Chi scrive questo servizio visitò il Parco faunistico del Monte Amiata poco dopo la sua apertura, quasi trent’anni fa. Il Parco si estende su una superficie di 200 ettari nella parte occidentale del territorio comunale di Arcidosso, a sua volta all’interno degli oltre 600 ettari di colline e montagne della Riserva naturale Monte Labbro (anche detto Labro), a sud-ovest dell’Amiata e istituita nel 1998. Quest’area faunistica contiene grandi recinti in cui allora vivevano, tra l’altro, esemplari di daino, cervo, capriolo, muflone, camoscio e lupo. L’allora fautore e direttore era Niso Cini, grande appassionato di natura nonché di lupi, che allora non erano presenti in zona. O almeno, Cini supponeva (e sperava) che ce ne fosse qualcuno nella zona, forse attratti da quelli detenuti nei recinti del Parco.

La zona del Monte Amiata.

In realtà i lupi erano presenti, solo che – al solito – i ricercatori e l’opinione pubblica, veicolata ad arte da enti e associazioni ambientaliste, tentavano di dare la colpa ai cani vaganti, di cui in zona erano presenti all’epoca solo alcuni esemplari e che certo non sarebbero potuti essere i responsabili di tutti gli oltre 5.000 eventi documentati in cinque anni, dal 1996 al 2001, e precisamente 121 nel 1996, 498 nel 1997, 1.629 nel 1998, 1.861 nel 1999, 1.973 nel 2000, poi scesi a 648 nel 2001. Questi danni erano definiti come provocati da generici canidi, quindi dalle volpi ai cani. Da lupi no, visto che se ne negava la presenza nonostante la gente locale continuasse a segnalarli, giustamente convinta che invece ci fossero.

Il Parco faunistico del Monte Amiata tra il 2001 e il 2002 avviò un’indagine conoscitiva “sulla eventuale presenza di predatori selvatici nel territorio” attraverso i pochi campioni raccolti e analizzati dall’allora Infs (oggi Ispra). Pochi campioni sì, ma che accertarono la presenza del lupo nella zona, cosa che dovette essere infine ammessa, obtorto collo, anche da chi negava strenuamente. Quindi sì, i lupi della zona – da 6 a 14 stimati –  predavano anche il bestiame ed erano storielle quelle fatte circolare con complesse e costose campagne mediatiche, tipo “che i lupi non predano mai il bestiame ma solo le specie selvatiche” o “che basta un solo buon cane da pastore per tenere lontano anche branchi di lupi” e altre amenità simili. Ormai si sa che non è vero, e lo sanno primi tra tutti proprio gli allevatori di bestiame.

Certo il direttore del Parco, Niso Cini, non poteva all’epoca supporre che in tre decenni l’aumento di questa specie in Toscana avrebbe fatto stimare la popolazione di lupo addirittura intorno al migliaio di esemplari (Apollonio, 2018): in pratica, significa che solo questa regione italiana conta più lupi di quelli sommati di tutta la Francia, Germania e Svizzera. Un incredibile successo per gli ambientalisti, e una terribile sciagura per gli allevatori.

Per fare solo un esempio, racconteremo le vicissitudini di Giacomo Franceschelli, storico pastore di Arcidosso che alleva pecore in circa 200 ettari tra quelli di proprietà e quelli in affitto, di cui 100 ettari recintati e a loro volta suddivisi in parte in recinti da 8 ettari ciascuno. La sua azienda si trova per il 90% all’interno della riserva del Monte Labbro. Ed esisteva da prima. Per proteggere il bestiame Franceschelli utilizza da circa trent’anni  non pochi cani pastore Abruzzesi, mediamente una ventina.

