di Spartaco Gippoliti*

E’ abitudine diffusa oggi rimarcare come i giardini zoologici, con la loro storia alle spalle non sempre ben conosciuta ma certamente corposa e a volte ingombrante, ebbero origine in epoche antecedenti l’introduzione di campi d’indagine scientifici quali l’ecologia, l’etologia e ovviamente la biologia della conservazione. La constatazione (ovvia) sarebbe già sufficiente per delimitare un prima, caratterizzato dall’assenza di una qualsiasi mentalità scientifica nella conduzione di queste strutture puramente ricreative, e un dopo (la cui data d’inizio non è sempre chiaramente delineata) in cui una scienza eticamente corretta fa si che lo “zoo” sia perfettamente incasellato nelle strategie moderne di conservazione della biodiversità.

Di solito la preparazione di questi storici improvvisati non consente, per esempio, di mostrare come diverse discipline scientifiche, etologia in primis, abbiano trovato negli zoo il luogo ideale di sviluppo e qui basterà citare i pionieristici studi sugli anatidi dei coniugi Heinroth allo Zoo di Berlino. Non deve sorprendere comunque se a partire dal 1968 tra le innumerevoli istituzioni che vengono messe in discussione vi siano gli zoo. Quello che è più interessante è che da allora, in mezzo secolo, lo zoo è stato “reinventato” ad ogni cambio di direttore o presidente, ognuno auto-proclamando la nascita di un nuovo modello di zoo. Se da un lato ciò denota un grande fermento creativo e progettuale, si evince spesso una scarsa conoscenza della storia, dell’evoluzione e dei successi degli zoo che, in realtà, hanno sempre cercato di rimanere al passo con i tempi e di adeguarsi alla mutevole sensibilità dell’opinione pubblica.

E infatti anche gli “storici” meno attenti  non possono ignorare la figura di Carl Hagenbeck (1844 -1913), poliedrica figura di zoologo pratico e imprenditore, che nel 1907 riuscì a realizzare il suo giardino zoologico del futuro a Stellingen, allora alla periferia di Amburgo. Questa iniziativa imprenditoriale interamente autofinanziata (e ancora oggi di proprietà degli Hagenbeck) fu possibile grazie agli introiti derivanti dalla cattura di animali selvatici in tutto il mondo, attività in cui in quegli anni gli Hagenbeck ricoprirono un ruolo prominente. La fama internazionale di Carl Hagenbeck e del suo zoo “senza sbarre” fu tale che una società anonima se ne assicurò la collaborazione nel 1908 per creare un grande giardino zoologico a Roma, struttura aperta nel gennaio 1911 nel quadro delle manifestazioni dell’Esposizione Internazionale che festeggiò i 50 anni dell’Unità d’Italia.

1909, al centro Carl Hegenbeck, mentre descrive l’andamento dei lavori dello Zoo di Roma
al sindaco Ernesto Nathan, alla sua destra.

Per uno strano gioco del destino, mentre il dottor Theodor Knottnerus-Meyer assumeva la direzione del Giardino Zoologico di Roma, un giovane zoologo italiano diveniva collaboratore scientifico del Tierpark di Stellingen. Oscar de Beaux nacque a Firenze nel 1879 ma da una famiglia con forti radici “europee” e di credo valdese (il nonno materno fu un famoso pedagogista di origine franco-tedesca, Enrico Mayer), e compì gli studi tra Firenze e Lipsia. Fu in quest’ultima città che evidentemente – in Italia all’epoca non esistevano giardini  zoologici – si interessò al locale giardino zoologico, lasciandoci delle note sul comportamento del gelada (Theropithecus gelada, primate dell’altopiano etiopico) e, essendo un ottimo pittore, anche delle raffigurazioni degli animali dello zoo.

