Grazie alla cortesia e disponibilità della dottoressa Venera Fasone – docente di Etologia e gestione della fauna presso il Dipartimento di Agraria  dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria – possiamo leggere dati importanti nello studio del 2019, Analysing staheholders’ perceptions of tle wolf in the Aspromonte National Park area, Italy (primo autore Venera Fasone, con Donatella Di Gregorio entrambe dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, e Antonino Siclari del Parco nazionale dell’Aspromonte). Qui un interessante filmato riassuntivo dello studio, che consigliamo di vedere e che ci permette di non pubblicare troppi dati e percentuali che risulterebbero ai non addetti  (erroneamente) noiosi o dispersivi. https://www.youtube.com/watch?v=hxjtuhZ9o_A

La dottoressa Venera Fasone.

Nell’indagine sono stati intervistati online o direttamente gli stakeholder – ossia i soggetti direttamente o indirettamente coinvolti nella problematica, quindi 1) pubblico in generale 2) gli esperti, ossia coloro che lavorano, con un certo grado di specializzazione nel settore agricoltura e ambiente, ma non necessariamente esperti di lupi. 3) gli allevatori – sulla presenza dei lupi e per valutare il loro rapporto con la natura. In totale, 431 persone tra studenti, ricercatori, professori, dipendenti del parco, guide naturalistiche, allevatori (16), volontari e persone che lavorano nell’area di studio. Per correttezza dobbiamo indicare che l’indagine si è svolta anche con interviste dirette effettuate da personale senza dubbio motivato e attento, ma non da un istituto specializzato in sondaggi di opinione.

Nello studio si legge che “In Italia oggi sono in vigore leggi per la protezione dei lupi e di altri animali selvatici ma, nonostante ciò, l’opinione pubblica è spesso divisa su questa specie, e spesso vi è conflitto tra ‘animalisti’ e amanti della natura da una parte, e cacciatori e agricoltori, e altri che vorrebbero vedere lo sterminio di tutti i lupi dall’altra. Il riaccendersi del dibattito sulla presenza dei lupi è però dovuto, più che altro, alla crescente popolazione di lupi più che a veri e propri episodi di pericolo, sia per l’uomo che per il bestiame”.

La fine di questo passaggio indubbiamente non vedrà d’accordo gli allevatori, non solo dell’area esaminata, in quanto la predazione del lupo sul bestiame è invece ben presente e diffusa. Siamo del tutto concordi là dove si dice che occorra “formulare una più chiara interpretazione dello stato di conservazione del lupo da un lato, e riformare dall’altro il sistema di risarcimento danni. Nonostante ciò, tuttavia, sembra impossibile, nel clima attuale, creare una politica che possa ottenere un sostegno universale e accontentare tutte le parti contemporaneamente”.

Prima di affrontare le domande specifiche, poiché il punto di vista degli interessati sulla natura in generale è rilevante per comprendere la loro percezione del lupo, come studiato da Verbrugge et al. (2013), è stata usata la cosiddetta scala Human and Nature (HaN, Van den Born, 2006; 2008) per valutare questo aspetto. A tutti gli intervistati sono state presentate 16 affermazioni tratte dalla scala HaN e in parte leggermente modificate per adattarle al contesto specifico, tra cui dovevano scegliere quella che più rispecchiava la loro sensibilità e le loro convinzioni rispetto al rapporto tra uomo e natura. La scelta riconduce direttamente a tre possibili visioni della natura: uomo-padrone della natura, e come tale abilitato a sfruttarla al massimo anche soltanto in virtù di un vantaggio economico, senza curarsi delle possibili conseguenze; uomo-pastore/governante della natura, consapevole di doverla utilizzare ma non sfruttare, avendone cura e soprattutto conservandola intatta per le generazioni future; uomo-partner della natura, consapevole che questa, nel suo complesso (ecosistema), ha il suo stesso valore, e quindi la relazione dev’essere paritaria.

La nostra idea è che alcune domande siano anacronistiche anche se, bisogna ammetterlo, alcune risposte hanno invece dimostrato che al peggio non c’è mai fine. Eccole qui:

– La natura non dovrebbe ostacolare il progresso economico.

– La capacità di pensare pone gli esseri umani al di sopra della natura.

– La natura è lì per me, non il contrario.

– Abbiamo il diritto di cambiare la natura se gli esseri umani ne traggono beneficio.

Altre domande invece supponiamo siano condivisibili da tutti, a prescindere dallo “schieramento” di appartenenza, come queste:

– La nostra generazione deve fare in modo che la natura sia preservata per le generazioni future.

– Poiché gli esseri umani hanno la capacità di pensare, dovremmo prenderci cura della natura.

– Ogni essere umano è responsabile della conservazione della natura.

– Facciamo parte della natura e quindi abbiamo la responsabilità di prendercene cura.