Spiega Franceschelli: “Ho 56 anni, sono nato qui, e quando ero ragazzo dal nostro podere de Le Vene si vedevano i campi di segale, avena, grano. Nei prati pascolavano vacche allo stato brado e moltissime pecore con gli agnelli. Non c’erano i problemi di oggi, niente cinghiali, daini e lupi, ma ora se mi affaccio alla finestra vedo gruppi di daini e branchi di cinghiali. Non possiamo più seminare perché i cinghiali distruggono tutto. I lupi passano pure di giorno, non hanno paura. Sono venuti tempo fa funzionari provinciali a vedere i danni, ma poi non è successo nulla e non si sono fatti più vivi. Quando fu aperta la riserva del Monte Labbro dissero che ne avremmo avuto dei benefici. Eccoli i risultati, rovi e sterpaglie ovunque, non vale più la pena di seminare. Qui c’erano trentacinque aziende, ne rimangono quattro, gli altri hanno abbandonato, sono stati costretti a farlo. Sono riusciti a uccidere la mia passione, il lavoro della mia vita. Oggi prendo pillole per dormire, sennò mi dispero tutta la notte”.

Giacomo Franceschelli.

Insomma, la situazione per molti è radicalmente cambiata e, almeno per gli allevatori e agricoltori, se n’è andata pure la serenità. E dire che Arcidosso era stato ritenuto un luogo pacato, ideale, lontano dai problemi del mondo, dal professore tibetano Namkhai Norbu, il quale nel 1981 su una superficie di 50 ettari sopra il poggio sovrastante il borgo della Zancona fondò un centro di cultura e spiritualità tibetano, la Comunità Dzogchen, che letteralmente significa Residenza della montagna di fuoco.

Lo stesso Parco faunistico del Monte Amiata, che sotto la gestione Cini funzionava bene e attirava studiosi e migliaia di visitatori non solo dall’Italia, si dimostrò in seguito addirittura un danno, visto che le specie detenute fuggirono dai recinti e proliferarono in zona. Ma a danno di allevatori e agricoltori. Spiega Franceschelli: “Ho fatto le foto dei recinti abbattuti del Parco e ho chiesto se sarei stato risarcito, ma mi è stato risposto che avrei dovuto dimostrare che gli animali in giro dopo la fuga erano i loro, e non altri. Ma i daini, per esempio, prima della fuga mica c’erano!”

Guendalina Amati, consigliere dell’Unione Comuni Amiatini e del Comune di Arcidosso, così ha spiegato: “Nel tempo e con il cambio del direttore abbiamo assistito a un deprimente e sconfortante abbandono del Parco. Dapprima, con la chiusura del sito internet e la conseguente perdita di tutto il materiale scientifico raccolto, poi con i lavori di manutenzione, sempre più sporadici e spesso inefficienti, che hanno comportato la fuoriuscita degli animali protetti, con i conseguenti problemi per gli agricoltori e allevatori che orbitano nei pressi dell’area faunistica”.

Inoltre, spiega la Amati, “Bisogna capire che i circa 100.000 euro stanziati dalla Regione Toscana nel 2017 e che sono stati impiegati per la recinzione sono niente (i recinti del parco in totale sono lunghi oltre 20 km N.d.R.). Quest’ultimo è un progetto siglato tra la Provincia e la Regione, con il quale il Parco avrebbe dovuto accogliere gli esemplari di ibridi catturati. Negli scorsi decenni nel Parco faunistico del Monte Amiata si trovavano esemplari di lupo appenninico, daino, muflone e capriolo. Ci auguriamo che il percorso intrapreso dalla neodirettrice, la veterinaria Donata Marruchi, che sta già dando buona prova di sé, possa continuare in modo proficuo anche con il prossimo presidente dei comuni amiatini. In un progetto o ci si crede e ci si investe, o lo si abbandona. Ma se lo si abbandona, si ha l’obbligo morale di dichiararlo pubblicamente”.