Nel 1911 de Beaux divenne collaboratore scientifico del Tierpark di Stellingen, crocevia di tante novità zoologiche che giungevano da regioni ancora parzialmente conosciute. Risalgono quindi a quegli anni diverse interessanti note sui primi ippopotami pigmei (Choeropsis liberiensis) adulti importati vivi per la prima volta  in Europa, la descrizione di una sottospecie di gnu dalla Tanzania meridionale, una nota su un elefante africano di foresta (Loxodonta cyclotis, specie rivalutata dalla scienza solo recentemente) e su altri mammiferi esotici, sempre in tedesco e pubblicate sia sullo Zoologische Anzeiger sia sullo Zoologischer Beobachter. Sin dall’inizio i suoi lavori furono spesso accompagnati da belle tavole a colori o in bianco e nero realizzate da lui stesso. Lo zoologo fiorentino perfezionò in quegli anni le sue conoscenze sull’acclimatazione e gestione degli animali selvatici negli zoo, un’attitudine e passione di cui darà prova più tardi in Italia.

L’ingresso principale del Tierpark di Stellingen.

Nella primavera del 1913 de Beaux si trasferì a Genova, dove assunse il ruolo di assistente presso il locale Museo civico di Storia Naturale. Nel 1915 pubblicò un interessante lavoro, che in qualche maniera fungeva da cerniera tra il suo recente passato di biologo da zoo e la sua carriera futura, e che lo introduceva di fatto nella comunità scientifica nazionale. Si tratta di uno dei suoi primi articoli in italiano. Nel lavoro in questione, invita a descrivere con attenzione tutte quelle particolarità individuali dei resti scheletrici museali che possono essere di origine patologica ma che se non percepite come tali possono portare a commettere dei grossolani errori di interpretazione.

Nel lavoro de Beaux fa anche riferimento ad alcuni cambiamenti del tegumento esterno dovuti all’ambiente, osservati durante la sua esperienza in Germania: Due leoni maschi dell’Africa Meridionale, appartenenti ad una forma normalmente sprovvista di criniera toraco-addominale, svilupparono fortemente la medesima, perché lasciati all’aperto anche durante inverni rigidissimi… Alcuni leoni importati giovani dall’Africa Orientale, si distinguevano per oltre un anno a colpo d’occhio in un branco di loro simili coetanei nati in prigionia, per essere fulvo-grigiastri e non decisamente fulvi come questi ultimi.

Oscar de Beaux

Dopo l’impegno giovanile a favore della protezione degli uccelli in Italia, il primo compito che de Beaux assolvette, in maniera ineccepibile, nel campo della conservazione fu quello di segretario della sezione italiana della Società Internazionale per la Conservazione del Bisonte europeo, che ricoprì dal 1923 al 1932. Da notare che si trattava di una iniziativa internazionale partita dalla sconfitta Germania e che vide collaborare vincitori e vinti della Grande Guerra per far si che gli ultimi 56 bisonti europei venissero gestiti in maniera cooperativa nell’interesse della salvaguardia della specie. Grazie a de Beaux anche l’Italia contribuì finanziariamente per la salvaguardia di una specie che non era nemmeno presente nel territorio nazionale. Così de Beaux giustificò il suo impegno nel 1923, evidenziando alcuni capisaldi del suo pensiero: Oggi tutti coloro che sanno pensare “europamente”, che riescono ad elevarsi a concetti sereni, che divinano l’intima essenza di vera civiltà, la quale anziché demolitrice deve essere conservatrice del buono e del bello …, oggi tutti gli amatori di bellezze naturali, gli zoologi, gli zoofili, i veri naturalisti e cacciatori, debbono deplorare la  scomparsa della più grossa ed imponente selvaggina dell’Europa, del bisonte.

Le due sottospecie di bisonte europeo da un disegno di Oscar de Beaux.

Vi è da notare che l’interesse per la conservazione, soprattutto della grande fauna, era già nato qualche anno addietro, al punto che nel 1900 le potenze coloniali avevano firmato la Convenzione di Londra per la conservazione della fauna africana; il Primo parco nazionale europeo era stato creato in Svizzera da Paul Sarasin nel 1914 e l’Italia nel 1922 aveva realizzato i due importantissimi parchi del Gran Paradiso e degli Abruzzi. Con il bisonte europeo e la Società internazionale assistiamo appunto al riconoscimento della scala continentale della missione di protezione e alla necessità di pensare su scala europea, messaggio che doveva sembrare almeno innovativo all’uscita dal disastro della Prima guerra mondiale.

