di Marcello Rendine*

Era il 20 febbraio 2020, e le luci della sera illuminavano il pronto soccorso di una cittadina ai più sconosciuta. Un uomo di giovane età, anch’egli certamente sconosciuto, si presentò in ospedale con una polmonite grave. Il giorno successivo veniva annunciato il primo caso conosciuto in Italia di un virus a tutti noi, almeno fino a quel momento, sconosciuto. Perché, sebbene il 30 gennaio precedente l’OMS avesse dichiarato un’epidemia da Coronavirus in Cina e il giorno seguente il Governo italiano uno stato di emergenza nazionale per la salute pubblica, noi italiani in fondo continuavamo a chiederci – come Carneade – chi fosse costui. E forse neppure in tanti ce lo chiedevamo.

Wuhan, il corpo di un uomo morto di Covid-19.

Ma bastarono davvero pochi giorni perché l’Italia intera si trovasse pesantemente a fare i conti con questo sconosciuto che si muoveva nell’oscurità dell’ignoranza. Oscurità resa ancora più profonda dai mass media che inondavano i pensieri con racconti sulla storia delle epidemie e delle pandemie: dalla peste di Atene all’Ebola, passando dall’influenza spagnola alla SARS e così via. Fu così che ognuno di noi cercò di leggere, nei racconti del passato, le previsioni su cosa sarebbe stato il futuro e quali conseguenze avrebbe portato la diffusione dello strano Sars-CoV-2. Ma, purtroppo, le storie delle epidemie e pandemie del passato sono come favole, a meno che non portino alla luce o esplicitino elementi comparativi plausibili, definendo la cornice naturalistica degli agenti patogeni e genetico-molecolari.

E così, come sempre accade, qualche perfetto sconosciuto cominciò a fischiettare nell’oscurità per farsi coraggio di fronte alla paura dell’ignoto. O, forse, semplicemente per trarne qualche vantaggio.

La prima a far sentire il dolce fischio fu, per quelle che sono le mie evidenze, la britannica Medical Detection Dogs (Organizzazione attiva da anni nel settore della formazione di cani abili a riscontrare alcune malattie nell’essere umano), che già nel mese di marzo del 2020 pubblicizzò la possibilità di addestrare unità cinofile al riconoscimento e alla segnalazione di soggetti affetti dal virus Covid-19. E, a quanto pare, quel fischiare nell’oscurità fu così interessante da convincere il Governo inglese a finanziare con 500mila sterline un progetto di addestramento guidato dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine, alla Durham University.

E sebbene in Italia qualcuno avesse prontamente cercato di seguire quel dolce fischio, in realtà ben poco ci sarebbe stato da contestare all’affermazione della suddetta Organizzazione che testualmente scriveva Our peer-reviewed research supports the belief that diseases have their own unique odour and we are now applying our expertise to investigate whether medical detection dogs can be trained to detect COVID-19 e cioè “La nostra ricerca peer-reviewed (ossia la valutazione di uno studio fatta da esperti di pari esperienza e capacità N.d.R.) supporta la convinzione che le malattie abbiano il loro odore unico e ora stiamo applicando la nostra esperienza per indagare se i cani di rilevamento medico possono essere addestrati a rilevare COVID-19”. Anche se la melodia fischiata in quel momento di frastornante oscurità si concludesse testualmente con la frase Please help with a donation. E così, ben presto, al fischiettare si aggiunsero le favole raccontate intorno al fuoco per scaldare gli animi frastornati da un’epidemia che, nel mentre, aveva stravolto l’intero pianeta.

Era di maggio quando il ministro della Difesa austriaco, Klaudia Tanner, annunciò che – entro la fine del seguente mese di luglio – sarebbe stato pronto un cane da pastore belga addestrato presso il centro militare per cani di Kaisersteinbruch, nel Burgenland, per essere a tutti gli effetti un “tracker” di Covid-19. In questa favola la Tanner narrava di un meraviglioso cane in grado di fiutare e segnalare le persone positive al SARS-CoV-2 anche se completamente asintomatiche.

Il ministro della Difesa Klaudia Tanner con Fantasy, cane per il rilevamento di Covid-19.