– Mi sento obbligato a proteggere la natura.

– Gli esseri umani sono inestricabilmente connessi con la natura.

Alcune altre domande, a nostro parere, invece paiono sbilanciate verso la visione animalista, perché non pongono dei limiti o eccezioni pur importanti e neppure presuppongono una gestione umana in determinati casi o situazioni. Eccole qui:

– La natura dovrebbe avere la possibilità di svilupparsi, proprio come gli esseri umani.

– Gli esseri umani e la natura hanno lo stesso valore.

– Gli esseri umani e la natura hanno diritto a un’eguale considerazione.

– Mi sento tutt’uno con la vita sulla terra.

– Considero la natura una buona amica.

– La natura deve sempre fare il suo corso.

Purtroppo la natura non è sempre una buona amica, a meno che non si vogliano considerare tali i batteri che  provocano malattie come la peste, colera, lebbra, polmonite, tetano o difterite. Oppure i virus, che sono entità biologiche, che diffondono il vaiolo, rabbia, aids, ebola e altre malattie, sono buoni amici? Che dire della domanda La natura deve sempre fare il suo corso? Gli incendi nei boschi o nelle città non devono essere combattuti e spenti? I cinghiali o le nutrie, seppure introdotti dall’uomo in habitat diversi, comunque ci sono, ma non devono essere gestiti e limitati là dove sono troppo numerosi e fanno grandi danni? Gli sciami di locuste non devono essere combattuti quando devastano le colture affamando intere popolazioni? Ecco, alcune domande poste ci appaiono vaghe e generiche, e altre estreme. Supponiamo siano servite a controbilanciare le prime quattro, estreme pure loro.

Come scritto, gli agricoltori – in senso lato, essendo allevatori – intervistati sono stati 16, un numero che non pare francamente rappresentativo su 431 persone. Tutti allevano pecore o sia pecore che capre, hanno tra 100 e 250 animali e producono latte e formaggio. Durante il giorno fanno pascolare gli animali, generalmente sia su terreni di proprietà che in affitto. La maggioranza è diventata allevatore per scelta, mentre i restanti seguono l’azienda di famiglia ma sono comunque appassionati al mestiere. Tutti hanno cani da pastore, in numero variabile da 2 a 13 (8,6 in media) per proteggere i loro greggi, e di razze adatte, ossia Pastore Abruzzese e, in due casi, Pastore del Caucaso e incrocio Abruzzese/Caucaso. Altri metodi aggiuntivi utilizzati per proteggere le greggi sono le recinzioni pastorali (87,5%) o elettriche (12,5%). Quasi tutti di notte ricoverano il bestiame nelle stalle, ma nonostante questi accorgimenti la metà di loro ha subito danni da lupo almeno una volta. Tutti hanno chiesto il risarcimento previsto dal Parco, di cui cinque l’hanno ricevuto. Purtroppo questo interessante studio non riporta, per l’area e il periodo interessato, il numero di capi di bestiame uccisi, feriti o mancanti a causa dei lupi.

Pecora uccisa.

Ricordiamo che gli allevatori esterni al Parco non ricevono, incredibilmente, alcun risarcimento danni, in quanto la Regione Calabria – unica tra le regioni con presenza del lupo – non si è manco data alcuna normativa in merito. Per questo motivo molte delle perdite di bestiame, a detta degli stessi allevatori, non vengono neppure denunciate. Tale situazione in Italia causa non raramente il bracconaggio.

La maggioranza del pubblico in generale e degli esperti intervistati considera l’uomo come il “custode” della natura, ma poco meno della metà degli allevatori condividono questa opinione. La stessa percentuale di allevatori pensa che l’uomo sia, invece, il “padrone” della natura, mentre nessuno degli esperti e solo il 7,34% della popolazione ha questa visione. Agli intervistati è stato chiesto 1) Se sapessero quanti lupi ci sono nel parco; 2) Quello che pensavano fosse il peso medio di un lupo; 3) Se è vero che solo una coppia di lupi si riproduce in ogni branco.

Rispetto alla stima del numero di lupi all’interno del Parco, quasi la metà del pubblico generale e degli esperti ritengono che vi siano tra i 10 e i 50 lupi, e quasi tutti gli altri – e praticamente pure tutti gli allevatori – ritengono siano di più. In realtà, la capacità di carico massima del territorio è stimata tra 20 e 30 lupi, con solo 3 o 4 branchi effettivamente osservati. Ma in effetti neppure il Parco sa esattamente quanti siano, ed è ovvio e giustificabile.