Qualche anno dopo, nel 1929, de Beaux intervenne sulla questione della conservazione dell’ultimo nucleo di orsi bruni  delle Alpi scrivendo Conserviamo alle Alpi il loro orso. Come ripetè anche nel 1953: Quello che manca del tutto … o vi è appena accennato …. è il riconoscimento della ragione etica e di prestigio regionale, nazionale ed umano che non soltanto raccomanda, ma anzi comanda, categoricamente la conservazione dell’orso nel Trentino occidentale. Nel 1930 de Beaux pubblicò a Trento un volumetto dal titolo Etica Biologica. Tentativo di risveglio di una coscienza naturalistica, di cui seguiranno diverse riedizioni e almeno due traduzioni in inglese e tedesco. In uno dei passaggi chiave egli afferma: Io penso che l’uomo non sia al mondo per distruggere o per sfruttare la natura con progressivo inaridimento di questa e di se stesso, ma per conservare e valorizzare, non soltanto materialmente ma anche moralmente, per amministrare saviamente ciò che egli stesso non può creare, contemperando le necessità della propria esistenza  col rispetto di ciò non è sua produzione e quindi non gli appartiene a priori, ed imponendo anche delle restrizioni e dei sacrifici per soddisfare questo postulato di Etica Biologica.

Uno dei testi del prof. Oscar de Beaux, 1931.

 Inoltre, con la sua attenzione nei confronti delle “unità fondamentali” (della biodiversità, aggiungeremmo oggi), anche al di sotto del livello specifico, de Beaux si pone come  un reale precursore dell’etica della biodiversità e della ipotesi Biofilia lanciata da Edward O. Wilson nel 1993. Come infatti non avvertire delle assonanze tra la teoria wilsoniana di una connaturata attrazione verso le cose della natura e la continua enfasi di de Beaux alla necessità per i giovani di potere sperimentare la natura nelle sue varie forme e quindi la necessità di giardini zoologici, orti botanici, musei di storia naturale e acquari?

E non a caso continuò a essere un “uomo di zoo”. Il il 28 ottobre 1932 venne ufficialmente inaugurato il civico Giardino Zoologico di Genova-Nervi, diretto e progettato proprio da lui. La costituzione dello zoo era stata saggiamente pensata in maniera di procedere gradualmente a fasi succesive e i primi animali erano stati trasportati dal soppresso serraglio di Villetta Dinegro già il 19 agosto 1931. Il 31 dicembre 1940, a causa della guerra, il civico Giardino Zoologico fu  ufficialmente soppresso. Con questa data finì un esperimento che, seppur di breve durata, segnò profondamente gli esperti di settore che ne furono testimoni, proprio grazie alla impostazione unica datagli da Oscar de Beaux.

In questa operazione il nostro offre una magnifica integrazione di dottrina scientifica, ma anche di pragmatismo nelle scelte tecniche che adottò. I mezzi a disposizione erano limitati e quindi era chiaro che Genova non potesse ambire a un grande giardino zoologico del tipo di Roma o Francoforte e che d’altronde, con un grande museo di storia naturale, ciò non fosse nemmeno necessario. Il rispetto del paesaggio di Villa Serra a Nervi imponeva poi di adottare un sistema di alloggiamento per gli animali tanto meno invasivo possibile e che si integrasse con la vegetazione esistente, e che de Beaux definì diascopico. Per quanto riguarda il criterio generale da utilizzare per suddividere le varie specie nel giardino zoologico, de Beaux volle identificare una soluzione originale per i tempi, separando il parco in aree zoogeografiche anziché con criteri sistematici come in voga negli zoo del tempo

L’art. 1 del regolamento del Giardino Zoologico di Genova-Nervi, che porta il titolo Definizione e scopi, è un capolovoro di de Beaux e così recita: Il Giardino Zoologico è un istituto scientifico di Biologia applicata, nel quale si offre all’osservazione degli studiosi e del pubblico una raccolta ristretta di animali vivi bene scelti, rappresentativi delle grandi zone zoogeografiche olearctica, etiopico-indiana, sudamericana ed australiana (…) Oltre che scopi scientifici ed istruttivi il Giardino Zoologico persegue scopi educativi e zoofili.

Reparto per la lontra europea realizzata da de Beaux a Genova-Nervi.