Per Franceschelli e gli altri allevatori i guai aumentavano anno dopo anno, e i cani non garantivano né garantiscono pure adesso la salvezza al bestiame. Le pecore inizialmente erano 600, ma ogni anno ne perdeva decine. Non è solo la perdita, ma anche lo stato delle pecore sopravvissute ma terribilmente mutilate e comunque da abbattere. Capita così ovunque. Dice il pastore: “Sono considerati animali di serie B perché sono domestici. Quelli di serie A sono i selvatici, lupi, cinghiali e daini, che, come ben si sa, fanno girare fior di milioni attorno a loro senza che noi allevatori abbiamo avuto ricadute, se non in negativo”.

Pecora attaccata da un lupo.

Anche le vacche e vitelli, seppure nei recinti, venivano attaccate, nonostante i diciassette cani di razza Pastore Abruzzese, Cane da Montagna dei Pirenei e loro incroci, oltre ai cani conduttori. Evidentemente i lupi attaccavano in branco e non isolati. Dal 2014 al 2018 a Franceschelli furono uccise dieci vacche, e pure tre cani da pastore a causa dei lupi o cinghiali. Oltre a centinaia di pecore. “Nel 2015, avendo perso già molte pecore, ne comprai 160 già gravide, che con le altre mie divennero 370. Ebbene, per via dei lupi le pecore ebbero tale stress da abortire quasi tutte. Tutto documentato con relazione del veterinario”.

Altro colpo. Nel maggio 2015 trovò i cani da pastore avvelenati, come già gli era capitato nel 2010 quando aveva perso sette esemplari adulti e tre cuccioli, sempre avvelenati da ignoti. Rivalità, invidia, rancore, chi sa la ragione. Senza dubbio crudeltà e delinquenza. Racconta  Franceschelli: “Se avevo fatto qualcosa a qualcuno, proprio non lo so. Ma fosse stato così, questo qualcuno me lo poteva dire. I cani non c’entravano nulla. Verso sera ero andato a rimettere le pecore nell’ovile e avevo trovato morto uno dei miei cani, poi gli altri. Tra la notte e il giorno dopo morirono un cane da montagna dei Pirenei, due pastori belga, un meticcio belga e quattro maremmani abruzzesi. Erano morti tutti gli adulti, che mi servivano anche a radunare il gregge, oltre che a sorvegliare le pecore e difenderle dai predatori. Me ne rimasero solo tre a Capanne e quattro a casa, ma tutti ancora cuccioli e dunque incapaci di lavorare bene come gli altri”.

Franceschelli ricorda: “Fui costretto a stare in piedi giorno e notte a sorvegliare le mie pecore e questo è un grande problema, come ben sa chi fa il mio mestiere. Erano cani da pastore, perfettamente addestrati a fare il loro lavoro, vivevano a stretto contatto con le pecore giorno e notte e non erano affatto pericolosi per le persone e gli animali a cui non avrebbero fatto alcun male. Un danno irreparabile. Solo gli allevatori possono comprendere quanto valga un cane che ti sorveglia un gregge e al quale puoi affidare senza problemi una parte del tuo patrimonio. In ogni caso, misi 5.000 euro di taglia sul responsabile. Infine denunciai una persona, ma il processo finì in niente. Però stranamente da allora non mi furono più avvelenati i cani. Questi atti sono roba primitiva, di persone senza cuore e senza cervello. Veramente roba da medioevo”.

Maggio 2015, alcuni dei cani di Giacomo Franceschelli.

La perdita dei cani adulti certo avvantaggiò i lupi, con conseguenti predazioni, come avvenne anche nell’agosto 2016. Fu così che nel giugno 2018 questo pastore decise di vendere i rimanenti bovini a un macello in Puglia: “La questione predazioni è la goccia che ha fatto traboccare il vaso, compromettendo la sopravvivenza delle aziende agricole già messe a dura prova da tante calamità sia naturali che architettate dall’uomo e così il dramma si è consumato. Le mie trentadue bestie, fra vacche e vitelli,  avrebbero potuto vivere altri 15 anni in questi prati. Ma preferisco così piuttosto che vedere ogni giorno lo strazio degli attacchi dei predatori che se le mangiano vive una a una, facendole soffrire violentemente”. Franceschelli inizialmente decise di cessare l’attività, ma alla fine non lo fece. Era disposto ancora a lottare.