Seguì immediatamente la visione finlandese della Nose Academy che, di concerto con l’associazione Wise Nose e l’University of Helsinki, annunciò al mondo intero che trained scent detection dogs seem to be quick in performing the new task and might even be more sensitive than many of the tests that are now on the market, ossia “i cani di rilevamento degli odori sembrano essere veloci nell’eseguire il nuovo compito e potrebbero anche essere più sensibili di molti dei test che sono ora sul mercato”.

E, sebbene la professoressa Anna Hielm-Björkman dell’Università di Helsinki nel relativo studio avesse esplicitamente parlato di una strada interessante ma ancora tutta da percorrere, le sue parole sono state: We have solid experience in training disease related scent detection dogs. It was fantastic to see how fast the dogs took to the new smell e cioè “Abbiamo una solida esperienza nell’addestramento di cani per il rilevamento di odori legati alle malattie. È stato fantastico vedere quanto velocemente i cani hanno appreso il nuovo odore”.

Così i cani della Nose Academy fecero la loro comparsa – nel mese di settembre del 2020 – all’aeroporto di Helsinki. Dobbiamo ancora capire esattamente a fare cosa. Ed il transfer aeroportuale da Helsinki all’aeroporto di Cuneo divenne cosa molto facile, perché noi italiani, si sa, siamo molto suggestionabili. Magari aggiungendo qualcosa frutto della nostra creatività.

Ma, per fortuna, non tutti raccontano favole come quella del Ministro della Difesa austriaco Klaudia Tanner o altre. E così seguirono lavori di ricerca con differenti presupposti. Nel luglio del 2020 l’Università di Hannover pubblicò un lavoro dal titolo Scent dog identification of samples from Covid-19 patient. A pilot study con il quale si esprimeva ottimismo circa la possibilità di intraprendere questo percorso di ricerca.

Nel dicembre dello stesso anno l’Università di Parigi, in collaborazione con enti governativi libanesi, comunicò alla comunità scientifica internazionale un lavoro dal titolo Can detection dogs alert on Covid-19 positive persons by sniffing sweat samples? A proof-of-concept study, pur ammettendo le difficoltà legate a una scarsa campionatura. La stessa Università nel mese di gennaio di quest’anno ci ha notiziato, tramite il lavoro dal titolo Use of canine olfactory detection for Covid-19 testing study on U.A.E. trained detection dog sensitivity, di ritenere ragionevolmente che il Sars-CoV2 generi specifici VOCs. Ma specificando  che la strada da percorrere è ancora lunga. L’autore, professor Dominique Grandjean dell’École Nationale Vétérinaire d’Alfort di Parigi, ci racconta di aver utilizzato un totale di 198 campioni di sudore prelevati sotto le ascelle di pazienti Covid-19 da diversi ospedali, e di averli affiancati ad analoghi campioni prelevati da persone non Covid-19. Ebbene, al momento il professor Dominique Grandjean ci dice solo che – in scienza e coscienza – l’odore è per i cani differente! Aggiungendo che la strada è davvero lunga per poter definire una certezza scientifica nell’impiego di cani tracker per il Covid-19.

E, come se la scienza da cui trarre nutrimento per l’addestramento dei cani sia cosa inutile, nel mese di gennaio del corrente anno, prendono servizio a Bolzano delle unità cinofile pronte a rilevare persone affette da Covid-19. Non di propria iniziativa, ma con il benestare del direttore generale della ASL di Bolzano. Ma su questa vicenda ci sono la Procura Regionale della Corte dei Conti e la Procura presso il Tribunale di Bolzano che stanno indagando. E per questa ragione prendo a prestito la sicuramente nota frase “non ragioniam di loro …” con la certezza che, a questo punto, sia più che chiara la mia posizione in merito.

Posizione che cercherò di spiegare dettagliatamente, pur nell’assoluta consapevolezza di non essere così affascinante come chi ha raccontato fino ad oggi favole intorno al fuoco. Ebbene, che i nostri compagni a quattro zampe siano dotati di uno straordinario senso dell’olfatto è cosa a tutti nota. Che gli stessi cani possano essere addestrati scrupolosamente alla ricerca e segnalazione di vari target odorosi è altrettanto risaputo.