Proprio per raggiungere questi ultimi scopi, lo zoologo fiorentino intraprese anche una capillare azione di propaganda e informazione sui quotidiani locali circa le novità del giardino zoologico. L’impostazione filosofica data da de Beaux all’istituzione giardino zoologico avrà un valido estimatore in Ermanno Bronzini (1914-2004), spezzino di nascita ma poi divenuto dal 1937 biologo presso il Giardino Zoologico di Roma, di cui diverrà direttore nel 1956.

Più volte negli anni, all’interno di sue pubblicazioni, Bronzini utilizzò alcuni paragrafi di una vecchia pubblicazione di de Beaux del 1933: Il Giardino Zoologico è infatti un luogo di studio serio e piacevole per lo zoologo di professione e per il dilettante, che vi possono imparare a conoscere le abitudini, il modo di  accrescimento, le attitudini e il comportamento fisici e psichici, tanto differenti ed istruttivi, nei vari animali. E’ un luogo congeniale al lavoro dell’artista, che osserva e fissa sulla tela, sulla carta o nell’argilla la bellezza delle pose, l’eleganza, la destrezza, le armoniche proporzioni delle forme animali. Esso costituisce la mèta delle passeggiate quotidiane di molti bambini, il posto di sano trattenimento all’aria aperta per la gioventù, il luogo di ritrovo per famiglie intere. E’ una buona scuola di educazione alla pulizia, all’ordine, all’arte importantissima della manutenzione. E’ scuola efficace di etica biologica, ossia del rispetto all’esistenza delle unità biologiche, del rispetto alla vita, indice assai sicuro del livello civile raggiunto da un popolo.

L’esperimento genovese portato avanti da Oscar de Beaux in un periodo purtroppo travagliato della storia, rimane un modello assai interessante per i museologi e gli esperti di giardini zoologi contemporanei. In primis l’integrazione tra le raccolte viventi e i musei di storia naturale è oggi a uno stadio ben lontano da quello raggiunto da de Beaux a Genova o da pochi altri studiosi come Reginald Innes Pocock (1863-1947) a Londra. Ne consegue oggi una carenza di materiale scientifico che affluisce nei – pochi – musei naturalistici ancora attivi nell’incremento delle collezioni e spesso un deficit di dati che accompagnano gli specimen e che riducono ulteriormente il valore scientifico del materiale conservato. Per quanto riguarda il campo della museologia applicata allo specifico campo dei giardini zoologici, quello di Nervi con l’opera di de Beaux conferma che non è la quantità degli esemplari o delle specie ospitate, né la grandezza dell’impianto o la presenza di Mammiferi di grande mole a caratterizzare l’essere un giardino zoologico, ma piuttosto l’avere una chiara impostazione educativa che guida lo sviluppo dell’istituzione e utilizzare al massimo le opportunità offerte per approfondire i vari aspetti della biologia animale che a molti di noi attraggono sin dall’infanzia.

Colpevolmente la figura di Oscar de Beaux è passata inosservata sia ai tanti che si interessano della storia dei giardini zoologici che a quanti si occupano di etica ambientale, ed è merito del prof. Franco Pedrotti se diverse figure di pionieri della conservazione in Italia sono oggi maggiormente note tra gli studiosi. Personalmente sono lieto di dedicare questo pezzo allo studioso fiorentino in occasione dei 90 anni della pubblicazione di Etica Biologica.

Bibliografia

de Beaux, O. (1930). Etica Biologica. Tentativo di risveglio di una coscienza naturalistica. Temi, Trento.

Gippoliti S. 2010. La Giungla di Villa Borghese. I cento anni del Giardino Zoologico di Roma. Edizioni Belvedere, Latina.

Gippoliti S. 2014. Bioethics in the zoo from an Italian perspective. Museologia Scientifica, 8: 9-12.

Pedrotti F. 2012. I pionieri della protezione della natura in Italia. Temi, Trento.

 


* Spartaco Gippoliti, studioso di Primati – in particolare del Corno d’Africa – e di altri Mammiferi, si occupa di biologia della conservazione e fa parte del Primate Specialist Group dell’IUCN. E’ anche un esperto di giardini zoologici e autore di oltre 150 contributi scientifici su questi argomenti.