Per quanto riguarda il peso stimato di un lupo, le opzioni fornite erano 1) inferiori a 10 kg – cosa impossibile, neppure le femmine dei più piccoli lupi africani sono così leggere –, 2) da 10 a 50 kg – e qui rientrano praticamente tutti gli esemplari di medie dimensioni di lupo grigio, inclusi quelli nordici – 3) superiori a 50 kg. In tutte le categorie di intervistati quasi la totalità ha indicato il peso corretto, tra 10 e 50 kg.

La domanda finale, ossia se è vero che in ogni branco ci sia solo una coppia riproduttiva, la risposta del pubblico in generale è stata giusta circa in un terzo dei casi e di circa la metà tra gli esperti (e per fortuna che erano esperti…). Gli allevatori sono stati a riguardo quelli che ne sapevano meno di tutti. Però sarà bene chiarire una cosa: non è affatto vero che sempre nel branco di lupi una sola femmina si riproduca, perché sono animali che si adattano, cambiano comportamenti o ancor meglio possono scegliere tra diversi già possibili. Insomma, decidono loro e per svariati motivi.

Il famoso branco detto Druidi, nel Parco nazionale di Yellowstone in Usa, fin dal 1995, e per anni, ebbe svariate femmine, anche tre e forse quattro, che partorirono contemporaneamente. Anche 21 cuccioli nati in primavera. Quindi la coppia dominante era una, ma il maschio leader (o chissà…) si accoppiò anche con altre. Se lo fanno i lupi grigi americani quando lo ritengono opportuno, non si capisce perché non dovrebbero farlo pure i lupi grigi europei, inclusi quelli italici (sempre se lo ritengono opportuno). Anzi, visto l’aumento, anzi il balzo, elevatissimo in percentuale del lupo in Italia in questi ultimi anni, non è detto che ciò non sia già avvenuto. Magari senza che i ricercatori se ne siano accorti. In effetti questa eventualità non è però mai stata documentata in Italia.

La presenza del lupo nell’area nonché in Italia è positiva o negativa? Negativa, è stata l’ovvia risposta degli allevatori, del resto sono solo loro che ne subiscono i danni e manco ricevono i risarcimenti, come già scritto (Parco escluso). La convivenza uomo/lupo per la maggioranza di loro non è  possibile e quindi li si dovrebbe potere abbattere a fucilate e persino in qualsiasi modo si ritenga opportuno, sia nei parchi che fuori. Per quanto riguarda il grande pubblico e gli esperti, la  stragrande maggioranza degli intervistati si è definita “completamente a favore del lupo”, e pure questo lo si immaginava. Addirittura sarebbero felici se il numero di lupi nel Parco aumentasse, che per gli allevatori corrisponde a un provocatorio insulto. Tuttavia in queste due fasce – in cui appunto gli allevatori non rientrano – è da notare che una parte è favorevole all’abbattimento dei lupi  all’esterno del Parco (6,42% e 12,77%) e ancora di più persino dentro il Parco (9,17% e 14,89%), ma secondo il calendario di caccia (che attualmente non include il lupo tra le specie cacciabili, essendo protetto). Alcuni addirittura ritengono che la gestione del lupo nel Parco e fuori dovrebbe essere sempre possibile.

Da notare che gli allevatori hanno risposto di ritenere che il lupo non sia specie protetta (ma lo è), che questi predatori siano stati reintrodotti da qualcuno (non vero) e di non credere, supponiamo neppure sotto tortura, che “i lupi uccidono il bestiame solo se non ci sono abbastanza prede selvatiche” (e qui gli allevatori hanno perfettamente ragione, e vale ovunque essendo il lupo un opportunista). Per inciso, oltre ai caprioli reintrodotti nel territorio del Parco tra il 2008 e il 2011, e altre prede selvatiche, nella zona il cinghiale è ben presente. Si stima che in Calabria vi siano circa 300.000 esemplari. La maggioranza del pubblico in generale e degli esperti invece ci credono. Del resto non vivono lì col bestiame e grazie al bestiame, e con ogni probabilità – riteniamo noi di Pan – alla gran parte manco interessa. Molto correttamente lo stesso studio ammette: “La maggior parte degli intervistati, però, vive in città, lontano dalla natura, e probabilmente questo può aver influenzato positivamente la loro visione del lupo, al contrario degli allevatori che devono fare i conti con la sua presenza ogni giorno (…) Questo punto di vista è facilmente spiegabile, poiché gli agricoltori vivono a contatto quotidiano con la natura e devono temere costantemente i possibili danni al loro bestiame, che è il loro sostentamento, da parte del lupo”.

Inoltre obiettivamente si specifica: “È molto importante considerare che la percezione del lupo e del suo rapporto con l’uomo e la natura è strettamente dipendente dalla categoria degli intervistati e dai loro interessi. Tuttavia, quando la natura e la gestione della fauna corrono il rischio di ostacolare il loro lavoro, anche gli amanti della natura iniziano a creare riserve, e il punto di vista generale si limita al particolare di loro interesse”.