Attacco dei lupi nell’agosto 2016.

“Dal 2010 al 2016 ho avuto in totale circa 350.000 euro di perdite tra vacche, vitelli, pecore, agnelli e latte, e in tutto dalla Regione ho avuto solo 15.000 euro di risarcimenti. In media i lupi mi hanno ucciso un paio di cani ogni anno, a volte di più, e 30-40 pecore. Alla fine di gennaio 2019, e avevo undici cani, ero arrivato dal gregge, aveva ripreso a nevicare, ne era caduta veramente tanta. Ho iniziato a chiamare i cani, ma il piccolo non era arrivato e allora ho iniziato a cercare, finché ho visto una pista di sangue e a circa 50 metri dal capannone delle pecore l’ho trovato morto. Ho provato anche a seguire le tracce ma la neve cadeva abbondantemente e in poco tempo le tracce sono state coperte. Altri due cani sono stati feriti, per fortuna in maniera lieve. È terribile fare questa scoperta, quel cane era poco più di un cucciolo, stava imparando a fare la guardiania osservando i più grandi, era già abbastanza bravo al punto che riusciva anche in autonomia a controllare il gregge”.

Il cane ucciso a gennaio 2019.

Dieci giorni dopo un altro, ammazzato di giorno, infatti di notte stanno dentro il recinto o dentro il capannone, cani e pecore assieme. Di giorno invece le pecore pascolano e soprattutto devono avere accesso all’acqua. Mi ero accorto che mancava un pastore maremmano, l’ho cercato fino a trovarlo morto in un fosso a un centinaio di metri dall’ovile. Un cane giovane, di un anno e mezzo circa, come anche l’altro trovato morto a gennaio. Senza contare i cani che rimangono feriti lottando contro i lupi. Ibridi o lupi che siano, ormai non stiamo parlando più di animali solitari, ma di branchi, che attaccano anche di giorno. Quel che ritrovo, il più delle volte, è un po’ di lana, qualche osso. Anche perché dopo i lupi ci passano i cinghiali a finire il lavoro”.

Uno dei cani di Franceschelli, ferito dopo lo scontro con i lupi.

Dalle iniziali 600 pecore e decine di bovini, Franceschelli si è ridotto ad avere solo 200 pecore, custodite ora da 12 cani. “Prima avevo 600 pecore, i recinti alti e con sopra il filo spinato. Avevo 22 cani, pensavo bastasse, e invece non è stato così. Adesso non rimpiazzo più, né quelle vecchie, né quelle che vendo o che mi vengono mangiate. Basta così. Il latte tanto viene pagato meno di niente, e tra questo e i predatori con questo lavoro non si può più vivere. Ci si fa belli coi prodotti made in Italy e poi si compra latte in polvere dalla Romania… “.

I resti di una delle pecore predate dai lupi.

I cani di Franceschelli sono impegnati in una continua guerra, è questo il termine giusto essendo cruenta e anzi mortale, con i lupi, e non si capisce bene cos’altro dovrebbe fare un pastore per continuare onestamente e legittimamente l’attività che lo fa campare. Inutile citare tutte le decine di cani morti in questi anni. Alla fine di novembre 2020 la moglie e la figlia di Giacomo Franceschelli, accompagnate dal pastore tedesco Aron, di due anni d’età – il guardiano dell’abitazione – erano andate fino a un gregge di circa 130 pecore, custodito nella loro proprietà in un recinto dai loro cani Pastori Abruzzesi, a circa 400 metri da casa. Le pecore erano impaurite da qualcosa e allora Aron si era allontanato dalle donne per controllare la zona intorno al recinto, imbattendosi però in un lupo. I cani abruzzesi erano rinchiusi nel recinto.