Il dr. Marcello Rendine (in piedi, secondo da destra) con gli allievi del Cadaver  Detection Dogs Program della Bayerische Red Cross.

Basti pensare ai vari ambiti di impiego di unità cinofile; dalla ricerca di esplosivi o sostanze stupefacenti ai cosiddetti cadaver dogs, passando per i cani di allerta medica, i cani mostrano sempre la loro assoluta affidabilità. Affidabilità che mi portò, in una mia pubblicazione scientifica di alcuni anni fa, a coniare per loro il termine “dispositivo biologico specializzato”. Che, quindi, i cani possano imparare a riconoscere gli elementi volatili (VOCs) del Sars-Cov2 è innegabile.

Ma qualunque dispositivo richiede, per il suo corretto e attento funzionamento, che vengano impostati parametri scientificamente elaborati. E allora cerchiamo insieme di capire quale sia la corretta strada da percorrere in questo “anelito di risultato”. Il primo step non può che avvenire in laboratorio, lontano appunto dai cani. Occorre analizzare i campioni di nostro interesse (siano essi saliva, sudore o qualsivoglia altra matrice biologica) con la tecnica di indagine analitica della gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa (GC-MS) per identificare i più svariati analiti presenti in matrici complesse, quali quelle del SARS-CoV2. I risultati di questa indagine, grazie a un particolarissimo software, consentono all’analista di individuare attentamente gli elementi volatili che possano elicitare l’interesse olfattivo del cane (VOCs).

Purtroppo, prima di procedere con questa tecnica di indagine in laboratorio, si rende indispensabile disporre di campioni da analizzare. E, per avere un crisma di attendibilità scientifica, i campioni devono essere in numero assai cospicuo; come, peraltro, ricordato – al  par di un limite – nello studio dell’Università di Parigi del dicembre del 2020. Campioni che, per essere prelevati, richiedono una preventiva autorizzazione del Comitato Etico (CE), così come indicato dalla World Medical Association nella Dichiarazione di Helsinki del 2013 (oltre ad essere esplicitamente previsto dalla Direttiva 2001/20/CE del Parlamento Europeo). Procedura sicuramente non impossibile, ma ad oggi certamente non attivata in nessun Stato e da nessun Ente o Organizzazione in merito all’impiego di unità cinofile da impiegare per l’individuazione di soggetti affetti da Covid-19.

Ma volendo potremmo anche tralasciare questo barboso aspetto. Ve n’è, tuttavia, un altro di tipo tecnico-operativo ancor più fastidioso. Ipotizzando che tutti i ricercatori e i cinofili di cui sopra abbiano segretamente e rapidamente ottenuto queste autorizzazioni, resterebbe comunque da capire quale gas-carrier abbiano utilizzato nell’uso del GC-MS. Infatti, la scelta del gas-carrier (supporto utilizzato per l’analisi dell’odore) nell’utilizzo della GC-MS è critica poiché lo spettrometro di massa è molto sensibile a impurità di idrocarburi, ossigeno e acqua. Solo per dirne alcune delle evidenti e problematiche criticità. Anche di questo aspetto non v’è traccia nelle ricerche e negli studi raccontati. Peculiarità operative, quelle appena individuate, che richiedono tempi di lavoro non inferiori ad un anno.

Ma anche il tempo, si sa, è un elemento che sembra aver assunto un ruolo molto relativo!
C’è chi dice che il Covid-19 ce ne abbia privato; o, chissà, forse ce ne ha regalato così tanto a cui non eravamo più abituati. Tempo che, tuttavia, nelle procedure di addestramento è davvero molto poco relativo, soprattutto se parliamo di contesti così delicati. Orbene che il cane sia “strutturato” per imparare a riconoscere un qualsiasi odore è acclarato. Tuttavia, per strutturare un “dispositivo biologico specializzato” occorre testare le sue capacità in termini non solo di sensitivity, ma anche di specificity e di accuracy.

