urs”, utilizzato per individui con deformità particolari nel viso, ma non è solo una metafora in quanto il riferimento è a episodi di aggressione e di gravi lesioni di cui la memoria popolare ha conservato a lungo il ricordo. Per esempio nel 1868, quando in Val Malgina Piero Pietro di Castello dell’Acqua si imbatté in un’orsa con due piccoli, intenti a divorare la carcassa di una capretta. Lo sfortunato venne aggredito dall’orsa, ma riuscì a salvarsi colpendo più volte il plantigrado con una scure e poi scappando. Curato dal dottor Cesare Menatti di Chiuro rimase tuttavia deturpato al viso dagli artigli dell’animale e gli rimase il soprannome di “Mangiàt de l’urs”. (in Le valli orobiche telline di Gianluigi Garbellini, nel volume Alpi Orobie Valtellinesi montagne da conoscere, ed. Fondazione Luigi Bombardieri, Sondrio, 2011). Insomma, comunque casi rarissimi, nulla a fronte della strage di orsi fatta dagli uomini.

Andando a caccia dell’orso, invece, le possibilità di venire feriti erano ovviamente maggiori e specialmente se si trattava di un’orsa con cuccioli. Gianbattista Casanova di Peio nel giugno 1845 catturò un cucciolo che stava guadando il Noce, evidentemente allontanatosi dalla madre. Lo portò nel proprio maso ma l’orsa arrivò e inseguì il Casanova che riuscì a rifugiarsi in una stalla del paese, puntellando la porta. L’orsa inferocita tentò più volte di sfondarla, finché tornò dall’altra parte del fiume, dov’era rimasto un altro cucciolo. Nella Valle degli Agari, sul versante di Ospedaletto, il 29 settembre 1824 Lorenzo Gasperini di Cinte Tesino, con altri colleghi di caccia, in una zona dirupata sparò a un orso. L’animale, solo ferito, lo attaccò mordendolo a una gamba e poi si allontanò. Ma un attimo dopo tornò indietro e lo riattaccò, lanciandolo quindi nel burrone, dove Gasperini morì (L’Orso nel Trentino, 1890, di Francesco Ambrosi). E diciamo che se l’era voluta.

Rückkehr von der Bärenjagd, di Adolph Tidemand (1814-1876).