Aron, di circa 45 kg, aveva lottato col lupo, con ogni probabilità uno solo in quanto aveva riportato solo leggere ferite sul corpo e una grave alla gola. Fossero stati di più avrebbe avuto altre ferite importanti, e probabilmente sarebbe stato ucciso. Tuttavia Aron era infine tornato da solo dalle padrone. Portato dal veterinario, si era ripreso completamente dopo 15 giorni. Il morso del lupo, forse anche grazie alla protezione data al cane da un grosso collare in ferro, gli aveva strappato la pelle sotto la gola e i canini erano penetrati tra la giugulare e la trachea. Probabilmente il lupo, non riuscendo a vincerla con il cane, era poi fuggito.

Aron anestetizzato dal veterinario prima delle suture.

Spiega un altro allevatore dela zona, Gabriele Garosi: “I lupi mi hanno ucciso 10 pecore nel 2018, 25 nel 2019, un montone e due cani nel 2020. Ho i cani da protezione e recinti alti due metri, con in più in alto la rete piegata verso l’esterno per un altro mezzo metro. Sotto la rete è interrata per mezzo metro di profondità. Allevo in circa 80 ettari, il problema è che al pascolo, fuori dai recinti, non posso sempre essere presente, devo anche lavorare in stalla, fare il fieno e altri lavori, non riesco a fare tutto e non posso avere un aiutante visto che ci pagano il latte 96 centesimi al litro, e addirittura 80 in questo periodo di Covid. E poi ci sono i turisti che vogliono passare in mezzo al bestiame, in terreni che io affitto e anche se protetto dai cani, e se i cani reagiscono rischio di essere denunciato. Non basta essere assicurati. E quando semini, arrivano daini e cinghiali e ti distruggono tutto”.

Insomma, in zona – e in tutta la Toscana (e altrove) – la situazione è senza dubbio grave ed è ormai giunta l’ora di decidere e attuare una gestione legale dei lupi, almeno nelle regioni in cui il loro numero è ormai elevatissimo. Ricordiamo l’ultima stima di oltre 1.000 esemplari in questa sola regione. In attesa di avere un governo con un ministro finalmente diverso da Sergio Costa, ossia più attento a tali problematiche e meno a quelle ambientaliste-animaliste, la situazione per gli allevatori toscani non pare rosea.

Pure gli allevatori però sono colpevoli: subiscono ogni anno danni elevatissimi, perdono bestiame e produzione per centinaia o migliaia di euro, ma non hanno la capacità di capire che devono tassarsi – purtroppo – e investire denaro per fare sentire la loro voce, mediaticamente. Perché proprio mediaticamente vengono attaccati da enti e lobbies che grazie ai fondi europei, pubblici, hanno grandi budget per dire la loro versione, che non raramente è distorta o non veritiera, e possono così manipolare un’opinione pubblica che in gran parte potrebbe essere favorevole invece proprio ai pastori. Ma i pastori, in tutta Italia, vogliono che sia sempre qualcun altro a fare e ad esporsi. Al massimo si è arrivati a versare latte sulle strade, manifestare e accendere suggestivi e concretamente inutili falò. Ma le azioni, sempre legalmente, devono essere ben altre e arrivare al cuore delle istituzioni e dei media.

Purtroppo gli allevatori e in particolare i pastori vengono ritenuti solo un’opportunità da parte di una truppa trasversale di politici e politicanti desiderosi di ottenere voti, ma non di dare effettivamente, e che di fatto nulla portano a casa per i pastori. Senza volere neppure citare alcune associazioni, anche di categoria e a volte apparentemente persino pastorali, emanazioni però di questo o quel partito e che potremmo definire specchietti per le allodole. O i comitati a volte con buone intenzioni, ma con visioni provinciali e prive di risultati concreti.