Chi non è abituato ai lavori di ricerca scientifica troverà certamente astrusi questi termini; e non credo sia giusto star qui ad annoiare con spiegazioni dettagliate. Ma un minimo ritengo sia giusto spiegarlo. La sensitivity è la capacità acquisita e registrata nella prima fase di addestramento di distinguere e segnalare la presenza dell’odore target rispetto alla sua assenza. E di questo dato ne hanno scritto in ogni dove. Con il termine specificity si indica, invece, la capacità acquisita e registrata di segnalare la presenza dell’odore target rispetto ad altri odori con una struttura di VOCs molto simile al campione di nostro interesse. Si inseriscono nella procedura di training i cosiddetti confounding factors proprio per abituare il cane a segnalare solo ed esclusivamente l’odore target e nulla di simile (quale potrebbe essere una polmonite di altra natura o un’influenza stagionale, a titolo esemplificativo). Infine, con il termine accuracy si va a verificare e registrare la capacità del cane di riconoscere e segnalare l’odore target in diluizioni sempre crescenti. Nel caso de quo una differente carica virale potrebbe (?) dar luogo a differenti concentrazioni dell’odore. E quale sarebbe la “risposta” di alert del cane? Per condurre in porto un tale protocollo formativo servono, per quella che è la mia esperienza, non meno di diciotto mesi. Ahimè, il tempo ancora una volta è tiranno!

Ma scendiamo ora in particolari più scottanti. Da quali e quanti soggetti è stato prelevato un campione di odore rappresentativo? Da quali e quanti soggetti definiti asintomatici è stato prelevato il campione di odore? Qual è l’età e quali le condizioni di salute dei soggetti dai quali si è proceduto a prelevare campioni di odore? In che modo è stata effettuata la cosiddetta “pulizia” dei dati per ottenere un white value? In che stadio della malattia si è proceduto a prelevare i campioni di odore? C’erano contestualmente altre patologie in essere? Sono state registrate variazioni significative dei dati al variare dei parametri sopra esposti? Qual è stata la catena di conservazione di questi campioni odorosi? E qui potrei davvero continuare a lungo nell’evidenziare importanti criticità.

Tuttavia, per mia abitudine professionale, cerco sempre risposte fra coloro che di queste tematiche si occupano in maniera scientifica. E ho trovato in tal senso estremamente interessante lo studio avviato dal dottor Abrar Ul Haq Wani della Sher-e-Kashmir University of Agricultural Sciences and Technology of Kashmir, nel quale si riconosce la possibilità di formare unità cinofile esplicitando però le difficoltà legate al campionamento dell’odore target che manifesta importanti mutazioni in un arco temporale compreso fra le due e le quattro ore.

A tal proposito mi preme citare i ricercatori Theodora Hatziioannou e Paul Bieniasz della Rockfeller University di New York che hanno da pochissimo dimostrato come il SARS-CoV-2 abbia sviluppato delle mutazioni così importanti da renderlo quasi irriconoscibile, oltre che in grado di sfuggire agli anticorpi neutralizzanti in grado di riconoscere la proteina Spike del virus. E potrei qui ricordare le cosiddette “varianti” inglese e brasiliana del Covid-19 che stanno mettendo ancora una volta a dura prova la comunità scientifica internazionale. E di questi aspetti ho avuto il piacere di scrivere, con il professor Biagio D’Aniello e il suo staff di ricerca presso l’Università di Napoli Federico II, un articolo dal titolo COVID sniffer dogs: technical and ethical concerns di recente pubblicazione sulla rivista Frontiers Veterinary Science.

Ma c’è, purtroppo, un ulteriore aspetto di non secondaria importanza da tenere in considerazione ed è quello inerente il ruolo che i canidi possono svolgere nella diffusione del Sars-Cov-2.
A tal proposito non esiste, invero, alcuna evidenza scientifica che porti a pensare che i canidi possano favorire la diffusione del virus, rimanendo il contagio interumano la principale via di trasmissione. Tuttavia, l’elevata circolazione del virus tra gli esseri umani sembra non aver esonerato dal contagio, sebbene in sporadiche note occasioni, gli animali che condividono con l’uomo ambiente domestico. I solo quattro casi documentati di positività da SARS-CoV-2 negli animali da compagnia sembrano comunque suggerire che all’origine dell’infezione nei suddetti ci sia stata la malattia dei loro compagni umani, tutti affetti da Covid-19.