Questo studio – che nella Discussione finale definisce il Parco nazionale dell’Aspromonte relativamente piccolo, quando comunque è più grande del Parco nazionale d’Abruzzo (l’estensione di questo parco calabrese fu ridotta durante la presidenza di Leo Autelitano, nuovamente nominato presidente del Parco dal ministro Costa nel 2020, con aspre polemiche) –  definisce gli allevatori intervistati probabilmente tra i più “moderni” nel modo di pensare e nel lavoro, e che proteggono attivamente il proprio bestiame con tutti i mezzi possibili. E non tollerano la perdita nemmeno di uno dei loro animali.

A proposito degli ibridi lupo/cane lo studio dice che “hanno comportamenti incontrollati e non codificati, al di fuori dei normali schemi comportamentali conosciuti; non sapendo cacciare come il lupo, cercano facili prede tra il bestiame addomesticato piuttosto che tra la fauna selvatica”. Su questo noi di Pan dissentiamo, anche per esperienza diretta: un ibrido cresciuto con l’uomo – per esempio i cuccioli di una cagna padronale ingravidata da un lupo – diventa quasi sempre un problema e risulta inaffidabile, e così pure gli ibridi nati in un branco di cani inselvatichiti, ma quelli nati in seno a una famiglia o branco di lupi si comportano esattamente come loro e sanno predare perfettamente gli animali selvatici e domestici. Pertanto a nostro parere è sbagliato fare ricadere la colpa delle predazioni del bestiame solo sui cani inselvatichiti o vaganti in zona di lupi, perché pure i lupi le fanno. Inoltre là dove ci sono lupi, i cani vaganti vengono predati sovente.

Ibrido.

Lo studio ha posto altre domande. Per esempio: “Un lupo dovrebbe essere ucciso nel caso in cui uccida del bestiame?”. La maggior parte del pubblico in generale e degli esperti non sono d’accordo. Ma la nostra idea è che la domanda sia stata posta in modo errato, perché quanti avrebbero risposto così se fosse stata per esempio: “Un lupo dovrebbe essere ucciso nel caso continuasse a uccidere del bestiame?”. Tutti però, allevatori inclusi, sono stati d’accordo sul fatto che dovrebbero sempre essere risarciti i danni da lupo al bestiame. Che in Calabria appare una chimera, un volo pindarico, in pratica belle parole che nei fatti non significano nulla. Una divergenza però c’è, in quanto gli allevatori ritengono che questi risarcimenti debbano essere sempre disponibili, indipendentemente dal fatto che vengano utilizzati o meno metodi di protezione del bestiame, ma circa un terzo del pubblico in generale e degli esperti non è d’accordo e ritiene – e pure noi di Pan – che senza la messa in campo delle varie forme di protezione i risarcimenti non dovrebbero essere concessi. Tuttavia, visto che anche questo studio ha evidenziato che gli allevatori queste accortezze già le attuano, il problema non si pone.

Un Cane pastore Abruzzese si pone tra il lupo e il bestiame
(foto di Secondino Cimini).

Le domande successive riguardavano la relazione percepita tra il lupo e la natura e tra il lupo e gli esseri umani. Un lupo attaccherebbe un essere umano? Quasi tutti gli intervistati delle prime due categorie credono di no, ma gli allevatori non sono d’accordo. Visto che nel filmato la dottoressa Fasone dice che “non ci sono casi documentati di attacco di lupo agli umani negli ultimi 200 anni”, dobbiamo dire che ciò non corrisponde al vero, anche se supponiamo che la dottoressa Fasone volesse riferirsi all’Italia.

Tali attacchi per fini predatori, con alimentazione e quindi non da parte di esemplari rabidi (che nella fase detta furiosa e cioè quella aggressiva non possono né bere né mangiare), sono avvenuti anche in Canada nel 2005, in Alaska nel 2010, in Grecia nel 2017 (per quest’ultimo l’ipotesi dell’attacco di cani fu smentito dall’autopsia e dalle autorità) e nel 2019 ci sono state predazioni documentate di esseri umani in Iran e Tagikistan. Casi che in India si verificano ogni anno. In Italia invece le vittime furono diverse fino al 1924, tutte documentate e descritte anche dal naturalista e zoologo Giuseppe Altobello, il primo che riconobbe il lupo appenninico come sottospecie Canis lupus italicus. Insomma, il prof. Altobello non era certo uno sprovveduto nel tema. Tuttavia, l’opinione, e anche l’augurio, di Pan è che oggi in Italia attacchi predatori del lupo all’uomo, non provocati, al 99% delle possibilità non possano avvenire, non essendoci più le condizioni sociali del passato. In Italia il lupo oggi ha moltissime prede selvatiche, e pure domestiche, a disposizione.

Il Messaggero del Mugello, 11 marzo 1923.