Il dr. Marcello Rendine all’American Academy of Forensic Sciences.

Ciò nonostante, gli studi sperimentali in laboratorio e le evidenze scientifiche disponibili sottolineano come l’esposizione degli animali a SARS-CoV-2 possa dare luogo negli stessi ad infezioni asintomatiche o paucisintomatiche, ovvero raramente manifestarsi con malattia vera e propria. Ma, pur non essendoci assoluta certezza scientifica su questo aspetto e pur dovendo evitare qualsivoglia speculazione o allarmismo in merito (come attentamente riportato dal professor Decaro nello studio SARS-CoV-2. Infection in Dogs and Cats: Facts and Speculations pubblicato recentemente sulla rivista Frontiers Veterinary Science), la possibilità che i canidi possano contrarre l’infezione pone domande urgenti in merito alla gestione sanitaria degli animali impiegati in questi progetti di ricerca o – ancor peggio – in esibizioni in aeroporti e scuole. A tal proposito mi chiedo come mai nessuno dei suddetti ricercatori abbia illustrato le cautele adottate per ridurre quanto più possibile l’esposizione al potenziale contagio dei cani impiegati nelle varie attività di cui si racconta. Al pari delle cautele adottate nella conservazione e gestione dei campioni d’odore asseritamente raccolti e utilizzati per l’addestramento.

Insomma, potrei senza dubbio affermare che questa infodemia – che ci sottopone a un quotidiano bombardamento di notizie, molte delle quali effimere e fasulle – ha proiettato noi tutti in quella che mi piace definire pandemia cognitiva.

La gente è disorientata e confusa. In tanti mi chiedono perché da ogni parte ci si affretti a comunicare al mondo di cani pronti a contrastare la diffusione del Sars-CoV-2. Per rispondere a questo interrogativo non posso che citare, come fatto già in altre occasioni, il libro del filosofo Alexander Rosenberg, How history get things wrong (MIT Press, 2018), dove l’autore sostiene che noi umani siamo biologicamente dipendenti dalle narrazioni che sono inevitabilmente false perché basate sulla cosiddetta teoria della mente, che ci fa organizzare e sfruttare funzionalmente le informazioni. Anche quelle relative alle malattie! Una storia narrativa, infatti, per definizione lascia da parte i determinanti scientificamente conosciuti o conoscibili, per privilegiare aspetti che vadano a conferma delle nostre personali e sociali strategie di autoinganno.

E, dunque, non c’è speranza che il miglior amico dell’uomo possa ancora una volta arrivare in soccorso di un’umanità ormai sfinita da questa pandemia? Personalmente è evidente come le conoscenze sul virus SARS-CoV-2 siano in rapida quotidiana evoluzione e, dunque, quanto fin qui scritto è da considerarsi ad interim.

Concludo, così come raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Istituto Superiore di Sanità, auspicando uno scambio di conoscenze, man mano che queste saranno disponibili, per perseguire l’obiettivo “one health, one medicine” sostenuto strenuamente già nella metà dell’800 dal patologo tedesco Rudolf Ludwig Karl Virchow. Solo quando metteremo da parte interessi speculativi ed egoistici per operare insieme verso un comune obiettivo riusciremo a scoprire se, anche in questa occasione, il nostro cane sarà lì pronto a condividere il nostro cammino.

 

* Il dottor Marcello Rendine è responsabile Unità Cinotecnica Forense della Sezione Dipartimentale di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Foggia; cultore in Medicina Legale, docente master universitario dell’Università degli Studi di Foggia e collaboratore dell’Università Federico II di Napoli; Member of American Academy of Forensic Sciences; autore di numerose pubblicazioni scientifiche sull’olfatto del cane e sulle procedure di addestramento; consulente d’ufficio di varie Procure della Repubblica; formatore e conduttore di cani da cadavere ed esperto in sopralluogo giudiziario mediante l’ausilio di cani da cadavere; formatore CNSAS del Trentino e formatore Conduttori cinofili Polizia Penitenziaria; responsabile Formazione Istruttori Cinofili della Bayerische Rotes Kreuz a Norimberga, Germania, e responsabile Formazione Istruttori Cinofili della Polizia Locale del Comune di Andria.